Eduardo Ambrosio


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LA FONDAZIONE DEL '700

TERZIGNO Città > STORIA

La fondazione di origine religiosa del '700

SOMMARIO: La necessità di sviluppare una città, la parrocchia, i parroci e i doni della Chiesa dell’Immacolata Concezione, le altre parrocchie e rispettivi parroci di Terzigno, Le altre chiese di Terzigno.


La necessità di sviluppare una città

Nel 1739, il virtuoso Vescovo di Nola, mons. Trojano Caracciolo del Sole 22, visitando la parrocchia di Ottajano, considerò che quel popolo aveva molte chiese, mentre le campagne lontane ne difettavano completamente, onde numerosi contadini, oltre ad essere abbandonati e oberati di servitù feudali, non potevano assistere alla santa Messa nei giorni festivi, né avevano alcun aiuto spirituale, vivendo così nella totale ignoranza (con un linguaggio, soprattutto di donne e bambini, volgare e blasfemo esternato attraverso canzoni popolari - oggi recuperate come cultura popolare come ad es.: la Tammorra) dei misteri della nostra fede, e per di più morivano senza sacramenti e privi dell'assistenza del sacerdote 23.
Il Caracciolo pensò di sopperire alle necessità spirituali inviando subito in quelle campagne due Padri missionari della
Casa della Solitudine di San Pietro a Cesarano 24, perché istruissero quei buoni contadini, molto radicati nell'identità contadina con tutta la sua ritualità formale (uso degli stessi attrezzi, stessi bisogni) e temporale (la vita, molto in comune, veniva scandita dal ritmo delle stagioni e delle conseguenti produzioni agricolo, ad es.: 'o tiemp re pesiell'), nei primi elementi religiosi, e, nel contempo, progettava di costruire nella zona una chiesa onde provvedere stabilmente ai bisogni spirituali di quelle numerose anime; il risultato fu immediato e fruttuoso.
Il progetto, per paura di perdite nella gestione delle rendite (
una nuova comunità cittadina avrebbe prima o poi rivendicato una sua autonomia), fu subito ostacolato dal potere religioso e politico di Ottaviano che, mal vedendo il progresso del popolo di campagna, contestò l'iniziativa negando il suo aiuto. Ostacoli furono prodotti anche dai frati francescani del convento di San Gennaro di Palma, i quali vedevano nel progetto una probabile riduzione del loro abituale bacino di utenza da cui attingere elemosine.
Ma, nel 1740, il Vescovo ritornò personalmente in Ottajano, e dal Procuratore del Principe ottenne, temporaneamente, una casa di campagna, nella quale
mandò due Padri missionari, affidando ad essi la piccola Cappella di S. Francesco/Lorena, concorrendo per il loro mantenimento con cento ducati annui: i missionari furono il P. D'Agnello Cirillo ed il P. D'Angelo Bianco ed un laico, questi cominciarono il 16 maggio gli esercizi spirituali, che risultarono molto graditi e frequentati dai contadini.
Inoltre,
- scrive Don Francesco Catapano, nella sua monografia - i Padri missionari si portavano ora in una cappella ed ora in un'altra di quelle masserie per insegnare la dottrina cristiana e per amministrare i sacramenti, moltiplicandosi senza mai stancarsi, pur di offrire a quella popolazione il conforto spirituale, di far loro sentire e diffondere la parola del Signore; e alla fine licenziavano gl'intervenuti col canto di devote canzonette. Da quel tempo non si udirono più in quelle campagne canti profani, ma da per tutto si cantavano canzoncine sacre. La fatica maggiore però di questi Padri missionari era l'amministrazione dei sacramenti agli infermi e l'assistenza ai moribondi, che li obbligava a correre "notte e giorno tre o quattro miglia per volta or' in una parte or' in un'altra", specialmente nei mesi di giugno e di luglio di quello stesso anno, in cui vi furono molti casi di polmoniti letali.Il P. D'Agnello Cirillo si ammalò di bronco polmonite, per cui, scampato alla morte, fu dal Superiore richiamato alla solitudine del chiostro di S. Pietro.
Ma essendo morto il padre di un missionario di questa Congregazione corse falsa voce per Mugnano che il P. D'Angelo Bianco, che era rimasto solo nelle campagne di Ottaviano, fosse morto di stenti e di patimenti.
Allora i suoi fratelli si portarono in queste campagne ed avendolo trovato invece in buona salute, capricciosamente lo costrinsero, con minacce, a ritornarsene con essi. Sentendo ciò quel popolo accorse numeroso e con lacrime e preghiere lo scongiurò fino a notte avanzata a non abbandonarlo.
Il P. Bianco, commosso a tanta dimostrazione di affetto, promise che non sarebbe partito; ma il mattino seguente però, di buon ora, dovette unirsi ai suoi fratelli e se ne ritornò alla sua amata solitudine di S. Pietro.
Il Vescovo Caracciolo ignorava tal fatto, e quando ne fu informato dal Superiore di S. Pietro rimase addolorato.
Gli scrisse che avesse mandato un altro missionario a continuare l'opera, che con tanta spesa e sacrifici s'era cominciata.
Il Superiore però, per circa un mese non prese alcun provvedimento, perché né lui, né i suoi Padri credevano possibile tale fondazione; ma il Vescovo chiamò lo stesso P. Bianco e fece dire al Superiore che mandasse qualche altro missionario nelle campagne di Ottaviano, altrimenti vi avrebbe provveduto direttamente. Allora fu rimandato in quelle campagne lo stesso P. Bianco, il quale apri una serie di esercizi spirituali in quelle Cappelle, esortando il popolo a concorrere alla fondazione della casa e della chiesa.
Vedendo però che il popolo non era affatto proclive a concorrevi,
un bel giorno si licenziò con pubblico discorso, dichiarando che non aveva più cosa fare in quelle parti. A tale minaccia tutto il popolo addolorato pianse.
Fu allora che un Notaio con atto pubblico donò un moggio di terra, ed una donna donò un altro mezzo moggio, per fabbricarvi la casa e la chiesa; però aggravati da tanti oneri, che vi si dovette rinunziare, come avvenne, per ordine del Vescovo.


22. Nato il 21 ottobre 1685 (muore nel 1764) e discendente da un antico Casato napoletano; umile, si sentiva indegno presbitero, per sottrarsi agli onori del Casato si allontanò varie volte da Napoli; dedito ad attività di carità; colto, conosceva perfettamente il francese, il greco e l'ebraico e componeva versi in latino e italiano.
Alla morte del Vescovo di Nola Francesco M. Carafa (1737), il Nostro continuò l'opera del culto per Giovanni Duns Scoto e, contro la sua volontà, fu nominato, non ancora sacerdote, da papa Clemente XII Vescovo di Nola, dove iniziò l'Episcopato il 19 giugno 1738.
Una biografia completa ed accurata del Nostro è stata pubblicata nel dicembre 1996 da Giuseppe Boccia da Terzigno.

23. Dal 1215 al 1400, infatti, i fedeli dell'intera Terra d'Ottajano per ogni esigenza spirituale si dovevano recare alla parrocchia di S. Michele Arcangelo in Ottaviano, a cui appartenevano. Per il battesimo, che amministrato per immersione dai sacerdoti per i maschi e dalle diaconesse per le donne, invece, come prescritto, direttamente nella cattedrale di Nola unica fonte battesimale della Diocesi. Nel 1400 si costituì un piccolo battistero per ogni chiesa parrocchiale e il rito di immersione fu sostituito da quello attuale di infusione. Dai registri, in parte perduti, dei nati, dei matrimoni e dei morti della parrocchia di S. Michele Arcangelo in Ottaviano si possono rilevare i dati demografici della Terra d'Ottajano.
Nel 1973 chi scrive, studente universitario, nell'approntare la tesi di laurea in demografia storica, ha ordinato analizzato e catalogato i registri esistenti dal 1600 al 1800, producendo un interessante lettura dell'andamento demografico della Terra d'Ottajano.
Con i Bizantini e i Longobardi si diffonde ad est del Vesuvio il culto si San Michele, che da dominatore del fuoco dell'Inferno (culto garganico) diventa il vincitore del Vesuvio. Ottajano, con decreto unanime dell'assemblea cittadina il 15 aprile 1663, dichiarò San Michele suo patrono, tale assembra indicò l'8 maggio come data definitiva e non modificabile della festa (la stessa del Gargano, dove gli antichi riti connessi alla natura che fiorisce in primavera, permettevano di invocare la fertilità della terra, in Ottajano, la protezione delle vigne dalle piogge acide e dalla devastazione di "muroli et campe", nonché dalla carestia). I napoletani il 20 maggio 1691, inseguito a voto fatto in occasione del terribile terremoto del 5 giugno 1688, attribuirono a San Michele la "padronanza della città"; nella relativa solenne processione fu Giuseppe I Medici, principe di Ottajano, a portare lo stendardo, seguito 18 fanciulli vestiti da angeli e da 110 cavalieri, ciascuno con una fiaccola accesa.
Il tentativo da parte di alcuni Ottajanesi (proposta di don Vincenzo Barra, parroco primicerio della Chiesa si San Michele, spinti dal principe Giuseppe III Medici, di sostituire il culto di San Michele (che insieme alla Madonna del Carmine aveva protetto Ottajano dall'eruzione del 1660) con la "Vergine Santissima delle Tre Corone" (culto dell'agro sarnese, che aveva protetto Ottajano "nell'incendio vesuviano" dell'eruzione dell'8 agosto del 1779) trovò deciso dissenso tra la maggioranza dei cittadini e fallì .
A metà Settecento già si teneva, durante la festa patronale, la fiera di cavalli, asini e muli (nel 1922 ben 4190 capi) utilissimi soprattutto per il lavoro nelle vigne alle pendici del Vesuvio. Con la costruzione della scuderia di Palazzo Giuseppe III promosse, in occasione della fiera, corse di cavalli e, nella prima metà dell'Ottocento, divenne rituale anche la corsa degli asini, corse che insieme al palio della cuccagna ('o pal' 'e sapon') e gare di mangiatori di spaghetti divertivano i "galantuomini" spesso alle spalle dei contadini (i cafoni).
A partire dal XIX secolo dai ragazzi vestiti da angioletti in processione si passò, in sostituzione delle brevi azioni teatrali, volte a rappresentare "La caduta degli angeli ribelli" o la vittoria di San Michele su Lucifero, al "volo degli angeli" (pratica comune anche ad altri culti della zona come, ad esempio, a S. Brigida di Terzigno il Lunedì in Albis - anche se negli ultimi tempi è andata scemando), che resta la caratteristica principale della festa. Il "Volo", dopo l'unificazione nazionale, considerato sintomo di arretratezza, fu osteggiato dalle autorità - nel 1864 Miche de' Medici scrisse al Sottoprefetto di Castellammare. "Appena gli Ottajanesi sentono nominare l'Arcangelo Michele, si vedono i loro occhi molli di pianto … muta, squallida è riuscita la festa dell'8 maggio ultimo, perché mancante del Volo che rende entusiasti questi abitanti e nel contempo attira migliaia e migliaia di persone da Napoli e dai paesi circonvicini …". - tale avversione si protrae fino al 1960, ciò nonostante la tradizione è stata salvata. Da oltre un secolo sono i giovani Duraccio a interpretare il ruolo degli angeli, sicuramente perché il commercio multisecolare che la famiglia intrattiene con la Puglia ha solidificato il culto micaelitico. Dal 2008 è tornata la pratica di portare il santo nel Palazzo - quale atto di ossequio ai Medici, ritenuto da alcuni umiliane anche se da oltre cinquant'anni i Medici non ci sono più, anzi il Palazzo è diventato bene pubblico simbolo di legalità come sede del Parco Nazionale del Vesuvio.

24. Vecchio castello con una Chiesa dedicata a San Pietro in Mugnano del Cardinale del duca don Vincenzo dei Marchesi della Gioiosa; nel 1641, Padre Michele Trabucco, rifatta la Chiesa e riattata una parte del castello, ormai in rovina, vi fondò la Congregazione dei padri Missionari della Solitudine.



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LA COSTRUZIONE DELLA CHIESA: PRIMO NUCLEO CITTADINO


Fra quelle masserie lontane da Ottaviano vi era una proprietà terriera di Agostino Catapano, ubicata ai cosiddetti Catapani di Terzigno e pignorata dai creditori fino al 1662, di dodici moggia di terreno che, oberata da tanti debiti, da cinquanta anni nessuno aveva potuto comprare, chiamata "lo Terzigno". Al determinato Caracciolo parve idonea (esclamando: "E' questo quel campo che il Signore ha preservato a Gloria della sua Santissima Madre, perché vi germoglin frutti di non mai pensata pietà, e devozione alla Regina de' Cieli, ad allo spirituale profitto di tante Anime abbandonate") per il compimento del suo progetto; e ben presto, svolte le relative pratiche, s'indisse la pubblica asta, avviata, nel gennaio del 1742, dal procuratore Antonio Giuseppe de Luise.
La fase preliminare contempla la ridefinizione completa del bene in oggetto,eseguita, su disposizione del giudice Onofrio Scassa, dal tavolario del Sacro Regio Consiglio, Francesco Attanasio, con l'assistenza degli esperti di campagna locali Giuseppe Carillo e Nicola Bifulco.

La relazione, prodotta il 6 aprile 1742, rettifica i dati catastali antecedenti (determinati dall'ingegnere Carlo Pepe e immessi nelle sue due perizie tecniche del 10 novembre 1671 e 8 luglio 1679) e connota ex novo il terreno in questi termini: "a ponente la strada Ottajano - Scafati; a tramontana la strada vicinale, cha dalla strada pubblica conduce nei terreni situati nella parte inferiore; a levante i terreni di Carmine Minichino e di Aniello d'Arpaia; a mezzogiorno i terreni dei camaldolesi del Sacro Eremo di Nola, nettamente delimitati dal lungo filare di antichi piedi di cerque, lasciati anno per anno in tempo di puta, a capo di monaco".
Il terreno ha una consistenza di "
undici moggia, nove quarte, sei none e tre quinte, tutte abbandonate e piene di cespugli, di rostine e salici, tranne una piccola parte arbustata, vitata, fruttata e seminatoria, racchiusa in un moggio e un quarto".
Parte integrante sono anche "i traballanti resti murali di una abitazione diruta e il pagliaro coverto di cannuoli, con annesso un piccolo giardino e pochi alberi da frutta".
Il documento si chiude con la valutazione complessiva:
479 ducati e quarantasette grana, che comprendono 35 ducati a moggio sterile e 90 ducati a moggio fertile.
L'intera perizia viene notificata, nella seduta del 9 maggio 1742, al portiere del Sacro Regio Consiglio, Giovanni Battista Marino, ai creditori, Gabriele de Simone, Camillo Sanfelice, Francesco Portile, Domenico Ubaldino, Michele de Laurentiis, Giuseppe de Santis, Marcantonio de Fusco e Salvatore Casanova.
Su queste premesse il banditore del Sacro Regio Consiglio, Domenico Cinque,
attiva l'iter della vendita, dandone la massima pubblicità, in tre sedute preliminari, il 28 maggio, il 1° e il 4 giugno 1742, mediante l'affissione dei rispettivi manifesti nei soliti spazi consentiti della capitale, nelle sale del Sacro Regio Consiglio e della Regia Camera Alta.

Finalmente, verso la fine del 1742 (anno da considerarsi della nascita di Terzigno), comprò il fondo, iniziando subito i preparativi per la fabbrica.

Il Caracciolo, non avendo denaro in contanti, per il forte carico di pensioni, istruisce la pratica presso le autorità laiche ed ecclesiastiche per accendere un prestito a suo nome di 600 ducati presso la banca nolana della Chiesa e Monte delle Anime del Purgatorio, impegnandosi ad estinguere il debito in sei rate annuali di cento ducati.
Avuta la somma, l'avvocato della Curia, Antonio Giuseppe de Luise, presenta nella cancelleria del Sacro Regio Collegio l'offerta iniziale di 317 ducati e 6 grana, versati, come cauzione il 24 agosto 1472, nelle casse del napoletano Sacro Monte dei Poveri, per partecipare al prossimo incanto pubblico. Per la massima regolarità, si svolgono tre bandi ufficiali il 12, 17, e 20 settembre 1742, attraverso il banditore del Sacro Regio Collegio, Domenico Cinque.
Finalmente, il 27 settembre 1742, alla presenza dei componenti il Sacro Regio Consiglio, in seguito a deliberazione del presidente Nicola Fraggianni, allorché, su relazione del commissario Giuseppe Borgia, la candela dell'asta pubblica si estingue a favore del Caracciolo, che impegnando in tutto la somma di 400 ducati, comprensivi anche delle relative spese legali e dell'onorario di 7 ducati dovuti all'ingegnere Francesco Attanasio, diventa l'aggiudicatrio definitivo del bene,
prendendone possesso il 17 dicembre 1742; nell'occasione erano presenti il de Luise per il vescovo, Domenico de Marco, scrivano del Sacro Regio Consiglio, fungono da testimoni Arcangelo Guastafierro, Arcangelo d'Ambrosio, Domenico Catapano, Francesco Bianco e Carmine Bianco.
La masseria si presenta come descritta, la porta del pagliaio era chiusa, una donna fornisce la chiave, dentro vi si scorgono un ben ordinato cumulo di legname e vari attrezzi per la vendemmia; più internamente vi era un'altra porta chiusa con serratura la cui chiave, come riferiva una voce anonima, era in possesso di Aniello Arpaia in virtù del censo annuale si 20 carlini, da lui pagati ad un ignoto proprietario locale. Il decreto ufficiale di possesso del 28 dicembre del 1742 supera ogni tipo d'impedimento e inizia i lavori di coltura e di costruzione mediante l'impiego dei restanti 200 ducati.

Nel 1809, quando il re Giocchino Murat confiscò i beni ecclesiastici a beneficio del Comune, una metà della masseria diventerà proprietà comunale.

Nel maggio del 1743 il Vescovo Caracciolo si portò in una villa tenuta dai Padri Carmelitani Scalzi di Santa Tersa (la "Casa del Vescovo") e, il 21 luglio dello stesso anno, pose la prima pietra, benedisse il suolo destinato alla nuova chiesa, piantandovi la croce, e improvvisato un altare, celebrò solennemente Messa Pontificale, assistito del Decano, dall'Arcidiacono, dal maestro di cerimonie, dai seminaristi di Nola, dal clero d'Ottaviano e dall'Abate dei canonici Lateranensi di S. Maria Apparente.

S'incominciarono subito le fondamenta della casa da 7 stanze, la prima più larga e lunga da servire per pubblica Chiesa, finché non si fosse fatta la nuova, le altre all'uso monastico con sottostante cantina.
I
l Vescovo - scrive il Catapano - desiderava consacrare questa chiesa alla Vergine Immacolata e voleva fare un bel quadro per esporlo sull'altare alla venerazione dei fedeli. Intanto al P. D'Angelo Bianco, che assisteva alla fabbrica della chiesa, si presentò un pittore di Nocera, di oscura fama per cui non firmò l'opera, pregandolo di fargli dipingere il quadro, accontentandosi di qualsiasi compenso, professandosi devoto della Madonna. Il Bianco lo fece conoscere al Vescovo, il quale gli accordò l'incarico.
Quando il quadro fu terminato e dopo due anni fu portato a Terzigno tutti restarono estasiati in guardarvi l'Immagine dell'Immacolata ben disegnata e colorita, con un volto in cui gareggiano la bellezza , la maestà, la modestia, che ispira tenerezza, devozione e fiducia. Fu portato il quadro al Vescovo di Nola e fu da tutti giudicata opera portentosa, perché tutti sapevano che quel pittore fosse di assai modeste capacità 25.
Il Vescovo continuò, a sue spese, la fabbrica e compiutasi una parte della casa ed un comodo Oratorio, il 16 maggio 1746 fece innalzare il quadro dell'Immacolata
.
Alla fine dello stesso mese il Vescovo si portò di nuovo nella villa del Padri di S. Teresa ed il
17 luglio, benedisse solennemente tale Oratorio, accompagnato dal numeroso Clero di Ottaviano, fra le festive acclamazioni di quel popolo e lo sparo di molti fuochi.
La stessa Vergine poi manifestò quanto le fosse accetta questa nuova chiesa, facendosi vedere - secondo una credenza popolare - a chiaror di luna a due donne, accompagnate da un uomo, una sera, ad ora tarda, passavano di là. Esse videro sulla soglia della incompleta Cappella una bellissima giovinetta, coi capelli fluenti sulle spalle. Le si accostarono per conoscerla, ed ella se ne entrò: entrarono anch'esse e non la videro più. E perciò fu da tutti creduto che quella giovinetta fosse la Vergine Immacolata, che con tal visione volle mostrare quanto le fosse accetta la costruzione di quella chiesa in suo onore in quel luogo.
La partecipazione popolare fu continua e numerosa, e il Vescovo fece proseguire a sue spese (per lui:"fides omnia vincit"), impegnando ulteriori 1500 ducati, i lavori di costruzione della Cappella, nonostante il coevo forte impegno di 1000 ducati per riparare le gravi lesioni nella soffitta della cattedrale di Nola. Sicuro che, anche con il contributo popolare, sarebbe stata presto compiuta la casa, molto comoda, e la chiesa maestosa, bella ed ampia: e, secondo il disegno del regio Ingegnere D. Luca Vecchione, ne incominciò le fondazioni nel 1751.
Nell'anno 1752, sempre per questioni di rendite, alcuni ordini mendicanti fecero molte opposizioni alla costruzione di questa chiesa, ricorrendo all'illuminato 26, Re di Napoli Carlo III° di Borbone; il Caracciolo informò immediatamente e di persona il Re del bene spirituale che da questa iniziativa avrebbero avuto tante anime abbandonate in quelle campagne, ottenendo, anche se a certe condizioni, il permesso
di continuare la fabbrica.


25. Il quadro, sull'altare maggiore dal 17 luglio 1746, è stato restaurato recentemente e arricchito di ornamenti preziosi (con la fusione di oro offerto dal popolo tutto) e, il 4 dicembre 1996, in occasione del 250° anniversario, alla presenza di cinquemila terzignesi guidati dal Vescovo di Nola Umberto Tramma e dal Parroco don Vito Menna, in Vaticano è stato incoronato da Giovanni Paolo II. Evento documentato in "L'Immacolata Regina" di Giuseppe Boccia, 1997.

26. I Borbone governano nel regno di Napoli e di Sicilia, poi dal 1815 Regno delle Due Sicilie, dal 1701 al 1707 ancora collegati al trono di Spagna, ereditato, dopo l'estinzione degli Asburgo, dal nipote di Luigi XIV di Francia (il Re Sole) Filippo V di Borbone, a sua volta padre, nel suo secondo matrimonio con Elisabetta Farnese, di Carlo III che nel 1734 diviene re di Napoli e vi regna fino al 1759. quando, chiamato a reggere il trono di Spagna, lascia come re il figlio secondogenito minorenne Ferdinando IV. Quest' ultimo, che diventa Ferdinando I nel 1815, insieme ai suoi eredi, in ordine: Francesco I - Ferdinando II - Francesco II (Francischiello) governa quasi ininterrottamente (breve parentesi della Repubblica del 1799 e del decennio francese con Giuseppe Bonaparte e Giocchino Murat dal 1806 al 1814) fino al 1860 (quando con la Spedizione dei Mille di Garibaldi finì, dopo ben 13 secoli, il regno con Napoli capitale e il Meridione confluì nel regno d'Italia).
Con l'arrivo di Carlo III Napoli ampliò ancor più il suo respiro europeo, meta del GranTuor, illuminata, viva in ogni campo dello scibile, da ricodare Pietro Giannone (autore, già prima dell'arrivo dei Borbone, di un' ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI, salutata in tutta Europa come un monumento del pensiero laico e, con la repubblicana del '99 Francesca Pimentel, fece di noi napoletano quasi una nuova nazione), Luca Giordano (ebbe fama d'artista e ammirato in tutta Europa), Solimene nonché il filosofo e maestro di morale Gianbattista Vico. Da re Carlo le energie cittadine ricevettero un impulso di rara forza e qualità, energie che, più affievolite per la minore capacità dei sovrani e la forte presenza conservatrice feudale, poterono svilupparsi anche con i suoi eredi.

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EVENTI MIRACOLOSI RELATIVI AL QUADRO DELLA VERGINE IMMACOLATA

Il Vesuvio - riporta ancora il Catapano - era stato calmo fino alla fine di Novembre 1754, ma il 2 di dicembre dello stesso anno verso mezzogiorno con grande scuotimento di terra e di forti detonazioni aprì varie bocche sull'atrio, eruttando torrenti di lava di bitume, che uniti, si incamminarono nella valle delle Acquare per circa un mese, bruciando tutti i querceti, che erano in quei luoghi con gran danno della Università di Ottaviano, e giunta al Mauro con larghissima estensione, la lava s'incamminava verso la taverna dei Passanti. Atterriti i popoli circonvicini, e pel danno arrecato e per l'imminente minaccia ai loro fondi e abitazioni, ricorsero alla divina misericordia.
Il popolo di Ottaviano portò innanzi alla lava la Croce Santa e poi il SS. Sacramento; ma la lava non si arrestò. Anche Boscoreale e Boscotrcase vi portarono con processioni di penitenza, i loro santi protettori, ma inutilmente. Il Figliolo di Dio, Gesù Cristo, aveva riservato la gloria della liberazione alla Immacolata sua Madre.
Il P. D. Antonio Masucci amministratore di questa chiesa e casa, accompagnato dal popolo, che cantava devotamente le litanie e spesso ripeteva ab ira Vesuvii, libera nos, Domine, ai 19 gennaio del 1755 arrivò innanzi all'infuocato torrente, col venerando quadro dell'Immacolata, posandolo innanzi ad esso. Indi con un fervorino ravvivò talmente la fede in tutto quel popolo, che questo con copiose lacrime, domandò al Signore perdono dei peccati, pregando l'Immacolata ad intercedergli la grazia della liberazione. La lava come per incanto si arrestò in quel luogo e nel tempo stesso si arrestarono anche le altre diramazioni che impetuosamente correvano verso Boscoreale e Boscotrecase.
Tredici gironi dopo arrestata la lava sul Mauro - 1° febbraio 1755 - il Vesuvio per bocca superiore innalzò una nera nuvola di arene infuocate e pietre che caddero nell'atrio senza arrecare danno alle selve ed alle vigne. Il 17 dello stesso mese ed anno, poi, con forti detonazioni si aprirono due spaventose bocche, lontane cento passi l'una dall'altra, che eruttarono due torrenti di lava, i quali riunitisi si precipitarono nella valle delle cantine; ed al 21 dello stesso mese la lava giunse alle vicinanze della villa del Principe di Ottaviano, furiosamente precipitandosi verso quel nobile casino, ove soleva soggiornare Carlo III, Re di Napoli, quando andava alla caccia sul Mauro.
Allora il
Principe e la Università di Ottaviano ricordandosi della lava arrestata poco prima dalla prodigiosa Immagine di Terzigno, mandarono due notabili di Ottaviano a pregare il suddetto P. Masucci, che subito portasse la prodigiosa Immagine innanzi alla lava che stava per investire la villa e il casino, dal quale già si era levato il vino ed i migliori mobili. Ma perché pioveva il P. Masucci non voleva esporre il venerabile quadro di tela al danno che gli avrebbe arrecato la pioggia; però furono tante e sì premurose le istanze, che in quello stesso giorno, 21 febbraio, il P. Masucci ordinò subito una devota processione di circa trecento persone, accompagnata del Fattore del Principe e dagli eletti di Ottaviano. Due sacerdoti portavano il prodigioso quadro, e giunti innanzi alla lava che era già arrivata ai confini della villa (circa 8 passi dal casino), lo posero sopra una botte. Il P. Masucci con fervorose parole ravvivò la fede in tutti quelli che erano presenti, li eccitò alla contrizione ed ha pregare con viva fiducia. Poi per timore della lava e della pioggia, ordinò che la venerata Immagine fosse trasportata nella Cappella del vicino Casino. Ma per quanta diligenza e forza si fosse usata non fu possibile aprirne la porta, e si aprì solo quando cessata la pioggia si ordinò la stessa devota processione per ricondurre l'Immagine della Vergine nella sua chiesa. Con tal prodigio la Vergine Immacolata mostrò a quel devoto popolo che il suo altare era quello di Terzigno e che aveva ottenuto a quel popolo la grazia implorata.
Infatti, arrivata la lava a pochi passi di distanza dal luogo ove avevano deposto la cara Immagine sulla botte, improvvisamente si fermò, estendendosi ai lati a modo di semicerchio. Il suo arresto però non avvenne lentamente come suole avvenire, ma con fronte ben alto in atto di traboccare e correre più miglia. Fatto memorabile questo arresto, perché si videro correre colla velocità di prima sulla lava fermata cinque o sei grandi piene di lava che si arrestarono nell'avvicinarsi alla prima e così successivamente tutte le altre.
Seguitando però il Vesuvio a minacciare il popolo di Ottaviano, questo per paura di maggiori danni due giorni dopo accompagnato da altri sacerdoti in processione di penitenza portò nello stesso sito i propri Santi protettori. S
i ebbe però con grande meraviglia ad osservare la lava fermata e talmente indurita e fredda che la massima parte delle genti accorse si sedé sopra la lava per ascoltare la parola dei sacerdoti.
Il popolo di Terzigno, che aveva veduto coi propri occhi il prodigio dei giorni precedenti, conobbe il gran beneficio apportato alle proprie campagne, e ne ringraziò vivamente la sua celeste liberatrice.
Vi fu anche chi promise alla Madonna, per il fabbricato della sua chiesa, la metà del vino che avrebbe raccolto nella propria vigna nell'anno futuro. Tutti si infervorarono nella devozione dell'Immacolata e nella venerazione dei quella prodigiosa Immagine.

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LA REALIZZAZIONE DELLA CHIESA DELL'IMMACOLATA

Da tal prodigio i missionari presero opportuna occasione di cominciare la nuova chiesa tra l'entusiasmo di tutto il popolo, che si offriva volontariamente a concorrervi come meglio poteva. Nei giorni festivi uomini e donne di ogni età e condizioni si radunavano, le donne nella Cappella e gli uomini nella piazzetta davanti, e dopo aver cantato devotamente il santo Rosario ed altre canzonette, guidati dal P. Masucci si ordinavano in devota processione, sotto lo stendardo della Immacolata, e per circa un miglio di strada andavano cantando le Litanie fino alla cava di Santa Teresa. Ivi ognuno si caricava di una pietra secondo le sue forze, o caricava il carro o l'animale che guidava, e collo stesso ordine ritornavano per deporre quel materiale dove doveva fabbricarsi la nuova chiesa.
Fu fatta così una sufficiente provvista di pietre, calce e pozzolana: mancava però il danaro per pagare gli operai e l'offrì il Vescovo Caracciolo, e subito si diede principio alla grandiosa chiesa, le cui fondazioni si erano fatte nell'anno precedente 1754.
Il
lunedì santo 1755 su disegno dell'Ingegnere D. Luca Vecchione s'incominciarono ad alzare le mura che raggiunsero ben presto l'altezza di circa trenta palmi napoletani.
Il
disegno di progetto: nel mezzo vi è un gran cerchio che è quadripartito da quattro grossi pilastri ben lavorati; dietro i due pilastri che sono ad oriente si va nel presbiterio ed ai loro fianchi si alzano due mura diritte, in uno dei quali v'è la porta della sacrestia sopra della quale vi è il coro per la musica, nell'altra vi è anche una simile porta sulla quale v'è il pulpito e per essa si entra in un'altra stanza per la quale si scende nel Cimitero. Dopo di questa porta vi è un largo spazio semicircolare. Dietro agli altri due pilastri, che guardano a mezzogiorno e quelli che sono a settentrione, sono altri due spazi semicircolari, ai quali mancano le due diritte muraglie; e in quello un poco più lungo è situato un maestoso altare, negli altri più corti vi sono posti due altari più piccoli. Quivi sono due porte consimile alle altre, che evitano ai sacerdoti, che devono celebrare in questi altari, d''attraversare il centro della chiesa.
Dinanzi poi ai pilastri, che guardano l'occidente, è uno spazio rettangolare, di fronte al quale è la porta della chiesa ed ai lati vi sono altre due porte che corrispondono alle suddette. Per una si entra nell'Oratorio ove nei giorni festivi s'insegna la dottrina cristiana ai bambini, l'altra eretta in un stanza per riporvi i banchi, sedie ed altri arredi. Dalla porta della chiesa fino al termine del presbiterio vi sono cento palmi di lunghezza, e dall'una all'altra Cappella laterale vi sono ottanta palmi di larghezza.
La Chiesa è formata con tale simmetria, che in qualunque parte uno si ferma la mira tutta e può sentire la musica, la predica ed assistere a qualunque funzione vi si faccia.
Nel 1756 si fermarono le mura all'altezza di cinquanta palmi, lavorate con ben concertati pilastri di rinsaldo, in mezzo ai quali sono incavate nicchie per riporvi statue e terminano tutte in giro con un maestoso e nobile cornicione. Sui quattro pilastri di mezzo si alzano quattro grandi archi in perfetto semicerchio. Si costruirono prima le tre volte sullo spazio rettangolare; poi la scalinata per salire alle tre camere corrispondenti alle stanze a pianterreno ed un'altra molto più grande divisa con arco, con due camerini, per abitazione del Vescovo quando vi si porta per qualche mese. Sia questa che quelle sono coperte a volta.
Alla
fine di settembre 1757 si compirono le volte delle Cappelle laterali al presbiterio, che sono a coccia, e si unirono ai grandi archi con un bellissimo intreccio. Su questi è eretta la maestosa cupola.
Si ricavò la porta del Cimitero
(prima defunta fu, nel 1805, dopo l'elezione a parrocchia, Maria Antonia Giugliano) che sta sotto al presbiterio: essa è luminosa, perché di straordinaria altezza ventilata ed asciutta. I cadaveri degli uomini, delle donne e dei bambini restano separati.
Compiuta così la maestosa chiesa Monsignor Caracciolo ordinò che subito si adornasse e si corredasse di tutto ciò bisognava per poterla aprire e benedire solennemente nell'anno seguente 1758, (l'8 settembre) come fece.
L'opera riuscì graditissima alla Vergine Immacolata
- conclude il Catapano - la quale fin dal principio mostrò il suo gradimento, e continuamente lo mostra a quel popolo devoto, impetrando ad esso le grazie che le chiede. Non si può descrivere la pietà, la devozione e la fiducia di quel popolo verso la prodigiosa immagine: non si possono narrare tutti i portentosi benefici che da Essa ricevono giornalmente. Testimoni ne sono molti quadri votivi in tela, preziosi drappi, trecce di capelli donneschi, ex voti in argento e oro, collane, anelli, orecchini d'oro e d'argento che vengono offerti di continuo. Con vari doni preziosi fu fatta una ricca corona di argento, che oggi adorna il capo della Vergine e delle stelle di argento massiccio che guarniscono il manto.

Il 26 agosto 1750, a Mugnano del Cardinale, nella sede della Congregazione della Solitudine di San Pietro a Cesarano, alla presenza del notaio Antonio Ruoppolo, mons. Trojano Caracciolo del Sole, pago degli ottimi risultati raggiunti nella promozione della vita spirituale a Terzigno, stila il suo testamento spirituale: previa promessa solenne, pronunciata dalla controparte, di continuare in perpetuum l'opera di assistenza religiosa a favore della popolo di Terzigno, egli sancisce con atto pubblico il passaggio di tutti i suddetti beni a favore dell'ordine, rappresentato al momento, dal rettore Pascale Bianco e dai confratelli Giovanni Guerrieri e Aniello Cirillo, produttori della delega asseverativa rilasciata dagli altri due confratelli assenti, Francesco d'Argenzio e Ludovico Giordano.

Sicuramente il senso di identità e di appartenenza, come comunità cittadina, si svilupperà intorno alla chiesa dell'Immacolata voluta da questo
grande Vescovo, per il qual motivo lo si può definire senz'altro il fondatore di Terzigno.

Al Caracciolo, anche se tardivamente (solo il 7 dicembre 1991 27), l'Amministrazione Comunale, su iniziativa del parroco don Vito Menna, dedicherà la piazza principale del paese (già Piazza Vittorio Emanuele III°), ponendo, sulla facciata della chiesa al centro della piazza, la seguente lapide:

D.O.M.
TERZIGNO
MEMORE E DEVOTA
TRAMANDA AI POSTERI
IL NOME SANTO E LE OPERE
DEL SUO PIO FONDATORE

TROIANO CARACCIOLO DEL SOLE
VESCOVO


CHE AMO' QUESTA TERRA
RIARSA MA SEMPRE RISORTA
COL DURO FECONDO LAVORO
DEI SUOI INTREPIDI FIGLI
CUI DONO' QUESTO TEMPIO
ALLA VERGINE SACRO MONUMENTO
E FARO DI FEDE

LA COMUNITA' GRATA
POSE
TERZIGNO, 7 DICEMBRE 1991





Da ricordare anche il vano tentativo, dopo l'autonomia amministrativa del primo Novecento, dell'Amministrazione podestarile fascista di inserire nello

Stemma Civico

un ricordo dell'opera del Caracciolo; infatti, la richiesta dello stemma alle autorità competente, descritto in ogni suo particolare, recitava:
Traversato da una fascia tricolore (perché sotto il regime costituzionale Terzigno fu separato da Ottajano, e ciò nel 1917), con la scritta Ter - Ignis (cioè terra ignio, ovvero ter - ignis perché tre volte distrutta dal fuoco del Vesuvio).
Tra le parole ter e ignis è il fascio littorio.
In alto da una parte una corona di dodici stelle e in mezzo la data 1742; indicante l'anno in cui fu eretta la chiesa parrocchiale in Terzigno sotto il titolo della S. S. Vergine titolare del paese; dall'altra parte un tralcio di vite ed un grappolo di uva nera significante la raccolta predominante e la produzione di vino; in basso il Vesuvio in eruzione.
I componenti la commissione araldica napoletana, il prof. Nicola Barone (presidente), il barone Garofalo, il conte Pagliano, il duca di Vastogirardi, il conte Filangieri, V. del Balzo di Caprigliano, G. dei Marchesi de Montemayor, il prof. Antonio Padula, il marchese di Sitizano (segretario), nella seduta del 20 gennaio 1928, con superficialità, senza comprendere correttamente il significato umano di quell'anno, ritennero "poco significativa la corona di dodici stelle con la data 1742", per cui bocciarono l'autorizzazione alla riproduzione e si limitarono a suggerire, sulle parti restanti del modello presentato, alcune "modificazioni" cromatiche, così prescritte: .
D'azzurro alla fascia d'argento accompagnata in alto da un grappolo fogliato d'uva nera e in punta da Vesuvio in eruzione: il tutto al naturale. Il capo tripartito di verde, d'argento e di rosso; l'argento al fascio littorio di nero posto in palo. Motto Ter - ignis.
Con le ornamentazioni prescritte dal regolamento.



27. Nell'occasione venne pubblicata, cura del parroco don Vito Menna, la Commemorazione del Caracciolo di Andrea Ruggiero.

La parrocchia, i parroci e i doni della Chiesa dell'Immacolata Concezione

La chiesa che, da quanto sopra descritto, è un edificio con pianta centrale a croce greca, originale nel disegno e mirabilmente proporzionato in tutte le sue parti, rispecchia il movimento architettonico di funzionalità per uno specifico scopo del Settecento napoletano (i cui maestri furono personaggi come il Gioffredo, il Fuga, il Vanvitelli, ecc.), verso la fine del 1804, dopo una lunga conduzione di un Economo Curato dei Padri di San Pietro a Cesarano, fu eretta parrocchia, da Mons. Vincenzo Maria Torrusio, Vescovo di Nola

Per una conoscenza approfondita in ogni suo particolare architettonico ed artistico del tempio visionare le pubblicazioni:
La chiesa dell'Immacolata di Terzigno a cura del parroco don Vito Menna, 1990 e L'Immacolata Regina di Giuseppe Boccia, 1997.

I parroci dell'Immacolata cronologicamente sono:

  • Il I° Don Giovanni Leonardo Salvati da gennaio 1805 al 12 giugno 1815.
  • Il II° Don Ignazio Boccia dal 5 novembre 1824 all'11 gennaio 1846; è tradizione che egli costruì le due stanze che sono sulla sacrestia e la scalinata per accedere all'organo e al campanile.
  • Il III° Don Agnello Bifulco dal 4 marzo 1847 al 31 ottobre 1872; da lui fu fatto l'organo nuovo strumentale con l'orchestra sulla porta della chiesa, un parato bianco artisticamente ricamato in oro e seta ed altri arredi.
  • Il IV° Don Domenico Bifulco dal 1° maggio 1873 al 29 dicembre 1893, fece molti arredi sacri e biancheria.
  • Il V° Don Vincenzo Citarella dal 30 maggio al 17 novembre 1906.
  • Il VI° Don Francesco Catapano, dal 5 febbraio 1907 al 1° luglio 1932; arricchì la chiesa di molti arredi sacri e di una nuova campana, l'ha pavimentò in marmo e restaurò con un nuovo prospetto (facciata in stucco ove fu scritta la dedicazione: "Questo tempio è restaurato in onore della fanciulla che fu immune dalla colpa" (successivamente modificata fino all'attuale: "NOXAE PRIMAEVAE IMMUNI RESTAURATUM A.D. MMIII"), e, più in basso, furono ricavate due nicchie nelle quali vi si collocarono le statue di Giovanni Duns Scoto e Tommaso d'Aquino, due filosofi, teologi e santi sostenitori della verginità della Madonna). In questi anni si iniziò, in seguito alla eruzione del '29, la costruzione nell'area adiacente la parrocchia (in Via Don Bosco - 'o vich' 'e Pezzoll') dell'asilo parrocchiale.
  • Il VII° Don Vincenzo Riccio dal 15 settembre 1932 al 10 novembre 1938, già vice-parroco, continuò ad adoperarsi per il completamento dell'asilo parrocchiale e, per fornire una guida ai fedeli, promosse l'arrivo delle Suore Salesiane (la casa si aprì il 14 gennaio 1932, con 5 suore), che diedero vita all'Oratorio, al Laboratorio (soprattutto ricamo) ed all'Ausilio, negli anni sono state aggiunte come attività una scuola materna, un centro giovanile a vocazione fortemente sportiva tuttora funzionanti.
  • L'VIII° Don Antonio Rossi dal 1° luglio 1939 al 5 marzo 1955, si adoperò per la risoluzione dei contrasti per la costruzione del cimitero, incentivando anche la costruzione del muro di cinta (foto pellegrinaggio a Pompei del 1950 con mia nonna paterna).
  • Il IX° Don Luigi Prisco dall'8 marzo 1955 al 31 ottobre 1971, il parroco della mia infanzia, non sempre molto impegnato, ma riuscì, attraverso la delega a validi collaboratori, ad attivare molto bene l'Azione Cattolica.
  • Il X° Don Vito Menna dal 1° aprile 1972 a settembre 2012, ha effettuato varie opere come l'adeguamento dell'abside e delle cappelle laterali (con qualche mortificazione artistica) alle norme conciliari, il nuovo ufficio parrocchiale, elettrificazione delle campane, restauro della statua dell'Immacolata, e del quadro (al quale, poco artisticamente ma molto significativamente, sono stati apposti degli inserti in oro fuso con oggetti offerti dal popolo) corposo restauro dell'intero complesso nel 1989, un discusso complesso sportivo e il maestoso portale del locale Maestro Salvatore Emblema. Tuttavia nella foga dei lavori di ristrutturazione sono stati coperti i pregevoli stucchi veneziani delle pareti, è stata abolita la preziosa balaustra il cui materiale è stato, però, intelligentemente recuperato per il trono, per fortuna, per divieti della Sovrintendenza, infine, non è stato possibile toccare il pavimento perché i lastroni sono pregiati in quanto tagliati a mano.
  • L' XI° Don Antonio Fasulo nativo di Cicciano insediatosi a Terzigno il 30.9.2012.



I doni (riportati sempre nella monografia del Catapano):
- Il Principe di Ottaiano, Don Luigi de' Medici, donò a questa chiesa un bellissima statua dell'Immacolata che, secondo la tradizione, era stata realizzata per la reggia di Napoli, ma non fu accettata dalla corte perché aveva il gozzo.
- Il Cav. D. Vincenzo Pagano donò a questa chiesa un artistico e maestoso Ostensorio di argento ed una maestosa lampada in argento; lasciò pure la rendita per l'olio giornaliero, che dai suoi eredi si è pagata fino al 1898 al Parroco D. Domenico Bifulco. Tale famiglia oggi si è estinta.
- Il Reverendo D. Giuseppe Bifulco col testamento rogato dal Notare Gionti del 19 giugno 1904 donava al parroco di questa chiesa pro tempore un moggio di vigna alla contrada Iunni per tenere in perpetuo accesa in tutto l'anno la lampada innanzi al venerando quadro dell'Immacolata.

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LE ALTRE PARROCCHIE :

S. ANTONIO

Fin da tempi remotissimi (intorno al 1400), nella zona più a monte di Terzigno, vi era una piccola cappella dedicata a S. Antonio di Padova, ove, dal 1810 (prime indicazioni), dopo una ulteriore ricostruzione, si celebrava solo il 13 giugno. Nel 1840 fu chiusa, perché cadente: notizie dei primi del Novecento parlano dell'esistenza di solo pochi ruderi.
Nell'anno 1914, il Rev.do D. Costantino Salvati pensò di riedificarla, ampliandola e col concorso del popolo e il 24 maggio dello stesso anno, delegato dal Vescovo Diocesano D. Agnello Renzullo, il Rev.mo D. Giovanni Menichini, Canonico Teologo della Cattedrale di Napoli, vi pose la prima pietra.
S'incominciarono subito le fondazioni della cona, si elevarono e restaurarono le mura dirute, si coprì la cona con volta e nel maggio 1915 il resto con trave di ferro.
Il 13 giugno dello stesso anno, sebbene incompleta, fu benedetta dallo stesso Canonico Menichini e aperta al culto. Successivamente, sempre dal Salvati, fu completata e corredata da una casa parrocchiale e da una scuola materna.
Il Vescovo di Nola Mons. Egisto Domenico Melchiorri, il 7 ottobre 1931, elesse la chiesa di S. Antonio a seconda parrocchia di Terzigno.
La chiesa è stata arredata con la statua del santo, donata nel 1916 da Raffaele Auricchio; con il crocefisso e la statua dell'Addolorata, donati nel 1932 da Francesca Menichini; con la statua dell'Immacolata, donata nel 1933 da Amelia Padovano.
Il 7 ottobre 1956, giunsero per svolgere apostolato le
Suore di S. Giuseppe di Pinerolo (sistemate inizialmente in canonica e poi, dal 1958, nell'attigua sede propria a sua volta ampliata nel 1960 e nel 1975), che diedero vita all'Oratorio, al Laboratorio (soprattutto ricamo) ed all'attività di scuola materna e di un centro giovanile tuttora funzionanti.

Infine, nel 1975, ad opera del parroco attuale D. Salvatore Di Giuseppe con il fattivo aiuto di Michelina e Antonio Fabbrocini e del popolo, sono stati costruiti il campo di palla a volo, la sede del circolo sportivo con piste per le bocce, ed stata restaurata la casa canonica insieme all'intero complesso con un opportuno allungamento della Chiesa.

La chiesa è stata retta di seguenti parroci:

  • Il I° Don Costantino Salvati dall'11 aprile 1932 al 31 agosto 1971.
  • Il II° Don Antonio Vivenzio dal 5 settembre 1971 al 30 settembre 1973.
  • Il III° Don Salvatore Di Giuseppe dal 1 ottobre 1973 in carica



S. M. DEL CARMINE

La chiesa è situata nella zona a valle di Terzigno, in località Boccia al Mauro. Essa è la terza parrocchia di Terzigno, eretta nel 1954 dal Vescovo di Nola Mons. Adolfo Binni.
Nel 1864, in seguito all'abolizione e alla spoliazione degli ordini religiosi attuate dal Governo unitario, il
P. D. Vincenzo Boccia, religioso eremitano di S. Agostino, si ritirò nella casa paterna sita nel Rione Boccia al Mauro, presso il fratello magistrato. Egli, considerando che gli abitanti di quel Rione - denominato anche "Scocozza" dalla produzione di zucche - e dei limitrofi Caprai, S. Felice e altri non avevano chiesa vicina (la chiesa parrocchiale distava circa tre chilometri) e che perciò buona parte di loro non assistevano alla messa festiva, per non lasciare le loro case sole, pensò di riparare a tale disagio e, nel 1867, su una piccola area - sita sulla strada provinciale, che da S. Giuseppe mena ai Passanti - dove spontaneamente volontari muratori avevano delineato una rozza costruzione e dove già da anni - dal 1810 circa - le poche famiglie del rione si riunivano per la recita del rosario, a sue spese, costruì una cappella ben architettata, lunga metri 15, e larga circa 5 metri, l'adornò di stucchi, ne pavimentò il presbiterio di marmo, vi pose un altare di marmo, e divise il presbiterio con artistica balaustra di ferro fuso; vi fece tutti gli arredi necessari e l'aprì al culto col permesso dell'ordinario Diocesano Monsignor D. Giuseppe Formisano e nel 1869 la dedicò a Maria Santissima del Carmine.
In seguito alla morte del padre Vincenzo Boccia, la chiesa rimase senza la guida di un sacerdote, sporadicamente provvedevano ad una minima assistenza religiosa sacerdoti della vicina parrocchia di Terzigno - si ricordano don Peppino Mautone e don Rolando Tramontano da Brusciano - solo successivamente giunse un sacerdote stabile - don Pellegrino Montella da Schiava - che completò la costruzione con la casa canonica. Nel dicembre del 1953 la chiesa fu eretta a parrocchia.
L'attuale parroco Don Michele Boccia ha ampiamente restaurato la chiesa e l'unita scuola materna.

La chiesa è stata retta di seguenti parroci:

  • Il I° Don Alfredo Muoio dal 16 luglio 1954 al 31 maggio1969.
  • Il II° Don Michele Boccia dal 1° giugno 1969 in carica



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Le altre chiese di Terzigno:

S. MARIA PATERESE, S. FRANCESCO, S. FELICE, S. BRIGIDA DI SVEZIA, S. CUORE


La chiesa di Sancta Maria Paterese o Paucerensis 28 , costruita intorno al Mille (figura in: un diploma/atto, a nome Principe di Capua Giordano - figlio del Principe Riccardo scomunicato da Papa Gregorio VII a causa di violazioni territoriali alla conquista di Napoli e Salerno - di donazione di varie chiese del 1087; un secondo diploma di donazione dal Vescovo Sassone di Nola all'Abate del Convento di San Lorenzo in Aversa, del 1093; una Bolla del Papa Innocenzo III del 1215; un altro diploma di permuta del 1323, con il quale perviene a Bernardo Caracciolo del Sole, e in un documento angioino del 28 marzo 1337), è ubicata alle Valloncelle di San Marco in località Taverna al Mauro, è il più antico luogo di culto di Terzigno. Nel 1300 fu ampliata la chiesa e l'annesso monastero; nel 1500 fu distrutta da un alluvione di pozzolana.
Nel
1953 fu scoperta per caso da Angelo Bianco e nell'anno seguente, con una campagna di scavo, fu portata alla luce: si rinvennero due ossari stracolmi sotto e a lato della chiesa, 36 monete aragonesi del XV secolo.
Allo stato rimane qualche rudere ed un frammento di affresco raffigurante Madonna col Bambinello benedicente che, donato dal Bianco, si conserva in una teca, a sinistra entrando, nella Chiesa dell'Immacolata.

La chiesa di
S. Francesco o Lorena, molto piccola ("non più lunga che sedici palmi, larga dodici, e poco alta") con annesso convento, è la prima di Terzigno, situata nella zona a valle (nei pressi di Caposecchi), denominata "Masseria S. Francesco", fu voluta, verso la fine del '500, dalla terziaria francescana Iolanda di Lorena per il bene spirituale di quei fedeli sparsi nelle lontane campagne.
Attualmente restano tre stanze al primo piano, che furono la sede dei Padri Missionari di S. Pietro a Cesarano nel 1740 e sull'ingresso principale si nota una grossolana croce realizzato con lo stesso intonaco.

La chiesa di
S. Felice è situata nella zona a valle (nei pressi di Boccia al Mauro a quota 69 metri s.l.m.), denominata "Masseria S. Felice", il complesso edilizio è molto diroccato e abbandonato, le cantine due giganteschi torchi del 1700, la tradizione parla dell'esistenza di una chiesetta dedicata al Santo, martire e Vescovo di Nola, del quale rimane, incorniciato rozzamente da uno intonaco quasi ovale, solo un medaglione a bassorilievo e a mezzo busto dipinto ad olio, sulla parete dell'entrata. Sono ammirabili due sculture in pietra che ricordano vaghe e deformi figure femminili 29.

La chiesa di
S. Brigida di Svezia (1303 - 1373), nelle competenze liturgiche della parrocchia di S. Antonio, è una piccola cappella molto semplice situata nella zona alta (lungo la SP Ottaviano/Boscoreale, in località Pagliarone) è stata costruita verso la fine del Settecento, nel 1930, grazie a donazione di un terreno da parte di Pasquale Avino, fu aggiunta la sacrestia; nel 1975 il parroco di S. Antonio (da cui dipende liturgicamente), D. Salvatore Di Giuseppe, l'ha restaurato radicalmente adeguandola alle nuove norme conciliari. Nel lunedì dell'Angelo si tiene la festa annuale con una importante e seguitissima gara pirotecnica, in ricordo della donazione da parte di Gaetano Pagano della statua della Santa avvenuta nel lunedì di Pasqua del 1850.

Di relativa recente costruzione, la chiesa del Sacro Cuore, insieme all'Opera Sociale Fabbrocini, è situata nella zona a valle nel Rione Miranda, è stata voluta nel 1973 dalla famiglia omonima. Il complesso, nelle competenze liturgiche della parrocchia Immacolata, è tenuto dalle Suore Catechiste del Sacro Cuore a cui i fondatori lo donarono il 24 aprile 1974. Esse danno vita all'Oratorio, al Laboratorio (soprattutto ricamo) ed all'attività di scuola materna, di doposcuola e di un centro giovanile.


28. La storia ricca di ogni particolare è raccontata da Giuseppe Salvatore Boccia nell'Appendice della pubblicazione del 1990: "La chiesa Immacolata di Terzigno". Curata dal parroco don Vito Menna.
Nel 2004, Angelo Massa ha pubblicato sul sito un lavoro accurato ed approfondito, corredato da tutta una serie di dati tecnici, dal titolo " Terzigno - Santa Maria Paterese , storia di una chiesa". Ulteriori notizie sono nel volumetto di Angelandrea Casale e Ennio Gallo dal titolo "Boscoreale chiesa di Santa Maria Salome, significato di un restauro" del 1992.

29. Si può, attingendo dalle antiche culture contadine, ipotizzare che queste piccole sculture femminili, deformate dalla maternità, testimoniano il bisogno dell'uomo di identificarsi con al natura delle immagini delle veneri preistoriche, quali simboli della fertilità, con la funzione di proteggere la fertilità dei luoghi (funzione apotropaica, che, per magia, allontana le forze maligne, e, contemporaneamente, assicura l'unione delle forze benefiche e consente all'uomo di non perdere il contatto con la natura ).




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