Eduardo Ambrosio


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1860, LA CONQUISTA DEL SUD

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1860: LA CONQUISTA DEL SUD


La storia del Mezzogiorno ha avuto nel 1860 una svolta epocale, per conoscere i fatti, le motivazioni e i risultati dobbiamo risalire alla Spedizione dei Mille, l'impresa ideata da Crispi e realizzata da Garibaldi per aiutare le popolazioni della Sicilia insorte contro il dominio borbonico.
Come tutti gli eventi del Risorgimento, la Spedizione non fu inizialmente un movimento di massa, bensì opera di un'élite intellettuale politicamente mazziniana e resa pronta all'azione dalle sfortunate esperienze del 1848 (Moti Rivoluzionari). Essa non costituì soltanto uno dei gloriosi episodi guerreschi di cui è ricco quel capolavoro dei movimenti liberali - nazionali del sec. XIX che fu il Risorgimento Italiano, ma la sua originalità consiste anche nella forza ideale che l'animò e che, suscitando entusiasmi e partecipazione popolare, si rilevò determinante per la vittoria.

Ai primi di aprile del 1860 i Parlamentari insorgevano contro il re di Napoli; la rivolta, che aveva trovato il suo capo in un veterano del 1848, Rosolino Pilo, fu repressa nel sangue. Pochi giorni dopo tredici rivoltosi venivano giustiziati, mentre Rosolino Pilo con un esiguo gruppo di compagni si ritirava sui monti.
La Sicilia doveva essere aiutata dall'esterno:
Francesco Crispi, repubblicano siciliano e ispiratore della fallita sommossa, si rivolse a Garibaldi che accettò di assumersi l'impresa, sostenuto da Vittorio Emanuele II.
Nel maggio 1860, simulando un atto di pirateria per preservare il governo piemontese da complicazioni diplomatiche internazionali, Garibaldi e i suoi salparono dallo scoglio di Quarto a bordo di due navi della società Rubattino.

I "Mille" volontari, il cui numero esatto non è stato mai accertato, erano in massima parte studenti, professionisti, artigiani, letterati, tutti poveri d'armi e di denaro, avevano dai 69 agli 11 anni.
Per lo più però, avevano meno di 25 anni. Molti venivano dalle Università: 150 erano già o divennero poi avvocati, 100 erano dottori, 50 ingegneri, 30 capitani di mare, 10 pittori e scultori, 20 farmacisti; c'erano molti professori, 3 preti, centinaia di uomini d'affare e piccoli mercanti, centinaia di artigiani, molti operai. Non un contadino. Il 90% era del nord d'Italia, 18 erano stranieri.

Dopo aver sostato a Talamone per rifornirsi di armi, i Mille giunsero a Marsala dove sbarcarono l'11 maggio. Il 14, a Salemi, Garibaldi assumeva la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II. Intanto l'isola insorgeva e alle schiere delle Camicie Rosse si univano uomini della borghesia e della nobiltà liberale siciliana e soprattutto masse di giovani contadini, i "picciotti", le cui speranze in una riforma agraria che alleviasse la loro miseria erano state frustrate dalla reazione borbonica.
La vittoria di Calatafimi (15 maggio) aprì a Garibaldi la strada per Palermo. Il 20 giugno, dopo essere state sconfitte a Milazzo, le truppe Borboniche superstiti si rifugiavano sul Continente.
Dopo la perdita della Sicilia, Francesco II di Borbone si affrettò a ristabilire la Costituzione che il padre aveva concesso e ritirato nel 1848 e chiamò al potere il liberale
Liborio Romano. Ma il 20 agosto le truppe garibaldine passavano lo Stretto provocando una esplosione di innumerevoli piccole rivolte locali che, associate allo sbandamento delle truppe borboniche, permisero ai garibaldini di avanzare rapidamente verso Napoli.
Il 6 settembre Francesco II si rifugiava nella fortezza di Gaeta e il giorno seguente
Garibaldi entrava vittorioso nella capitale.
A questo punto Cavour, prevedendo l'insorgere di un movimento repubblicano e accentuatamente sociale nel Mezzogiorno affamato di terra, e per di più allarmato per la chiara intenzione di Garibaldi di portare le sue truppe a liberare Roma dal dominio papale, organizzò, col consenso di Napoleone III, una serie di piccole rivolte nei territori dello Stato Pontificio come pretesto per un intervento militare nelle Marche e nell'Umbria. Dopo l'annessione delle due regioni, le truppe piemontesi vennero portate fino alla frontiera napoletana dove si trovarono di fronte i garibaldini.
L'incontro fra i due eserciti segnò la fine della guerra.
A Teano (per convenzione il 26 ottobre) Garibaldi, sacrificando le proprie convinzioni repubblicane all'unificazione del paese, salutò Vittorio Emanuele II re d'Italia e, sciolte le proprie formazioni, si ritirò a Caprera.

Questo, a grandi linee, è ciò che si legge nei libri di storia, quella storia ufficiale che tende a presentare Giuseppe Garibaldi come il grande eroe, il mito che suscitò una vasta partecipazione popolare che determinò l'esito vittorioso delle sue imprese. Ciò che però risulta di estremo interesse storico va ricercato fra le righe delle cronache che hanno caratterizzato quegli avvenimenti.

L'idea di una iniziativa rivoluzionaria nel Mezzogiorno aveva una lunga tradizione nella democrazia italiana, mentre Mazzini era rimasto sempre fermo alla convinzione
(maturata negli anni della prima <Giovine Italia>) che il movimento rivoluzionario italiano avrebbe dovuto avere la sua base principale nel Nord o nel Centro della penisola, altri militanti nel campo democratico avevano invece sostenuto l'esigenza di puntare su un movimento insurrezionale che iniziasse ed avesse il suo centro nel Sud o nella Sicilia. Da qui la necessità di favorire, alimentandoli, i vari movimenti insurrezionali che si erano accesi nelle campagne della Sicilia, dove il malcontento delle masse popolari e l'odio per il governo borbonico avevano creato le basi per una larga azione di guerriglia condotta da bande armate, volute e appoggiate da Garibaldi al fine di accelerare il processo di sfaldamento dell'apparato governativo e militare borbonico e il distacco di frazioni sempre più vaste della popolazione dalla monarchia.

Dall'analisi emerge che i Savoia e i Piemontesi, appropriandosi del titolo di liberatori, causarono terribili sofferenze ai nostri soldati. Il popolo delle Due Sicilie conobbe indicibili orrori e distruzioni per mano dei "fratelli liberatori". Gran parte del popolo non vedeva di buon occhio il sottrarsi al dominio dei Borboni, dei quali già conosceva il governo e riconosceva in Francesco II il suo legittimo re, per mettersi al servizio di un sovrano, Vittorio Emanuele, ad esso sconosciuto e lontano. Spettacolo doloroso furono poi i massacri che le truppe piemontesi inflissero ai napoletani e centinaia furono gli Innocenti costretti al duro carcere.
Coloro che inneggiarono a Garibaldi erano la parte più degradata del popolo, briganti, ubriaconi, uomini di mal affare, ribelli che mancavano completamente di una vera e propria coscienza morale e civile. In essi gli invasori trovarono loro degni alleati, che avevano favorito l'avanzata delle truppe garibaldine, ma che non si sarebbero lealmente schierati nemmeno dalla parte di Vittore Emanuele, qualora sarebbe venuto a prendere possesso di questa parte dell'Italia meridionale.
Molti furono quelli che si opponevano all'annessione al Regno d'Italia e guardavano con diffidenza Garibaldi e le truppe dei piemontesi con i quali il popolo meridionale sentiva di non avere nessuna comunanza, né di linguaggio (
molti erano francesi), né di cultura.
Il furore piemontese mise a fuoco e sangue grandi terre del Regno, poi diroccate e distrutte e numerosi uomini illustri, marescialli, generali, brigadieri, colonnelli, capitani, contro i quali sarebbe stato molto difficile produrre prove che macchinassero qualche cosa di colpevole, tanto erano di chiara e onesta condotta, furono assaliti nelle loro case, soggetti ad una perquisizione effettuata nei modi più brutali, cacciati sopra un bastimento e spediti a Genova.
L'intera aristocrazia fu costretta ad esiliare e il popolo napoletano si trovò in balia dei fuoriusciti di mezza Europa, che sotto il nome di garibaldini, armati di pugnali e di coltelli, si diedero ad indicibili crudeltà. Migliore sorte non toccò ai soldati borbonici tenuti prigionieri come branchi di bestie. Il Regno delle Due Sicilie fu dunque invaso nel 1860 ed occupato militarmente, esso non fu affatto liberato ma conquistato.

Ciò che più turba è che fu conquistato da Italiani, quegli stessi che diedero vita ad anni sanguinari, durante i quali furono assassinati a migliaia tra Napoletani e Siciliani. I Piemontesi non esitarono per circa vent'anni (brigantaggio e assedio dalla Sicilia) ad usare metodi di repressione peggiori, forse, di quelli usati dei nazisti nella seconda guerra mondiale: i soldati catturati furono deportati in vari campi di concentramento nel Nord d'Italia e moltissimi furono eliminati buttandoli nella calce viva. Vari paesi furono rasi al suolo, tutto il patrimonio monetario fu rapinato dalle casse dello Stato delle Due Sicilie e perfino i macchinari delle fabbriche napoletane furono portati al Nord dove poi sorsero le industrie del Piemonte, della Lombardia e della Liguria.
Garibaldi non si rivelò certo il liberatore che il popolo si aspettava!

Alfonso Grasso sul nel periodico "Nazione Napoletana" scrive: - "Francesco II di Borbone era stato l'ultimo re di Napoli che aveva saputo dare al popolo ciò di cui esso aveva bisogno nel quotidiano e molto aveva dato in arte e cultura (numerosi i monumenti che oggi offrono bella mostra di sé, seminati in tutta l'Italia Meridionale). Ora mestamente da Gaeta assisteva allo sterminio del suo popolo, che certamente avrebbe avuto bisogno più di un <liberatore> che di un <conquistatore>.
Ma la storia la scrivono i vincitori e così è avvenuto anche per quella del Regno delle Due Sicilie. Contro il Borboni la mistificatrice mano dei vincitori fu abile e pesante, non essendo facile distruggere l'immagine di una dinastia che aveva fatto di Napoli una capitale splendida e del Meridione d'Italia, uno stato florido e potente. L'industria, il commercio, l'artigianato fiorirono. L'agricoltura fu più florida che altrove. Cantieri navali, flotta, sia militare che mercantile, esercito furono quanto meno i primi dell'intera penisola. Ciò nonostante si riuscì ad insinuare nel popolo napoletano disamore e disinteresse per gli ultimi suoi Re. Si scrisse di desideri di libertà soffocati, di popolo tiranneggiato e deluso, di braccia tese ad accogliere l'eroe dei due mondi, il mitico Garibaldi che mise l'Italia meridionale nelle mani di Vittorio Emanuele II, perché, in una Patria unita, affratellasse tutti gli italiani sotto una sola bandiera. Naturalmente tutto era stato sapientemente pensato e voluto dai Piemontesi che si appropriarono di tutte le ricchezze del Regno delle Due Sicilie che sotto la dinastia borbonica era diventato il più grande, il più ricco, il più potente e il più invidiato tra gli Antichi Stati Italiani. L'inettitudine di alcuni grandi generali borbonici, il tradimento di altri, il disagio dei soldati napoletani, gli intrighi ben camuffati di numerosi agenti piemontesi sparsi nelle terre delle Due Sicilie per seminare odio e ribellione, favorirono la strategia di Vittorio Emanuele II, la cui sete di conquista, abilmente manovrata da Cavour, fece sì che si percorresse tutta intera la sanguinosa strada della sopraffazione nei confronti di Ferdinando II, prima, e Francesco II, poi, i due re di Napoli che tanto avevano saputo dare, ma che una parte avversa aveva oscurato"
.

Il 3 novembre 1860 fu dichiarata decaduta la Dinastia dei Borbone di Napoli con un plebiscito per l'annessione delle Due Sicilie al Piemonte, caratterizzato da brogli, baruffe e fatti di sangue; quel voto fu alquanto controverso: appena 10.000 furono i "no" contro un milione di annessionisti, ma la consultazione non era segreta!!

L'episodio è quello del "Plebiscito", che darà poi il nome ad una delle piazze più famose di Napoli e d'Italia, dove, sotto il porticato di S. Francesco di Paola, fu allestito il seggio elettorale (in base ad una legge voluta fortemente sia da Cavour che da Vittorio Emanuele II, tale legge prevedeva l'annessione volontaria delle provincie dell'Italia centro - meridionale. Per l'occasione Vittorio Emanuele disse: "Non vengo ad imporvi la mia volontà ma a far rispettare la vostra. Voi potrete liberamente manifestarla"): Ogni elettore doveva salire alcuni gradini, pervenendo così, in una piattaforma dove erano collocate tre urne. Quindi, sotto gli sguardi di tutti, l'elettore doveva camminare verso una di esse, immergervi il braccio ed estrarre una scheda che andava impostata, poi, nell'urna o del "si" o del "no". sotto lo sguardo di generali e militari.
Ancora, quando il presidente della Corte Suprema di Giustizia,
Vincenzo Niutta (personaggio di origini terzignesi), proclamò i risultati la moltitudine proruppe in applausi fragorosissimi; la guardia nazionale presentò le armi, e le salve dei forti e delle navi annunciarono alla città il fausto avvenimento.

Con quell'imbroglio Napoli entrò a far parte dell'Italia. Ma l'atto portò sfiducia nello Stato. Infine ricordiamo che il luogo in cui si doveva esercitare la libertà di voto divenne covo di camorristi e garibaldini. Non si può considerare libertà un "si" scelto per quieto vivere a differenza di quei pochi e coraggiosi "no" che successivamente si segregarono in casa.


Dalla fortezza di Gaeta, Francesco e la moglie Maria Sofia assistettero alla fine del loro regno. Certamente Francesco II, " galantuomo come uomo e gentiluomo come principe", sarebbe stato, probabilmente, un ottimo ed amato sovrano, se solo lo avessero lasciato governare. La Spedizione dei Mille dunque, fu il primo atto di uno scellerato disegno contro l'Italia meridionale. L'attacco mortale alle Due Sicilie, preparato da tempo nelle sale segrete delle cancellerie inglesi, francesi e piemontesi, cominciava a prendere corpo e si realizzerà impietosamente con tutti gli atti di sangue di cui furono capaci gli invasori. L'avvio all'operazione fu affidato ad un esiguo gruppo di rivoltosi che preparavano il terreno allo sbarco dei soldati garibaldini e piemontesi, essi erano armati con fucili di fabbricazione inglese e trovarono tutti la morte insieme ad agenti segreti inglesi e piemontesi (insignificanti pedine che andavano messe a tacere); per non parlare poi delle tangenti pagate a mafiosi, funzionari, militari, ecc. da Garibaldi con denaro inglese (15 milioni di lire).

Delle atrocità di cui, poi, furono capaci i fratelli del Nord si è molto scritto, e a sostegno di ciò è interessante citare alcuni proclami e significative testimonianze perché l
e Due Sicilie non conobbero i barbari, ma conobbero i piemontesi, i carnefici della Nazione Duosiciliana, per i quali prima o poi, anche se in ritardo, dovrà essere istituito, almeno sul piano storico, un "Tribunale di Norimberga".

A soli nove mesi dall'inizio della reazione, il "Contemporaneo" di Firenze del 14 agosto 1861 riporta la seguente statistica compilata sui giornali e le corrispondenze che trattano delle cose napoletane: morti fucilati istantaneamente 1.841, morti fucilati dopo poche ore 7.127, feriti 10.604, prigionieri 6.112, sacerdoti fucilati 54, frati fucilati 22, case incendiate 918, paesi incendiati 5, famiglie perquisite 2.903, chiese saccheggiate 12, ragazzi uccisi 60, donne uccise 48, individui arrestati 13.629, comuni insorti 1.428. Il Gervasi nel 1869 parlava addirittura di 60.000 vittime mietute dalla legge Pica (15 agosto 1863 - 31 dicembre 1863, ndr). Ma a questo punto non appare più importante tenere la contabilità.

Re Francesco II (proclama di Gaeta 8 dicembre 1860): "... Le prigioni sono piene di sospetti: invece della libertà lo stato d'assedio regna nelle province, ed una generale straniero (Cialdini, il bandito criminale di guerra capo del corpo d'invasione, il vile assassino che, sedendosi a tavola, invece di augurare ai suoi compari di mensa "buon appetito" soleva dire "oggi giornata persa, non ho fucilato nessuno", ndr) pubblica la legge marziale, decretando la fucilazione istantanea per tutti quelli dei miei sudditi che non s'inchinano alla bandiera di Sardegna".

Papa Pio IX: "Aborre invero e rifugge l'animo pel dolore e trepida nel rammentare più paesi del regno napoletano incendiati e rasi al suolo, e quasi innumerevoli integerrimi sacerdoti e religiosi e cittadini di ogni età, sesso e condizione, e gli stessi malati... crudelissimamente uccisi" (Concistoro segreto del 30 settembre 1861). Libertà savoiarda!

Da tutto quanto emerge con chiarezza che in questo particolare momento della storia italiana non si poteva sperare di unire l'Italia del Sud a quella del Nord; i Napoletani non erano affatto contenti di vivere sotto il giogo dei Piemontesi che disprezzavano come barbari e odiavano come oppressori. Forse non c'è stata storia più iniqua di quella dei Piemontesi nell'occupazione dell'Italia meridionale. Oggi non possiamo che denunciare a piena voce quelle barbare atrocità ed essere più severi nel giudicare l'operato di Garibaldi che fece da padrone in una terra, ostile a lui e ai suoi governanti. Garibaldi preceduto dalla tromba della propaganda massonica, più che unire, segnò quella ineluttabile divisione tra Nord e Sud che si è poi perpetuata nel tempo e che ancora oggi, per certi versi, esiste e che impedisce in qualche modo di gustare in pieno l'Unità d'Italia.

È necessario tener presente che non possiamo separare l'identità dei Borbone dal Sud, anche i Borbone erano meridionali; lo stato non era "borbonico" era uno Stato.
Eppure i più pensano che la guerra la persero i Borbone da soli, assumendoli a simbolo convenzionale di un'entità estranea, a cui tutti i mali vanno ascritti, quale panacea delle coscienze di ieri e di oggi.
La storiografia risorgimentale presenta i Borbone padroni del Meridione, a loro si dà la responsabilità dei nostri mali. Ma la verità è che i Borbone non erano un tumore in un corpo sano. Non erano gli oppressori stranieri da sostituire con l'Italia: essi erano meridionali, con vizi e virtù, e se per esempio il Regno non ebbe una costituzione liberale, ciò fu dovuto soprattutto alle colpe dei liberali meridionali. Ma anche senza costituzione, l'Antico Regno era uno Stato costituito: a
veva leggi, governi, ministeri, funzionari, burocrati, magistrati, militari e tutti questi erano meridionali, che condividevano le responsabilità di Stato.
L'Antico Regno di Ferdinando II e Francesco II è stato quanto di meglio il Sud ha saputo, "
in completa autonomia", esprimere e produrre in campo istituzionale. Ricordiamoci perciò che quando si dice: lo Stato borbonico, l'esercito borbonico, la burocrazia borbonica, il dispotismo borbonico, la flotta borbonica, ecc. si stanno usando simboli atti a rimuovere il ricordo di un passato, "l'unico che veramente appartiene al Sud".

La guerra del 1860 è stata persa dai Meridionali, con le loro incapacità e con i loro traditori. I soldati di Franceschiello non erano un esercito stravagante, un po' sfortunato, un po' ridicolo: era un esercito formato da giovani abruzzesi, calabresi, campani, lucani, molisani, pugliesi e siciliani. Tutti ugualmente traditi da pochi liberali e dimenticati dalla Storia nelle squallide prigioni sabaude, in una infame e disperata guerra partigiana. I morti di quella guerra furono i morti del Meridione, non quelli dei Borbone.
Le conseguenze di quella sconfitta esplosero nella realtà meridionale, come una bomba a orologeria che scoppia ad intervalli successivi con deflagrazioni sempre più laceranti: miseria, emigrazione, sottosviluppo, malavita, imbarbarimento sociale e civile.


BIBLIOGRAFIA
SMITH: "Garibaldi una grande vita in breve" edit. Ornaldo Mondadori
M. DE SANGRO "Storia di Napoli e dei Borboni (1735 - 1861) edit. Luca Torre C, BERNARDI
A. CIANO "I Savoia e il massacro del Sud" edit. Grandmelò
LUISA BASILE "I briganti Napoletani" edit. Newton
DELIA MOREA "Storia d'Italia" edit. Fratelli Fabbri VOL. X
BENEDETTO RADICE "Memorie storiche di Bronte" ediz. di Bronte VOL. II Stabilimento Tipog. Sociale
Dal Quotidiano "IL PAESE" edito a Modena il 17 ottobre 1992
Dal Quotidiano "IL MATTINO" edito a Napoli il 12 febbraio 1990
P. G. De Luca "Storia di Bronte"
"Nazione Napoletana - Due Sicilie" anno V numero I
"Il dialogo" Approfondimento Storico "Garibaldi e la Questione Meridionale"
Vari testi scolastici.


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