Eduardo Ambrosio


Vai ai contenuti

Menu principale:


PRESENTAZIONE

TERZIGNO Città > STORIA

a mio padre, mia madre e Raffaele
e alla mia terra:
Terzigno

Presentazione


Il presente lavoro vuole essere soprattutto una risposta alle numerose richieste che mi giungono di continuo da parte di giovani studenti di Terzigno sulla storia del proprio paese; poi, per ogni terzignese, può rappresentare un'occasione di identità e storia delle radici, in cui riconoscersi e corroborarsi al fine di partecipare attivamente al progetto del futuro di Terzigno (non esiste una gomma capace di cancellare il passato, al contrario, ogni penna può scrivere il futuro).

Pertanto, mi sono attivato per ordinare, unificare ed assemblare quanto si conosce (in parte già pubblicato) su Terzigno, riferendo anche delle varie fonti esistenti. Nella stesura sono stati inseriti opportuni e continui riferimenti alla grande storia in cui si è sviluppata Terzigno e qualche timida riflessione su questa nostra realtà sospesa tra un preciso passato, identificabile in una cultura contadina caratterizzata dai suoi lenti e armoniosi ritmi sviluppo e un incerto e indecifrabile futuro, identificabile in una cultura a vocazione terziaria ma che non riesce a staccarsi da quella contadina a causa di una trasformazione avvenuta, a partire dagli anni Settanta del '900, in modo repentino saltando l'indispensabile fase di sedimentazione del presente.

È necessario, al fine di definire la vocazione della nostra comunità, ripensare (anche con l'occasione del presente lavoro) e pianificare lo sviluppo di Terzigno tenendo presente che uno società contadina è spontaneamente caratterizzata da alcune specificità: individualismo, fedeltà alla tradizione, spiccato senso della proprietà - 'a rrobb', 'o lemmet', ecc - insomma affermazione del privato; al contrario, uno sviluppo terziario necessita indispensabilmente di una marcata presenza del pubblico con servizi e organizzazioni condivise e collettive: aree pubbliche, mercati, associazioni, ecc. Non è possibile, in assenza di razionali programmazioni capaci di coniugare vecchio e nuovo, uno sviluppo terziario in una mentalità contadina, situazione che, oltre a negare ogni identificazione e appartenenza, genera disordine e sottosviluppo.

PUBBLICO e PRIVATO. La battaglia del web (www: World Wide Web), fra gli hacker (produttori dei virus) e il sistema, è vecchia in USA di almeno due secoli. Ci riporta al 1804, quando due uomini chiamati Lewis e Clark partirono per ordine del presidente Jefferson per esplorare e mappare l'immensa terra americana. Percorsero duemila chilometri e la loro più grande sorpresa fu vedere che in quell'oceano di terra americano, dai Grandi Laghi fino al Pacifico, non c'erano un solo steccato, un muretto, un cancello, una barriera, qualcosa che definisse e quindi escludesse, il territorio. Dove tutto sembrava appartenere a tutti, gli stessi esploratori si trasformavano in colonizzatori e in proprietari, dando corpo all'assunto marxista: la proprietà è un furto!
Chi aveva sognato l'accessibilità all'intero territorio, chi credeva di potervi galoppare senza barriere, soffriva la parcellizzazione della terra come negazione della libertà americana.
La stessa cosa sta accadendo nella Terra Nova della Rete Internet.
E qui, nel classico duello fra il contadino\allevatore, il rancher, che cinta il proprio campo (dalle nostre parti: 'o lemmt'), e gli indiani (meglio i pellerossa) prima e i cow boy più tardi che rivendicavano il diritto di transitare a piacere, che si riproduce la quotidiana, silenziosa, furibonda lotta fra un W W W sempre meno vergine e coloro che vogliono hack, abbattere con l'accetta, spalancarla. Come individui, nella solitudine della propria missione o ormai sempre più organizzati in gruppiu di hacktivist, gli attivisti.
È la quotidiana lotta tra privacy trasparenza, tra pubblico e privato, contro chi nel web vuole abbattere ogni forma di protezione o confine.

LA MEMORIA NELLA EPOCA CHE VIVIAMO. Nella nostra epoca è molto evidente l'ostracismo per la memoria, anzi decisamente si avverte ostilità e incapacità a rapportarvisi, nonostante che istituzioni, enti, associazioni, o anche singoli cittadini, non mancano di adoperarsi in proposito suscitando e/o alimentando la pratica del ricordare, e tuttavia con risultati che rischiano di essere al di sotto delle aspettative e della necessità.
Oggi è necessario un ritorno alle origini come premessa per un nuovo impegno nello sforzo di decifrare la realtà contemporanea, al fine di comprenderla, modificarla e orientarla. Compito arduo da compiere con umiltà e generosità per essere prezioso e fruttuoso.
A chi altro, infatti, spetterebbe il questa incombenza? A tecnici, a uomini di chiesa? A tutti quelli che consapevolmente o inconsapevolmente, esprimono un'idea, quale che sia, si comportano in un certo modo: gli uomini di cultura.
Anche i negatori sono intellettuali: lo scetticismo e il prassismo l'utilitarista sono visioni del mondo che hanno un'immediata, talvolta tragica, ricaduta sulla realtà e sulla storia, fin negli aspetti più semplici e banali della vita. Lo scettico nega la verità e, con essa, la moralità: nell'orizzonte dello scetticismo tutto è lecito, tutto è possibile, tutto è giustificabile. Lo stesso discorso vale per gli apostoli della concretezza e della praticità come valore assoluto, i quali dovrebbero ammettere, ad esempio, che si potrebbe rivelare pratico eliminare vecchi e poveri per risolvere problemi economici di una società in crisi.
Del resto non possiamo ricordare "per legge" (come le varie celebrazioni o commemorazioni), occorre, piuttosto, ancorare il tutto ad un concetto ed ad una pratica forti, dotati di una spinta incontrovertibile. E questo sembra che possa/debba essere il "diritto alla memoria", e la considerazione di questa come "bene comune". Comunicare e trasmettere di generazione in generazione la memoria, non avulsa dal contesto storico - in cui c'è un prima , un durante e un poi - significa assicurare e garantire a tutti e per tutti l'esercizio e la fruizione di un diritto.
Il primo diritto è quello di avere diritti, che è il "bene comune" e si realizza nei diritti funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità; pertanto vanno salvaguardati e sottratti alla logica distruttiva del breve periodo.
La memoria richiama il passato, ma in realtà riguarda il presente e, soprattutto, il futuro, e dunque, destino e progettualità, decisioni che impegnano da qui e per sempre il nostro modo di esserci e di vivere il mondo che ci circonda e nel quale abiteranno i nostri figli.
L'attuale sviluppo delle scienze umane, delle dottrine politiche ed economiche (sempre più rinchiuse nelle accademie e incapaci di dialogare con la società, talvolta ridotte a spettacolo fra gli spettacoli), mostra una sorta di bancarotta del pensiero. Proprio nel momento in cui tutto il mondo rinasce l'esigenza profonda di ritornare a interrogarsi su quale sia il senso della vita, lo scopo ultimo del mondo o, sul terreno della dimensione esistenziale, sui destini dell'umanità. Anzi si materializza un pensiero laico sostitutivo di quello religioso inteso come strumento d'interpretazione dei fini ultimi della vita, sempre più anemico per questi ultimi e, inaspettatamente, vitale nei mille rivoli di una società dello spettacolo, inquieta e smarrita, che non sa più distinguere fra studiosi autentici e imbonitori. Non sarà facile districarsi. Ma è un buon inizio cominciare a discutere, confrontare orientamenti, formazioni e tradizioni diverse in un periodo storico nel quale i momenti di incontro sono rari, nei quali al dibattito e, se si vuole, alla polemica, si è sostituito un dialogo fra sordi o, meglio fra chi non vuol sentire. Bisogna invocare l'autonomia della prassi come garanzia della libertà, del pensiero come dell'azione. Non ci si può, con il rifugio nell'assoluto irrazionale, affidare a più o meno insidiosi uomini della provvidenza o adorare una presunta oggettività della realtà, delle scienze, imprigionandosi, di fatto, in un mondo privo di creatività, originalità, di libertà.
Adoperiamoci, magari a cercare e trovare, consci che per tutti esiste uno specifico linguaggio, i modi di comunicare più giusti e appropriati: "chi non sa comunicare, o comunica male - afferma Primo Levi - in un codice che è solo suo o di pochi, è infelice, e spande infelicità intorno a sé. Se poi comunica male deliberatamente è un malvagi


U
na Città di qualunque dimensione, quale ente nella sua autonomia territoriale, deve avere la sua personalità non solo giuridica, ma soprattutto morale: promuovendo attività di ogni tipo, onora la sua gente, si mostra degna della stima e dell'affetto dei propri cittadini e provoca, infine, l'altrui simpatia attirando l'attenzione dei forestieri che, per la cortesia dei suoi abitanti, la visitano e ne apprezzano il grado di civiltà raggiunto.

A conforto di quanto esposto riporto alcuni passi di un discorso datato, ma per la nostra realtà attualissimo, di Giorgio La Pira (tenuto al Convegno dei Sindaci di tutto il mondo in Firenze 2 ottobre 1955):
Le città hanno una vita propria: hanno un loro proprio essere misterioso e profondo: hanno un loro volto: hanno, per così dire, una loro anima ed un loro destino: non sono cumuli occasionali di pietra: sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose abitazioni di Dio: Gloria Domini in te videbitur: Non per nulla il porto finale della navigazione storica degli uomini mostra, sulla riva dell'eternità, le strutture quadrate e le mura preziose di una città beata: della città di Dio!
La nostra disattenzione a questi valori di fondo, che danno invisibilmente ma realmente peso e destino alle cose degli uomini, ci ha fatto perdere la percezione del mistero delle città: eppure esiste e proprio oggi - in questo punto così decisivo della storia umana - esso si manifesta con segni che appaiono sempre più marcati e che richiamano alla responsabilità di ciascuno e di tutti. … si ha il diritto di distruggere le città? Di uccidere questa "unità viventi" - veri microcosmi nei quali si concentrano valori essenziali della storia passata e veri centri di irradiazione di valori per la storia futura - con le quali si costituisce l'intiero tessuto della società umana, della civiltà umana? La risposta, a nostro avviso, è negativa. Le generazioni presenti non hanno il diritto di distruggere un patrimonio a loro consegnato in vista delle generazioni future! Il diritto all'esistenza che hanno le città umane è un diritto di cui siamo titolari noi delle generazioni presenti, ma più ancora quelli delle generazioni future. Un diritto il cui valore storico, sociale, politico, culturale, religioso si fa tanto più grande quanto più riemerge, nell'attuale meditazione umana, il significato misterioso e profondo delle città. Ogni città è una città sul monte, è un candelabro destinato a far luce al cammino della storia. … Storia e civiltà si trascrivono e si fissano, per così dire, quasi pietrificandosi, nelle mura, nei templi, nei palazzi, nelle case, nelle officine, nelle scuole, negli ospedali di cui la città consta. Le città, specie le fondamentali, restano arroccate sopra i valori eterni, portando con sé, lungo il corso tutto, dei secoli e delle generazioni, gli eventi storici di cui sono state attrici e testimoni. Restano come libri vivi della storia umana e della civiltà umana: destinati alla formazione spirituale e materiale delle generazioni venture. Restano come riserve mai esaurite di quei beni umani essenziali - da quelli di vertice, religiosi, culturali, a quelli di base, tecnici ed economici - di cui tutte le generazioni hanno imprescindibile bisogno.
La città è lo strumento in certo modo appropriato per superare tutte le possibili crisi cui la storia umana e la civiltà umana vanno sottoposte nel corso dei secoli. La crisi del nostro tempo - che è una crisi di sproporzione e di dismisura rispetto a ciò che è veramente umano - ci fornisce la prova del valore, diciamo così, terapeutico e risolutivo che in ordine ad essa la città possiede. Come è stato felicemente detto, infatti, la crisi del tempo nostro può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città. Ebbene: questa crisi non potrà essere risolta che mediante un radicamento nuovo, più profondo, più organico, della persona nella città in cui essa è nata e nella cui storia e nella cui tradizione essa è organicamente inserita. … essere la città dell'uomo abbozzo e prefigurazione della città di Dio. … non un museo ove si accolgono le reliquie, anche preziose, del passato; è una luce di bellezza destinata ad illuminare le strutture essenziali della storia e delle civiltà dell'avvenire. Le città non possono essere destinate alla morte: una morte, peraltro, che provocherebbe la morte della civiltà intiera.



Sicuramente, infine, Terzigno - al contrario dei comuni viciniori, è senz'altro un nome bello e originale
Un nome di terra e soprattutto di fuoco, che scende dal monte e furente, come acqua di un torrente in piena o come pioggia impetuosa che cala dal cielo, ripetutamente straripa per la valle fecondando le zolle della fertilissima terra terzignese.
Pur essendo il più vesuviano dei paesi, Terzigno stranamente non ha l'appellativo "vesuviano".
L'aria, il respiro degli alberi, quel sapore di brezza che, nelle sere d'estate, viene dai boschi penetrano nel terzignese, lasciando una traccia indelebile per tutta la vita, qualunque sia il percorso che si compirà.
Chi cresce accanto al Vesuvio non riesce a staccarsene, conscio di gioie (pietre, lapillo, piperno, vigneti, frutta, aria, fiori, panorami, ecc.) e dolori (distruzione, colate laviche, esplosioni, ecc.) che da esso provengono, resta segnato, nel bene (creatività, giovialità, intraprendenza, vulcanicità, ecc.) e nel male (indolenza, pressappochismo, incoerenza, ecc.), dalla sua magica emanazione.
Indimenticabili, per chi vive a contatto col Vesuvio, sono le numerose scalate e particolarmente quelle notturne per poter essere in cima all'alba ed assistere allo spettacolo unico del sole che sorge.

(purtroppo solo questo!) - non può prescindere dalla sua tradizione contadina: in ogni dove si identifica il toponimo col vino, proprio questa peculiarità deve essere il fulcro intorno al quale si deve modellare il futuro della nostra cittadina.

Il vino in termini qualitativi - rigide norme di produzione, specificità del sito, qualificato imbottigliamento, ecc - e non più quantitativi ('o carr' 'e vin') sta conquistando, nella società contemporanea nazionale e internazionale, una nicchia sempre più ampia. Dopo le colpevoli distrazioni del dopoguerra, quando in tutta Italia si incentivavano le colture specifiche attraverso la riforma verde, si deve recuperare il tempo perduto e imboccare decisamente, attraverso una forte presenza dell'ente pubblico e corpose incentivazioni, la strada della cooperazione con l'unico obiettivo di elevare, razionalizzare e migliorare la produzione di questa nostra unica e, storicamente, molto celebrata "ricchezza".

"Tutte le cose sono figlie della terra" (Eraclito)

La campagna di Terzigno


Al fine di promuovere una sempre maggiore identità e appartenenza alla comunità cittadina, colgo l'occasione per invitare il lettore a fornirmi ogni sua conoscenza (foto, storie, tradizioni, detti, indicazioni di località e nomi - 'o strangianom' - e quanto altro in suo possesso su Terzigno) per poterla inserire nelle future edizioni (é auspicabile un aggiornamento annuale come un'agenda o un almanacco) del presente lavoro, che vuole rappresentare un modesto contributo allo sviluppo sociale, civile e culturale della nostra Terzigno.


PRIMA DI ENTRARE NELLA NOSTRA STORIA, SENTO IL BISOGNO DI PROPORRE AL LETTORE, AL FINE DI DARE PIU' SPESSORE AL MESSAGGIO, CHE SPERO GIUNGA CON IL PRESENTE LAVORO, UNA RIFLESSIONE FORTE SUL SOCIALE, SCATURITA DA UNA LIBERA ELABORAZIONE DI UN DISCORSO DI THOMAS MANN

Una comunità per sopravvivere deve fare perno sulle giovani generazioni, purtroppo però si deve registrare un forte abbandono generalizzato, specialmente per i giovani, al proprio piacere ed alle passioni in modo sfrenato tanto che anche ciò che dovrebbe condurre alla beatitudine diventa dannazione: non ci si meraviglia dei misfatti con cui l'uomo infuria contro sé stesso e contro gli altri. La timidezza della vecchiaia, però, non deve impedire di chiamare le cose col loro nome.
I giovani non ascoltano più. Certo per ascoltare ci vuole anche una particolare cultura. Cultura! Le risa beffarde di tutta una generazione rispondono a questa parola. Come se essa non significasse il contrario della volgarità e della povertà umana, il contrario anche della pigrizia, di una miserabile rilassatezza, che rimane tale per quanto prenda atteggiamenti risoluti insomma: come se la cultura, in quanto forma, volontà di libertà e di verità, vita coscienziosamente vissuta, sforzo infinito, non fosse la disciplina morale stessa!
Le giovani leve affermano di avere la vita più difficile per l'avventura, l'assoluta incertezza, per cui rifuggono il significato più elevato e profondo di "cultura" - lavoro in sé stesso, responsabilità e sollecitudine individuale - e si adagiano nella vita collettiva (ad. es. il branco), che è una sfera comoda in confronto con l'individuale, comoda fino alla dissolutezza; quello che la gioventù si augura, si concede ed approva sono le vacanze continuate del proprio io. Essa ama perdersi nella massa, sottraendosi ad ogni serietà di vita personale, senza preoccuparsi molto delle mète della marcia. L'ebbrezza della massa, che libera dall'Io e dal suo peso, o più esattamente la liberazione dalla moralità e dalla razionalità in genere; anche dalla paura naturalmente, paura della vita!
La felice esperienza di essere dispensati dal proprio Io, sottratti ad ogni responsabilità individuale, appartiene alla guerra. Si è inclini a concepire lo stato attuale del mondo, in rapporto sia economico, sia spirituale e morale, come il risultato della guerra, che provoca immense devastazioni ma non il mondo: essa ha il solo compito di chiarificare, rafforzare e spingere all'estremo ciò che esisteva già prima. L'incredibile decadenza culturale e il regresso morale, che minacciano di rigettarci nella barbarie, sono un fenomeno singolare, determinato in prima linea dall'ascesa dell'uomo di massa e dal suo impadronirsi del potere.
È possibilissimo che la massa con tutto l'amore puerile e primitivo per la tecnica (il mezzo che diventa fine) provochi la decadenza anche di questa, perché non sospetta che essa è il prodotto utilitario di uno studio libero e disinteressato per amore della conoscenza e perché disprezza l'idealismo e tutto ciò che ha a che fare con esso, quindi la libertà e la verità. Il fenomeno di questo brusco abbassamento di livello, di questo regresso, di questo ritorno la primitivo, non solo all'ottusità di fronte alla sfumatura, ma fino all'odio violento di essa, riempie di sgomento, in quanto apre ulteriori possibilità e mostra che le più grandi conquiste possono andare ancora perdute e cadere nell'oblio, e che la civiltà stessa non è affatto sicura da un tale destino: l'enorme ondata di barbarie eccentrica e di triviale volgarità primitiva democratico - plebea provoca l'estinzione di concetti benignamente severi, quali cultura, spirito, arte, idea.
Alla ottocentesca convinzione politica di elevare le masse, di istruirle, di apportare loro scienza, cultura, arte, beni della civiltà, si è fatta strada la convinzione che è più importante ed anche più facile dominare le masse, perfezionando sempre più l'arte grossolana di giocare sulla loro psicologia: dunque introducendo al posto dell'educazione la propaganda, non senza l'intimo consenso delle masse, a quanto pare, le quali in fondo si sentono portate in un ambiente più moderno e più familiare da un'estrosa tecnica di propaganda, che da qualsiasi idea di educazione. Esse sono organizzabili, e si vede che sono grate per ogni organizzazione, non importa di che spirito, sia pure lo spirito della violenza. La violenza è un principio straordinariamente semplificatore; nessuna meraviglia che trovi la comprensione delle masse.
Fra il chiasso e lo scampanellio da fiera sono fiorite scienze occulte di ogni sorta, mezze scienze e ciarlatanerie, oscuro spirito settario e insulse religioni da strapazzo, non si è irresponsabilmente compreso che la conseguenza del disprezzo della ragione è un imbarbarimento morale. Anzi da molte persone colte tutto questo non è stato sentito come un volgare ciarpame moderno, come impoverimento culturale, bensì è stato mistificato come rinascita di profonde forze vitali e dell'intimo, rispettabile valore dell'anima popolare. È stato così preparato il terreno anche alla più assurda e vergognosa superstizione collettiva: ma non la superstizione ottusa e senza pensieri delle epoche precedenti, bensì una superstizione modernamente democratica, che presuppone per ciascuno il diritto di pensare, una superstizione con "concezione filosofica".
L'uomo - massa ragionante parla, filosofeggia e scrive, e ciò che mette fuori non è altro che spirito storpiato, intellettualismo a buon mercato. L'aria è piena di pensiero di massa acciarpato ed eccitato, vapori di letteratura corrotta gravano sopra un popolo e rendono impossibile il respiro. L'uomo - massa che filosofeggia ha usurpato, per sé solo, il diritto di pensare, di parlare e di scrivere, chiudendo la bocca a tutti gli altri e, sicuro di ogni contraddizione, fa uso della sua prerogativa in modo tale, che si rimane sbalorditi e si vorrebbe maledire la democrazia, che ha insegnato a ciascuno a leggere e scrivere. Si ha l'impressione che il pensiero stesso e la parola siano disonorati per sempre da un così miserabile abuso. Una cultura del trivio deplorevolmente sovraeccitata butta fuori senza ritegno le sue pseudo - conoscenze, i suoi virulenti teoremi; e solo debolmente, solo con paura una scienza in parte intimidita, in parte vergognosamente simpatizzante osa una lieve reazione. Non passerà molto tempo e questo pseudopensiero avrà dappertutto il potere di attuare le sue "idee", di convertirsi con audace violenza in storia. La storia sarà improntata da esso.
Da tutto ciò questo fenomeno di strana perversione: una riunione di massa di gente molto povera di spirito, morbosamente esaltata, ha applaudito all' abolizione dei diritti dell'uomo, che qualcuno proclamava dall'alto della tribuna per mezzo dell'altoparlante. Dalla semplicità può venire la verità dalla perversità no.
Nel tempo attuale, diversamente dal carattere altruistico della trasformazione cristiana del mondo e della Rivoluzione Francese, si assiste ad un movimento di natura eroica, non quella delle grandi manifestazioni spirituali ma quella piccola giornalistica e romantico - criminale, che ha molto del libro che si smercia sulle bancarelle e del film ad effetto: siamo alla filosofia del piccolo borghese, ammalato di furore speculativo, caratterizzata oltre che dalla violenza anche dalla menzogna e che ha liquidato verità, libertà, giustizia, la verità è odiosa, sostituita dal "mito" nella sola accezione di eliminazione della differenza fra verità e ciarlatanismo.
Il problema della verità, cioè della verità come idea assoluta e nella sua dipendenza dalla via, della verità nella sua eternità e nella sua variabilità, è un problema del più grave peso morale. Che cos'è la verità? Così domanda la filosofia, lo spirito che pensa criticamente sé stesso. Esso vuole vivere, esso ammette che la vita ha bisogno della verità, dalla quale è aiutata, promossa. "Solo ciò che promuove la verità è vero", affermazione che si completa con "solo la verità promuove la vita". Se la "verità" non è data una volta per tutte, ma è variabile, tanto più profonda coscienziosa e sensibile deve essere la preoccupazione dell'uomo spirituale per la ricerca di essa, la sua attenzione ai moti dello spirito mondiale, ai mutamenti nel quadro della verità, a ciò che è giusto e necessario nel tempo, per non dire: a ciò che è voluto da Dio, a cui l'uomo spirituale deve servire, incurante dell'odio degli ottusi, dei paurosi e degli ostinati, degli interessati alla conservazione di quello che è diventato falso e cattivo.
Alla negazione dello spirito in favore dell'utile, segue l'approvazione senza scrupolo del delitto, surrogato dell'assoluto, non si indietreggia neppure dal concetto della falsificabilità, anzi si attribuisce alla falsificazione lo stesso valore della verità, se essa è utile nel suo senso.
Se questa non è la sola identificazione attuale umana, sicuramente è molto diffusa con lo slancio baldanzoso, con cui si accinge a superare un mondo tenuto in svantaggio da inibizioni morali, e a farsi padrone e maestro. È davvero inquietante osservare la debolezza del mondo anziano e colto di fronte a questa violenza unica, assistere al suo indietreggiamento smarrito e costernato. Intimidito, intontito, incosciente di quel che accade, con un sorriso attonito sulle labbra, esso sgombra una posizione dopo l'altra e sembra disposto a confessare che "non comprende più il mondo". Discende al livello spirituale e morale del nemico, adotta il suo stupido linguaggio, si adatta alle sue misere categorie di pensiero, alla maliziosa ottusità delle sue idiosincrasie e alle sue alternative propagandistiche, e non se ne accorge nemmeno. È forse già perduto. Lo è senza dubbio, se non si strappa dall'ipnosi, se non rientra in sé stesso. In ogni umanesimo c'è un elemento di debolezza che va congiunto col suo disprezzo del fanatismo, con la sua tolleranza e col suo amore del dubbio, insomma con la sua naturale bontà, e che in certe circostanze può diventargli fatale.
Ciò che oggi è necessario è un umanesimo militante, un umanesimo che scopra la propria virilità e si saturi della convinzione che il principio della libertà, della tolleranza e del dubbio non deve lasciarsi sfruttare e sorpassare da un fanatismo, che è senza vergogna e senza dubbi.
Un umanesimo che, anziché rifugiarsi in una neutralità fuori dal tempo, sia capace di una gagliarda rinascita delle sue idee e in grado di rendere la propria anima consapevole di sé stessa in una pugnace alacrità di vita.



VERSIONE DEL CENTENARIO



Torna ai contenuti | Torna al menu