Eduardo Ambrosio


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COSTITUZIONE ITALIANA la sua unicità nella bellezza

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COSTITUZIONE ITALIANA la sua unicità nella bellezza

Sono stato sempre molto portato a conoscere, approfondire e diffondere la Costituzione italiana forse perché nel mio DNA alberga una forte appartenenza, in quanto uno dei responsabili della bellezza del testo è un Baldini, mia madre è una Baldini.
Precisamente si tratta del saggista Antonio Baldini, che insieme al critico letterario Pietro Pancrazi affiancarono l'insigne latinista Concetto Marchesi nel delicato incarico - affidatogli dall'Assemblea Costituente - di rileggere gli articoli uno ad uno e garantire la qualità letteraria del testo: bellezza delle parole, fraseggio, ecc.

Il risultato è che la Costituzione italiana offre un esempio anche di stile letterario, in termini di sobrietà, di eleganza, di proprietà lessicale.
Inoltre, mi piace iniziare con questo argomento sia per stabilire una sorta di continuazione con quanto trattato lo scorso anno e cioè: "Percorso storico sulla evoluzione del dettato costituzionale repubblicano in occasione del 70° anniversario della Repubblica Italiana"; sia perché, a fine estate, ho partecipato alla presentazione di Vittorio Sgarbi del libro: "La Costituzione e la Bellezza", evento che mi ha ulteriormente stimolato e incoraggiato e dove ho attinto a piene mani per questa conversazione.
Costituzione, quale opera che ha qualcosa di sovraumano (De Maistre pensava che le costituzioni fossero opera della Provvidenza ed Hegel dello Spirito incarnato nella storia), resta lo strumento attraverso il quale ci diamo una forma di vita comune (Croce, da laico, nel '46, invocava l'ispirazione divina) ed è fatta per valere nei confronti degli stessi (fuori dal bozzolo dei propri interessi e volti al bene di tutti) che la fanno.

Noi italiani abbiamo un'identità debole, sfocata. Quanto ci divide è ben più di quel poco che ci unisce.
Dipende, naturalmente, dalla storia: nel corso dei secoli ha scolpito un paese di corporazioni e camarille, ciascuna con le proprie leggi, con i propri privilegi.
Dipende dalla frattura mai sanata fra il Nord e il Sud del nostro territorio - anzi negli ultimi lustri - all'eterna Questione Meridionale si è affiancata una Questione Settentrionale non meno lacerante.
Dipende infine dalla politica rissosa e muscolare che rappresenta il solo lascito della cosiddetta Seconda Repubblica, il solo attributo che si mantiene indenne mentre in lontananza s'avvista un nuovo ordinamento.

Che ci rimane allora? Dov'è il filo che ci lega?

Innanzitutto nella Costituzione, benché gli italiani per lo più la ignorano. O almeno nella Parte I, che non a caso è rimasta impenetrabile ai progetti di riforma via via concepiti dai politici di ogni schieramento. Essa rappresenta il ponte fra le generazioni, un collante fra passato e futuro.
La Repubblica dell'articolo 1, la Repubblica pacifica dell'articolo 11 che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, è Giuseppe Mazzini; lo "spirito democratico" che, secondo l'articolo 52, deve presiedere alla ricostruzione dell'esercito, è Giuseppe Garibaldi. Nell'articolo 8, che proclama tutte le confessioni religiose "ugualmente libere davanti alla legge", par di riconoscere la voce di Camillo Cavour; dall'articolo 27, che abolisce la pena di morte, parla Cesare Beccaria.

Ciascuna Costituzione è soprattutto un documento culturale della specifica nazione: quello italiano si distingue da tutti gli altri perché c'è la bellezza, l'educazione al bello, la capacità di plasmarlo in nuove fogge, nel passaggio delle generazioni. Questo è il genio italico da cui deriva un patrimonio artistico senza eguali al mondo.

La Carta costituzionale italiana è una sorgente di bellezza, oltre che la prima fonte del diritto. C'è infatti una dimensione estetica, che vibra in quegli articoli di legge; c'è un'idea del bello che a sua volta è figlia della nostra storia, della nostra tradizione. Disvelarla significa sollevare un velo su ciò che abbiamo sotto gli occhi, e non sappiamo più vedere. Significa, quale forma di umanesimo, rivelare un patrimonio, un gusto artistico, una sensibilità formale che tutti gli altri popoli invidiano al popolo italiano. Forse l'unico tratto nazionale di cui possiamo ancora menar vanto.

In quelle smilze dichiarazioni normative sorge tutto un paesaggio umano e naturale. C'è un vissuto comune, che tuttavia s'innerva dalle vite degli italiani illustri. Dalle loro opere, dalle loro arti. Ecco, l'arte! A leggere la Costituzione in controluce, v'occupa uno spazio ben più esteso di quello ritagliato dall'articolo 33 ("L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento").

Anche il nostro patrimonio artistico, del resto, si riflette in tutta la intelaiatura della Carta costituzionale. Certo, c'è una sola disposizione che ne parla espressamente, a parte il riferimento ai "beni culturali" introdotto nel 2001 (attraverso la riforma del Titolo V) nel nuovo articolo 117. Questa disposizione - celeberrima - è l'articolo 9: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione".

La cultura italiana riecheggia ai quattro angoli dell'edificio costituzionale. Non potrebbe essere altrimenti, dato che quegli uomini, quelle donne, erano più colti - e di gran lunga - dei politici attuali, benché all'epoca l'analfabetismo fosse una piaga che colpiva il 14 per cento della popolazione. Sicché nei loro dibattiti s'incontrano citazioni dantesche, fu evocato Verdi non meno di Mazzini e di Cavour (un centinaio di volte a testa), venne richiamata la Rivoluzione francese (64 volte), risuonò perfino il nome di Maometto (17 volte).

Fra i banchi dell'Assemblea costituente sedettero il già citato Marchesi;
economisti di fama internazionale come Luigi Einaudi;
filosofi del calibro di Benedetto Croce;
un gruppo di cattolici, da La Pira a Giuseppe Dossetti (1913-1996) antifascista ed esponente della Democrazia Cristiana, fu membro della Costituente e quindi deputato (1948), abbandonò nel 1956 per diventare sacerdote;
Umberto Terracini (1895-1983) entrato nel movimento socialista, fu tra i fondatori del Partito Comunista Italiano (1921). È stato presidente della Costituente (1947-48) e tra i firmatari della Costituzione); il meglio della cultura giuridica: Mortari, Tosato, Perassi, Bettiol.

Piero Calamandrei (1889-1956) giurista e politico, fu membro della Costituente e difensore dei valori dell'antifascismo a cui diede voce attraverso la rivista "Il Ponte" da lui fondata nel 1945. Tra l'altro afferma che "Nessuna Costituzione si esaurisce in un catalogo di valori giuridici, politici, civili. Perché nelle norme costituzionali risuona la storia d'ogni popolo e dalla storia dipende la sua specifica cultura. La Conserva intatto, per chi resta fedele alla Resistenza, il suo valore di messaggio. Dai suoi articoli parlano a noi le voci familiari auguste e venerande del nostro Risorgimento.

Il "paesaggio umano e naturale", che affiora tra gli articoli e i commi della Costituzione, esprime nella forma più riuscita la corrispondenza tra il diritto e i cittadini: noi stessi, posti davanti allo specchio della legge, potremmo riconoscervi molto della nostra eredità, e scoprirci più ricchi di quanto immaginiamo.

La bellezza del testo della Carta, testimoniata dalla sua longevità, s'affianca un tesoro di riferimenti, assonanze, simmetrie, tratti delle diverse arti e ispirati ai principi costituzionali: suggerimenti di lettura che illuminano la vitalità e l'attualità del testo della Costituzione, un monumento da preservare coma parte del nostro immenso patrimonio culturale.
Come ogni monumento, è minacciata dall'incuria e perfino dai restauri. Il restauro di un monumento - quelli che chiamano "ristrutturazione" o "riqualificazione" - in realtà alterano il monumento, che ha la sua forza nell'integrità.

La Costituzione e la Bellezza è un intreccio sorprendente tra arte, diritto e letteratura, che si legge come un'appassionata storia della bellezza d'Italia.

Recentemente è stato proposto in Parlamento la definizione: "L'Italia è una Repubblica fondata sulla bellezza". Non c'è dubbio che l'abitudine al bello e al patrimonio artistico e culturale sia il vero elemento unificante degli italiani, e come tale si riflette nel testo della Costituzione promulgata nel 1948.
L' Italia ha nella sua natura un DNA di bellezza che la distingue rispetto ad ogni altro paese. L'Italia è un'espressione geografica, storica e spirituale, e l'Italia è il nome della bellezza.
Questo è il modo di interpretare la frase interessante e provocatoria di Metternich, e a indicare con ciò che la bellezza è costituzionale nella nostra nazione e che letteratura, musica, arte, natura e paesaggio sono tutti elementi senza i quali l'Italia non sarebbe quella che è. La Costituzione, dunque, deve aderire al concetto di bellezza diventando una cosa sola con la bellezza stessa.

La Costituzione è la legge (meglio norma o principio - quella cosa che i popoli si danno da sobri, a valere per quando saranno ubriachi) suprema, la carta fondamentale e fondante dello Stato di diritto, dello Stato regolato dal diritto.

Quella Italiana, quale garanzia di pace interna, con i suoi 139 articoli, ci tiene per mano dal momento della nascita:
la incrociamo quando dobbiamo scrivere i figli a scuola scegliendo tra un istituto pubblico o privato; quando si partorisce o ci si deve curare e, non avendo soldi per una clinica, ci si rivolge la servizio sanitario nazionale;
quando si vuole aprire un giornale o fondare un partito; quando si devono pagare tasse e imposte.

La parola "costituzione" è moderna, non discende dalla constitutio o constitutiones dei romani, e non si afferma nel suo significato attuale fino al Settecento inoltrato. I puritani inglesi (eredi della Magna Charta), che furono i primi estensori di testi che oggi definiremmo "costituzionali", non li designarono mai così. Furono i costituenti americani, a partire dal 1776 in Pennsylvania e poi nel 1787 a Philadelphia per il nuovo Stato federale, ad adottare "costituzione" intesa come suprema legge.
Li seguirono i rivoluzionari francesi del 1789 e la dizione si affermò un po' dovunque, in Europa, nel corso dell'Ottocento. Fece eccezione Carlo Alberto di Savoia, che nel 1848 concesse al Piemonte e al Regno di Sardegna uno "statuto", così detto perché era "ottriato", e cioè unilateralmente concesso dal sovrano, anche se lo stesso ricalcava la costituzione belga del 1831.

"Un governo senza costituzione - dice Paine nel 1791 - è potere senza diritto". E nella Dichiarazione francese dei diritti del 1789 si legge: "Una società nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata e la separazione dei poteri non è definitivamente determinata non ha costituzione".

I nostri costituenti del 1946-48, uscivano dalla esperienza della dittatura fascista, e i cattolici e i comunisti di quegli anni si temevano e non si fidavano gli uni degli altri. L'Assemblea costituente era profondamente divisa, le divisioni attuali sono nulla rispetto a quelle di allora, per questo si parlò di miracolo costituente.
Partendo dall'imperativo supremo dalla pacificazione, si impegnarono nella progettazione di uno Stato il più garantista possibile. Forse anche troppo garantista, a scapito della governabilità; ma che ci ha pur sempre garantiti per più di mezzo secolo.

Il periodo '46-'48 è caratterizzato da una transizione accelerata per i forti mutamenti esteri e il processo si concentra, per la definizione di Stato e partiti (repubblica dei partiti), nel dibattito all'Assemblea Costituente, dibattito che proseguirà nonostante l'estromissione, nel maggio '47, delle sinistre dal governo producendo, causa un certo equilibrio numerico e la paura della sconfitta di entrambi i poli, una carta costituzionale eccessivamente equilibrata con "CONTRAPPESI" istituzionali (Corte Costituzionale, ecc.), molto voluti dalla DC, poi dalla stessa snobbati in quanto GABBIE, e poco dalle sinistre, poi dalle stesse molto usati per arginare il potere della DC e centro.

L'articolo 1, ad esempio, recita: "
L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro" (che nella formulazione proposta da Togliatti diceva "fondata sui lavoratori" e che, oggi, si vorrebbe sostituire con merito e competizione, il darwinismo sociale) ove si evince la valenza etica della nostra democrazia perché il lavoro non è legato all'economia, al lavoro come merce, ma esso è un aspetto essenziale della dignità umana.

Il valore del lavoro è il sale della democrazia, il suo declino peggiora inesorabilmente le qualità democratiche.

In antitesi alla prima democrazia, quella ateniese (dove era appannaggio solo degli uomini liberi, il lavoro era riservato agli schiavi), la democrazia moderna è il frutto di un lunghissimo processo di liberazione del lavoro: artigiani, mercanti poi banchieri hanno conquistato uno spazio economico e, con i Comuni, anche politico.
Conquiste che, anche se ancora per pochi, venivano dal lavoro, dalla bottega, dal commercio (solo il lavoro agricolo restava servile) e, lentamente, sfoceranno nelle rivoluzioni moderne (americana, francese), dove il lavoro viene sacralizzato in valore.

La perdita di tale valore è la nuova povertà con la crisi, soprattutto nei paesi industrializzati, del legame tra lavoro e diritti: una concezione del lavoro bruta e legata alla sola sopravvivenza è una minaccia per la democrazia.
La precarizzazione del lavoro rende diffusa l'accettazione del lavoro senza diritti: si baratta un po' di reddito con la rinuncia dei diritti collegati al lavoro (accordo Fiat a Pomigliano D'Arco), ciò ci riporta indietro, a un'epoca pre-democratica quando il lavoro era semplicemente sudore in cambio di (poco) denaro.

"
L'associazione del lavoro al diritto - scrive Nadia Urbinati - non può essere considerata come un optional del quale si può fare a meno, ma è a tutti gli effetti un fattore di stabilità democratica".

"
Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale, e la sua partecipazione adeguata agli organismi economici, sociali e politici, è condizione del nuovo carattere democratico"
Dal concetto di lavoro che Giorgio La Pira propone il 16 ottobre 1946 alla sottocommissione della Costituente per la formulazione dell'articolo 1.
La missione del lavoro è il fondamento di una buona democrazia.




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