Eduardo Ambrosio


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COME RISCOPRIRE L' "UMANO"?

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COME RISCOPRIRE L' "UMANO"?

ALLA RICERCA DELL'ESISTENZA AUTENTICA (da authos = se stesso)

Per comprendere il nostro tempo bisogna fare i conti con il significato della parola verità, il quale è mutato con il passare dei secoli e sembra oggi essere indefinibile. I greci consideravano la verità come "essere nascosto" atto a svelare la phyisis. Con l'avvento della latinità cristiana (che sostituisce lo scenario greco) la Natura è ens creatum (creatura di Dio) pensata in antitesi alla sopra-natura.

Secondo Heidegger questa Natura lasciata a se stessa, attraverso le passioni, produce la rovina dell'uomo ed è proprio per questo necessario sottometterla. Però questo non è ciò che pensavano i Naturalisti Greci, per i quali la physis è l'essere nel suo originale manifestarsi. Il manifestarsi è differente dal vedere inteso come lo sguardo che l'uomo dispiega sull'essere, per cui Heidegger scrive: "l'uomo, da diversi punti di vista, prende posto all'interno dell'ente senza che esso sia più elevato".

Come il Cosmo (ORDINE), non è stato creato né da un Dio né dall'uomo, può essere a disposizione dell'uomo?

Con Platone abbiamo una deviazione del concetto di verità che non è più manifestazione ma si indirizza verso la ricerca della causa prima, da cui tutto dipende.
A questo punto la verità non è la manifestazione di ciò che non si nasconde ma è la corretta corrispondenza tra il mondo sensibile che si percepisce e l'idea corrispondente nell'Iperuranio dominato dall'Agathon (Sommo Bene).

Se la corrispondenza è giusta avremo la verità al contrario no.
Con Aristotele e S. Tommaso il concetto di verità continua a cambiare ed è inteso come perfetta corrispondenza tra l'intelletto e la cosa, cioè correttezza del giudicare umano. Questa trasformazione ha fatto sì che l'uomo si trovasse al centro dell'essere e ha ridotto lo stesso essere ad oggetto del suo dominio.

Secondo Heidegger la tecnica, che doveva essere parte del destino della verità come manifestazione, è dimenticata perché su di essa prevale la provocazione della Tecnica della Natura determinata dal dominio della stessa natura, dal suo assoggettamento in cui la terra diviene materia prima e l'uomo materia prima più importante in quanto è impiegato nell'apparato tecnico.

A questa concezione si è giunti a partire dall'età moderna con Cartesio che da una nuova interpretazione della verità non più corrispondenza tra intelletto e cosa ma come sintesi dell'ideazione matematica, la certude, che il cogito anticipa. Cartesio, infatti, è l'anticipatore della scienza moderna dove l'uomo, definendosi soggetto attraverso le anticipazioni matematiche, svolge il ruolo di presentazione dell'ente che prima della rappresentazione platonica era svolto dall'essere. In questo caso il pensiero umano si svolge in calcolo e l'essere in deposito su cui si esercitano i calcoli.

La modernità è un'epoca che attraversa varie fasi durante le quali si trasforma pur fondandosi prevalentemente sull'abolizione della metafisica, fino ad allora il punto centrale, ciò significa abolizione degli assoluti (medievali): nasce la coscienza autonoma e l'io è il nuovo pilastro della condizione umana.
Montagne affermando: "sono io stesso la materia del mio libro" decreta la nascita dell'individuo con la sua autonomia e centralità.

Oggi siamo al tramonto (probabilmente già abbondantemente compiuto: si pensi alla Shoah) della modernità perché emergono persone, i nuovi barbari (barbaro nel senso greco = straniero), che parlano una lingua per noi incomprensibile: partendo dalla negazione della memoria in quanto non viene più trasmessa, i barbari ripartono dalle loro gesta e non condividono altre memorie, ogni epoca, del resto, ha i suoi barbari che segnano un nuovo inizio. Se poi si pensa che la parola scritta è decaduta, sostituita dalla conoscenza per immagini e per suoni, si ha la prova della cesura con il passato attraverso il mutamento del linguaggio.

Naturalmente vi sono isole che resistono, altre che hanno già subito un forte e visibile mutamento: il romanzo nasce per raccontare una società ed i suoi mutamenti; finito in Europa, sopravvive egregiamente in America, dove gli scrittori raccontano il ceto medio o addirittura le poco scoperte civiltà contadine. Tra le grandi pianure dell'Ovest e il corso dei fiumi che scorrono verso Sud. raccontano la storia di un popolo ancora senz'anima, ancora dominato da bisogni elementari, epicamente in lotta contro la realtà ed il sogno di eroica avventura.

Proprio in queste civiltà contadine, capaci di alimentare culture autoctone e incorrotte in tutti gli angoli del mondo dove la terra è madre e padrona e gli uomini schiavi e figli di un fuso orario fuori registro (troppo avanti o terribilmente indietro rispetto a quanto già avvenuto), è possibile attingere per un recupero di forze, che non significa ritornare all'indietro e negare le tecnologie, ma sapere recuperare il contatto con la terra.

In antitesi, quindi, al viaggiare nello spazio, pratica oggi diffusissima, è necessario viaggiare nel tempo (sviluppo dell'ermeneutica): per esempio nella modernità dove, partendo dai "saggi" di Montagne (che li inventa come una narrazione di esperienze che lo riguardano, cosa diversa dal "trattato"), si prosegue con il Don Chisciotte di Cervantes (che, come Montaigne, combatte il senso comune e riafferma la relatività della verità), Baudelaire (che si ribella non all'illusione ma all'ipocrisia, la quale, una volta svelata, permette all'uomo di acquisire libertà e pienezza), Proust (che, entrando nei suoi personaggi, si racconta), Kant (che con Spinoza traccia il recinto della metafisica), Hegel (che restaura l'immagine di Dio), Leopardi (che, negando immanenza e trascendenza di Dio, sviluppa il pessimismo cosmico dove la natura crea in modo crudele, insensato e cieco) e si conclude con Nietzsche, che, cambiando il modo di scrivere e fare filosofia, si presenta come un ciceone (filtro di Circe per l'uomo che rifiuta la immortalità, Ulisse e i suoi compagni, composto di spezie magiche di varia intensità) il cui effetto dipende dalla natura dei bevitori: cioè la rigidità dell'io cede il posto ad una fluttuazione danzante, non c'è più centro, esso è dappertutto ognuno di noi è il centro.

Questo cambiamento della concezione di verità, il passaggio dall'essere all'umano calcolare, diventa esplicito nella rivoluzione copernicana di Kant il quale afferma che la ragione non si deve mostrare alla natura come scolara ma come giudice e interrogare i testimoni costringendoli a rispondere alle domande che ad essi si rivolgono.

La scienza moderna per la sua progettazione dell'ente e della tecnica, in sintonia per Heidegger con la metafisica dell'Occidente, ha separato l'ente dal suo naturale fondamento: l'essere affidandolo prima al super-ente, che la speculazione medievale ha chiamato Dio, e poi a quell'ente soggetto o uomo, che ha ridotto la totalità dell'ente a sua rappresentazione divenendo rappresentante dell'ente risolto in oggetto. Per Heidegger dimenticare l'essere e promuovere l'ente è nichilismo (assenza di valori e nullità del vivere, esistenza priva di senso).

Il primo a denunciare il nichilismo dell'Occidente è Nietzsche. Heidegger ritiene inoltre che non basta smascherare la futilità dei valori derivanti dalla deviazione platonica: "Dio è morto", ma occorre smascherare anche l'infondatezza della volontà di sopraffazione dell'ente sull'essere tipica della cultura occidentale. Eppure in quest'epoca dominata dal nichilismo la verità non scompare ma si trattiene nel suo nascondimento come legge nascosta della terra.

Hidegger, infatti, ritiene che pur se la tecnica raggiunga altissimi livelli essa non può rendere possibile l'impossibile dunque la verità non può essere colta e si cade nell'errore che non è falsità ma produttore degli enti, che sono la dimenticanza dell'essere.

Dal XVII secolo, dopo la crisi del sistema aristotelico, da Galileo Galilei in poi, nel mondo occidentale l'uomo viene sempre di più superato dall'interesse verso l'oggetto dettato dalla logica scientifica mentre, nel mondo orientale, l'umano, portato all'esasperazione, arriva agli eccessi sfociando negli integralismi e fondamentalismi religiosi.
Il razionalismo occidentale ha mirato sempre alla conoscenza dell'oggetto raggiungendo alti livelli specialistici ma ha necessariamente perso l'umano che deve essere rivalutato perché la tecnologia, capacità di riprodurre dopo la scoperta i meccanismi naturali, può permetterci di costruire una nave immensa ma nonostante ciò, le onde saranno sempre in grado di muoverla e farle cambiare direzione. Però se la leghiamo ad una cima anche piccola la direzione sarà la stessa.

Come Aristotele piegò al metodo logico l'intera conoscenza (sacrificando a volte la scienza sperimentale del resto molto immatura: la filosofia è attiva perché diretta e costruita dall'uomo, la biologia, ad esempio, è passiva in quanto solo scoperta), così oggi l'uomo deve rimettersi in cammino mediando nella giusta proporzione la necessità scientifica con quella etica.

Peculiarità del pensiero di Aristotele è l'umanistica necessità logica, che condiziona e regola non poco l'oggettività: nella visione deterministica polivoca dell'Universo, non vi sono eventi o enti privi di causa, e la vera conoscenza è sempre conoscenza delle cause; o nella visione cosmologica, la Terra è necessariamente al centro dell'universo e gli altri corpi celesti girano intorno ad essa con un moto rigorosamente circolare, perfetto.

Anche senza strumenti per verificare la teoria, Aristotele ritiene che sia possibile determinare tutte le leggi che governano l'universo attraverso il puro pensiero e, quindi, supera la verifica tramite l'osservazione: da ciò la necessità logica quale esigenza del pensiero.
Altro aspetto di questa visione emerge nella Poetica, alla quale A. attribuisce la capacità di costruire, imitando il mondo vero, un mondo puramente possibile, a sé stante, autonomo, dove imitare significa rappresentare, narrare attraverso caratteri, emozioni, azioni ordinate dall'intervento umano allo scopo educativo (catartico).

Tutto il sapere avrà un carattere enciclopedico, cioè dotato di un ordine (logico) predefinito da scienze teoriche alle quali si affiancano quelle pratiche e quelle poetiche, per cui è proprio la sintesi tra oggettività è umano a costruire un sapere unitario.

Nel XVII secolo, dopo la crisi degli universali medioevali, la cultura occidentale con Galilei punta sull'oggetto, la logica diventa scientifica, da un concetto statico quantitativo si passa a quello dinamico (metodo sperimentale), di conseguenza l'elemento umano si va appannando, ciò sempre più in antitesi con la cultura orientale dove predomina (integralismi, fondamentalismi).
L'uomo occidentale, sempre più razionale, finisce per perdere personalità, diventa un animale razionale che non riesce a controllare il prodotto della sua stessa conoscenza (Internet, Millenium bag) e confonde il mezzo con il fine.

Il sapere non è più unitario, ma diviso secondo il criterio della specializzazione: compartimenti autonomi in cui si tende alla pura oggettività (la cultura americana fortemente specializzata si accorge che i suoi esperti mancano di qualsiasi educazione umanistica sono impersonali, automi).

Tuttavia la visione più olistica sembra attirare di nuovo il pensiero occidentale, prova di ciò è il ricorso sempre più frequente alle medicine alternative (omeopatia, agopuntura, le proposte del prof. Di Bella) o all'occultismo espressione evidente del bisogno irrazionale occidentale.

Entrambe le visioni producono sia eccessi che elementi positivi, ora, in considerazione della insopprimibile diversificazione dell'uomo, è necessario integrare le due culture, ciò è possibile applicando la grande intuizione aristotelica del GIUSTO MEZZO.

Il razionalismo occidentale ha mirato esclusivamente alla conoscenza dell'oggetto raggiungendo alti livelli specialistici, ma ha necessariamente perso l'uomo (diventato con Cartesio una macchina con tante parti); ciò nonostante il tentativo di culture storicistiche come il Romanticismo, che, pur di umanizzare il sapere, ha prodotto non pochi inquinamenti nella conoscenza.

La forte necessità di umano è una esigenza primaria della realtà, essa è la sola che può definire i valori, i punti di riferimento a cui l'uomo non può rinunciare. Da qui l'attualità di Aristotele, in quanto l'uomo deve PIEGARE la conoscenza alla sua necessità per poterla utilizzare e governare, anche se il rigore oggettivo, alle volte, segue una strada diversa.

Come Aristotele piegò al metodo logico l'intera conoscenza (nella scala biologica pone, per logica, alla sommità solo l'uomo, la donna al secondo posto) a costo anche di sacrificare la scienza e non essere completamente chiaro nella visione del divino, così è indispensabile mediare mediando in giusta proporzione necessità scientifica ed etica.

La scienza non può, come purtroppo accade, oggettivare tutto, anche la vita(clonazione, manipolazione genetica), ma deve porsi un limite etico che rappresenti l'ATTRACCO umano (la più grande nave senza un attracco è sempre in balìa delle onde),alimentando addirittura dei tabù (una sorta di dogma), ad esempio, i tabù della guerra, dell'incesto, ecc.: non si fa e basta!

La scienza non è pura scoperta tecnologica ma, sull'esempio della natura, anche etica: unica possibilità di orientamento verso il bene (la tecnologia, a differenza della scienza, deve sottostare all'etica senza la quale diventa incontrollabile e, prima o poi, si rivolgerà contro l'uomo).

L'intuizione aristotelica dell'unicità del SINOLO rappresenta un sicuro paravento contro l'incombente massificazione (prodotta dagli incessanti consumismo e conformismo): è vero che la pasta materiale di cui tutto si compone è la stessa (anche la fisica moderna ha confermato che gli atomi si differenziano nei vari elementi solo quantitativamente), ma ogni realtà, grazie alla forma specificatrice, è un ente unico: specialmente quella umana dove l'individuo è l'elemento fondamentale ormai universalmente ritenuto sacro e inviolabile (principio per cui è impossibile anche alla giustizia condannare a morte).

L'attualità di Aristotele è determinata propria dalla concezione etica , sviluppo teoretico del pensiero in cui l'oggetto si piega al soggetto tramite la ricerca della causa PRIMA e di conseguenza FINALE; concezione che deve guidare tutte le scelte umane sia individuali che collettive, per evitare che la tecnica divenga un giocattolo incontrollabile volto all'autodistruzione.
Con la rivalutazione di Aristotele ci auspichiamo che l'oggetto-strumento sia sottomesso al soggetto-uomo e non viceversa; ciò comporta una ripresa dei valori e dei punti di riferimento, quei paletti indispensabili per la ricerca della causa prima e quella finale; quella stessa causa, che in modo assoluto e certo, ci riconduce al bisogno dell'autenticità, che secondo Heidegger non può essere raggiunto mediante il calcolo occidentale poiché esso non offre alcuna salvezza a differenza del pensiero: non è inquietante che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica ma è profondamente inquietante che l'uomo non sia preparato a ciò.



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