Eduardo Ambrosio


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ITALIA, UNA NAZIONE SENZA LO STATO

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ITALIA, UNA NAZIONE SENZA LO STATO
(Troppo lunga, radici indecifrabili o " brava gente" da record?)


All'indomani del 150°anniversario dell'unificazione italiana (il 50° (1911) fu celebrato con l'enfasi dell'epoca, il centenario (1961) passò quasi sotto silenzio, il centocinquantesimo ha fatto registrare un protagonismo di giornalisti e opinionisti, contro un accademismo dei professori) appare evidente che partiti, fazioni e clientele hanno impedito l'affermazione di valori collettivi unificanti e l'identificazione dello stato con la nazione.

Eppure l'Italia ha nella sua natura un DNA di bellezza che la distingue rispetto ad ogni altro paese.
L'Italia è un'espressione geografica, storica e spirituale, e l'Italia è il nome della bellezza. Questo è il modo di interpretare la frase interessante e provocatoria di Metternich, e a indicare con ciò che la bellezza è costituzionale nella nostra nazione e che letteratura, musica, arte, natura e paesaggio sono tutti elementi senza i quali l'Italia non sarebbe quella che è.

Noi italiani abbiamo un'identità debole, sfocata. Quanto ci divide è ben più di quel poco che ci unisce. Dipende, naturalmente, dalla storia: nel corso dei secoli ha scolpito un paese di corporazioni, ciascuna con proprie leggi e privilegi. Dipende dalla frattura mai sanata fra il Nord e il Sud del nostro territorio - anzi negli ultimi lustri - all'eterna Questione Meridionale si è affiancata una Questione Settentrionale non meno lacerante. Dipende infine dalla politica rissosa e muscolare che rappresenta il solo lascito della cosiddetta Seconda Repubblica, il solo attributo che si mantiene indenne.
Il problema principale che si pose dopo l'unità - i patrioti del Risorgimento avevano unanimemente postulato che l'Italia fosse una nazione - non fu se una nazione esistesse oppure no, ma come fosse possibile creare uno Stato unitario che incarnasse questa nazione, e con il quale la massa della popolazione potesse identificarsi.

Ostacolo enorme era l'evidente frammentazione dell'Italia sul terreno politico, geografico, linguistico, economico, culturale e storico ed era quasi impossibile individuare simboli o idee "nazionali" suscettibili di avere un rilevante impatto emotivo fuori dall'angusta cerchia di élites.
Problematico, del resto, era il passato: ogni singolo episodio patriottico - dalla battaglia di Legnano, ai Vespri siciliani- poteva essere visto come manifestazione di regionalismo.

Nel processo di unificazione (1859-60), paradossalmente, per l'insicurezza delle élites (cieche dinanzi alle condizioni reali della penisola) timorose di eventuali tensioni regionali che avrebbero fatto esplodere l'edificio, se l'esercito piemontese non fosse stato in grado di intervenire rapidamente, fu imposto un sistema altamente centralizzato, invece di un elevato grado di autonomia locale e regionale che appariva storicamente naturale: l'effetto fu un elevato malcontento per la palese "piemontesizzazione" (Vittorio Emanuele II re di Sardegna - Piemonte, continuò ad appellarsi "Secondo", ma re d'Italia), che lasciò un rancore profondo tuttora terreno fertile per partiti a base regionale.
Controproducenti si rivelarono anche le misure che si proponevano di sanare la frattura tra "Paese legale" e "Paese reale" data la debolezza dello Stato in termini di legittimazione popolare, in quanto l'Italia unita non aveva saputo creare un mito di fondazione unificante paragonabile a quello della Francia all'epoca della Rivoluzione francese o dell'Inghilterra nel Seicento.

Sfavorevole fu anche il momento storico: il nuovo Stato nacque proprio mentre l'estrema sinistra e la Chiesa riuscivano a mobilitare la gente comune su una scala senza precedenti - e si trattava di una mobilitazione rivolta contro il nuovo regno. Gli strumenti impiegati in quell'epoca dagli altri Stati per nazionalizzare le masse - l'economia, la scuola, l'allargamento del suffragio, il carisma della monarchia - in Italia, per vari motivi, ebbero un effetto limitato; e sotto la spinta della disperazione le élites fecero ricorso alla guerra (nel 1866, nel 1895-96, nel 1911-12, nel 1915-18), con risultati quasi sempre catastrofici. Poi, il fascismo legò naturalmente il suo programma di nazionalizzazione in modo inscindibile al linguaggio e alla pratica della guerra.

In tutto il processo di unificazione determinante fu la costante avversione della Chiesa al movimento nazionale, nonostante che gli intellettuali del tempo con a capo Gioberti , sotto molti aspetti, riconobbero proprio nella religione l'elemento culturale più "nazionale" rinvenibile in Italia; ma già a partire dalla primavera del 1848 (Prima Guerra d'Indipendenza) si capì che non esisteva la minima possibilità che la Chiesa diventasse qualcosa di diverso da un intransigente nemico dell'unificazione della penisola con conseguenze colossali. Fin dalla sua nascita, lo Stato liberale vide la sua autorità minata dal Vaticano, il cui diritto di denigrare gli avversari era protetto dalla legge delle guarentigie.
Il fatto, inoltre, che tra gli uomini di governo fossero così numerosi, e sperassero nella riconciliazione con la Chiesa, indebolì fin da principio la capacità dello Stato liberale di affermare se stesso. Se le élites non credevano convintamene nei valori del nuovo Stato, come sorprendersi che la massa della popolazione fosse incerta quanto alla fonte ultima della sovranità?

La presenza dominante della Chiesa ha avuto anche un altro effetto di lungo periodo, introducendo, suo malgrado, nella vita politica italiana un' inevitabile nota di estremismo: Il programma nazionale (antimonarchico e assolutamente repubblicano privo di qualsiasi compromesso) di Mazzini (che, nel 1872, è morto in Italia ancora clandestino - su di lui pesavano ancora le condanne comminate dal monarchico Cavour, che lo voleva impiccare sulla piazza di Aquasola a Genova, là dove sorge oggi un monumento a Mazzini voluto successivamente dai repubblicani), senza l'opposizione della Chiesa, sarebbe stato concepito in termini così intransigenti e così squisitamente religiosi?
Avrebbe il socialismo (ma anche il fascismo) avuto un carattere così accentuatamente rivoluzionario se il cattolicesimo non fosse stato il suo grande rivale per i cuori e le menti delle masse? È ovvio che questo estremismo inasprì le divisioni del Paese ancora attuali.

Grosse furono altresì le conseguenze per i valori dello Stato: quanti dei compromessi morali di cui si resero responsabili i democristiani, e che minarono la credibilità della Repubblica, trovarono una giustificazione nella sensazione di essere impegnati in una guerra civile ideologica.

In sintesi nel balzello risorgimentale, dove si individuano tre fronti, di spinte e controspinte, unità o disunità alquanto paritario, i <<pro>> prevalsero subdolamente sui <<contro>>,questi ultimi, anche se in modo latenti, ancora presenti e ora tentano di esplodere. All'attacco ci vanno i leghisti ossia i frantumatori. Qualche meridionale, stufo dello sterco buttato addosso, si inventa un meridionalismo reazionario tirando fuori Francesco II, e i briganti(qualunque movimento neoborbonico è solo una scatola vuota, anche se recentemente, a Scafati, una scuola è stata intitolata a Ferdinando II). I meno loquaci sono gli eredi del Papa-Re, in effetti con il Concordato hanno sbancato il banco e possono sentirsi vincitori: nel crogiuolo delle memorie, chi si ricorda oggi che ci fu un'Italia, un governo italiano che osò andar contro la volontà del Papa?

In antitesi a chi vuole disfare l'Italia, si potrebbe sostenere e promuovere la proposta degli Archivi di Stato, custodi della memoria storica del Paese, di valorizzare, mediante un riordino sistematico, un'ampia e inedita documentazione, contenuta in disordinati duecento grandi registri, del fondo del ministero della Guerra (sede di Torino),relativa ai ruoli matricolari delle cinque divisioni, 40-50 mila uomini, in buona parte del Sud, che dopo la spedizione dei Mille, fino alla battaglia del Volturno, seguirono Garibaldi per "fare l'Italia": al fine di testimoniare che a dare compimento al processo risorgimentale, furono principalmente i volontari dell'Esercito Meridionale, poi smobilitati e abbandonati da Casa Savoia nel 1861.

Anche nell'Archivio di Stato di Genova esiste un ricco giacimento di documenti inediti del Risorgimento dei volontari come quelli relativi al sostegno strumentale dato a Garibaldi da Cavour e da Vittorio Emanuele II nella fase decisiva. Si tratta di una collezione che comprende, tra le altre, le matrici di 2500 passaporti concessi ai garibaldini in partenza da Genova, i loro certificati di residenza (che venivano rilasciati a Brescia) e i relativi fascicoli personali, fino ai telegrammi di Cavour, dispacci per conto di Garibaldi e di Giuseppe Cesare Abba.
Nelle armate di Garibaldi si arruolarono pure i 2500 che salparono da Genova con l'avallo sabaudo, per consentire a Cavour di avere il controllo delle imprese di Garibaldi, controllo che, quando i Mille e gli altri, nell'agosto del 1860, sbarcarono in Calabria, si fece sempre più serrato; a dimostrazione di ciò ossia della volontà sarda di volgere a proprio favore la campagna conto i borbonici, ci sono i telegrammi di Cavour: come quello di Genova sulla libera concessione del passaporti agli ufficiali dell'intendenza garibaldina.

Sfruttare la rivoluzione, per poi liquidarla drasticamente con la smobilitazione delle truppe in camicia rossa, permise ai Savoia di prendersi il Meridione senza sparare un colpo almeno fino a Castelfidardo e all'assedio di Gaeta.

Gli uomini che si imbarcarono a Genova, ancora fino all'ottobre 1860, erano ignari delle manovre sardo-piemontesi. Tra di loro non mancavano i medici, gli avvocati, i possidenti, ma, a differenza degli originari Mille, i documenti rivelano che ad abbondare erano i contadini, gli spaccapietre, i camerieri, i marinai , i panettieri, i facchini, gli operai tutti dimenticati, insieme ai 40-50 mila, una volta "fatta l'Italia".

Uno sguardo sofferto e realistico sui conti pagati per un'Italia unita, immune dalla retorica celebrativa di fine Ottocento proviene dagli artisti-soldato che, quali anticipatori dei reporter di guerra, provvisti di armi e tavolozza, direttamente dai luoghi degli scontri, coglievano ciò che le cronache ufficiali tacevano: i corpi dei soldati stanchi e la cupa malinconia, le "sofferenze fisiche e morali - dal diario dell'artista-sodato Giovanni Fattori - e tutto ciò che disgraziatamente accade" tendevano a promuovere protagonisti della Storia soldati semplici e figure di popolani anonimi.

Non si parla dei vinti, e senza i vinti le celebrazioni sono ipocrisia. Emblematica e la storia (tratta da un dubbio diario in francese o da un artifizio dei "sevizi" di allora, per occultare la repressione in atto) del generale catalano Josè Borjes che, nel 1861, dopo essere sbarcato con soli dodici uomini in Calabria, alla disperata, sulla costa crudele dei fallimenti, la stessa di Murat, dei Fratelli Bandiera, di Pisacane, dei curdi disperati, dei monaci in fuga dagli scismi bizantini tentò di sollevare le Sicilie contro i Savoia.
Borjes punta sullo Stato pontificio, ma a Tagliacozzo viene "venduto" da una guida traditrice ai bersaglieri, che lo fucilano insieme ai suoi. "Conservate quel corpo, potrete passarlo ai Borbone", dice un misterioso francese e venti giorni dopo la salma è consegnata alla guardia papalina, scende via Tivoli fino al Tevere e al funerale nella chiesa del Gesù a Roma. Poi c'è una messa per l'anima sua a Barcellona, ma del corpo nessuna traccia.

La mancanza di attenzione per la "nazione" potrebbe anche essere il segno di una maggiore solidità e sicurezza: è lecito affermare che le grandi trasformazioni economiche degli anni Cinquanta e Sessanta fecero per nazionalizzare l'Italia molto più di tutte le iniziative pedagogiche dei 150 anni precedenti.
D'altro canto, l'erosione della dimensione nazionale in sede politica rese però estremamente difficile per lo Stato post-bellico affermarsi come fonte di autorità morale.

Come tanti patrioti risorgimentali avevano temuto, sarebbe accaduto in un regime rappresentativo in cui ha fatto difetto un potente senso etico della nazione, i partiti, le loro fazioni interne, le organizzazioni clandestine e reti clientelari hanno colonizzato lo Stato in misura via via crescente, spogliandolo degli attributi dell'imparzialità e dell'efficienza.

L'impulso a "fare l'Italia" e a "fare gli italiani" comportava il rischio di produrre (e ha di fatto prodotto) conseguenze catastrofiche. Ma l'incapacità d'instaurare e difendere valori collettivi chiaramente definiti può essere altrettanto perniciosa. Se lo Stato e le sue istituzioni perdono autorità, e si rompe l'equilibrio tra interesse pubblico e gli interessi privati, si corre il pericolo di creare una spirale di disillusione inarrestabile. E nel caso dell'Italia questo rischia di riportare alla ribalta la dialettica che ha segnato tanta parte della sua storia: da un lato la frammentazione (anche territoriale), e dall'altro gli appelli alla "coesione nazionale" e una ricerca, talvolta disperata, di meccanismi capaci di esercitare un'azione unificatrice.

Il dramma, quindi, non sta nella secessione ma nella disgregazione. Tutte le regioni, per gravi difficoltà economiche e la chiusura di molte aziende, sono contro il Centro. Una volta alla parola "territorio" corrispondeva "Italia", oggi corrisponde al locale, o peggio, al localismo; non si pensa più a rifondare la Repubblica perché si ragiona in piccolo, anche a sinistra (Ciamparino vede al massimo una federazione di conurbazioni metropolitane). Si torna così, a 150 dall'unità, alle parrocchie, alla micro-solidarietà delle casse rurali, ecc.
Qualcuno invoca un novello Garibaldi, simbolo di un'unità possibile, che da fastidio perché ci ricorda la libertà in un momento in cui l'abbiamo persa.

COSA METTE A RISCHIO L'UNITÀ NAZIONALE, DATA LA DISGREGAZIONE IN ATTO DA "UN PAESE TROPPO LUNGO" DI GIORGIO RUFFOLO

Europa, una appendice geografica della massa asiatica protesa verso l'Atlantico e il Mediterraneo. Un corpo centrale compatto, dalla Polonia alla Francia, lancia al Nord la penisola scandinava (un'Itala malriuscita) e un'esile punta danese; al Sud una Spagna tozza e una Grecia che va in frantumi. Al Nordovest si è distaccata la forma piumata dell'Inghilterra, e al centro del mediterraneo quella di un'Italia chiomata, che si distende restringendosi alla vita e articolandosi alle estremità. A quella figura elegante non si addice l'immagine sgraziata dello Stivale, ma piuttosto quella di una signora, leggiadramente fluttuante nel mare.
Una penisola lunga, un po' troppo lunga, dissero gli Arabi, che la tormentarono per tanto tempo senza riuscire a possederla tutta intera, come del resto tante altre nazioni dominatrici, tranne Roma, che però la immerse in un grande impero.

Forse questa eccessiva lunghezza ha reso, attraverso la storia, molto problematica la sua definitiva unificazione, in discussione tuttora nonostante siano trascorsi centocinquant'anni.

Nel 1861, mentre si compie il grande moto del Risorgimento con l'unità, comincia la grande palude dell'"Anti-risorgimento", sviluppatasi in tre forme storiche.

La prima è la corruzione del patriottismo risorgimentale del nazionalismo aggressivo, che nasce dal gigantesco complesso d'inferiorità di una piccola borghesia frustrata da secoli di schiavitù. Cavalcando la denuncia delle fragili istituzioni democratiche create dal nuovo Stato, esso precipiterà il paese nel massacro di una guerra mondiale e nell'avventura retorica e populista del fascismo. La nazione mussoliniana è l'antitesi della patria mazziniana.
Là dove era concepita come parte di un generale affratellamento dei popoli europei e di un grande moto di solidarietà sociale, ma questa è l'espressione del primato militarmente aggressivo, di un'élites violenta e dissennata.

La seconda consiste nel condizionamento dello Stato italiano da parte della Chiesa cattolica e della sua massiccia presenza a Roma. Che lo si voglia riconoscere o no, in Italia esistono due sovranità, non una: la sovranità nazionale è limitata da quella ecclesiastica. Si può fingere di non vedere. Nondimeno questa è la realtà che si esprime nei Concordati, e che tutti i discorsi sull'armonia tra le due istituzioni non riescono a dissimulare.

La terza è la questione meridionale. Il carattere antirisorgimentale di conquista del Sud da parte della monarchia sabauda si rivela immediatamente dopo che le camicie rosse sono scomparse, sostituite dalle uniformi blu dei soldati del re, nella cosiddetta <<guerra del brigantaggio>>: in realtà, una repressione violenta delle plebi contadine, schiacciate con la convivenza dei baroni.

Ad esempio una strage, sottaciuta perché savoiarda, mentre vengono pubblicizzate quelle garibaldine come Bronte, nel racconto di un soldato (in seguito ad una rappresaglia per la morte in tumulti popolari, fomentati ad arte dai fondiari, di 40 bersaglieri): <<Al mattino del giorno 14 (agosto 1861) ricevemmo l'ordine (dal comandante Pier Eleonoro Negri, un generale di Vicenza, dove vi è una lapide commemorativa) di entrare nel paese (si tratta di Pontelandolfo in provincia di Benevento), fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, e incendiarlo. Subito abbiamo cominciato a fucilare... quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato incendio al paese, di circa 4500 abitanti.
Quale desolazione... non si poteva stare intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti (400 morti, più delle Ardeatine), e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l'incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava>>.
Ancora la teoria della inferiorità razziale dei meridionali - infidi, pigri e riottosi - impostata da un giovane medico piemontese di nome Cesare Lombroso, spedito al Sud nel '61 a seguire la cosiddetta guerra al brigantaggio: I suoi rapporti parlano di "razza maledetta" dal cranio "anomalo", condannata all'arretratezza e alla delinquenza.

È proprio nella fase più avventurosa del Risorgimento, quella rappresentata dall'unificazione con il Sud, che un'impresa nata sotto l'insegna della liberazione si corrompe in mera conquista, segnando tra le due parti del paese un solco fatale, che i tanti sforzi successivi non riusciranno a colmare.

Se, con un nuovo salto storico, approdiamo ai giorno nostri, dobbiamo domandarci quanta parte di queste minacce insidi ancora il nostro paese, a centocinquant'anni dal compimento della sua unità.

Certo la minaccia fascista è scomparsa; anche non ne è affatto scomparsa la nostalgia, che si manifesta attraverso una continua campagna di denigrazione di quel secondo Risorgimento che è stato rappresentato dalla Resistenza. Al posto del fascismo, tuttavia, si è installata nel popolo italiano un'altra forma di ripugnanza per le istituzione della democrazia, un "anti-antifascismo" che non fa appello alla retorica nazionalista, ma a un'altra forma di populismo privatistico, non più trascendente nel sentimento patriottico, ma nel tifo calcistico.
Tutt'altro che scomparsa è la seconda insidia, quella del protettorato cattolico, che trae dal neoguelfismo una tradizione illustre.

E infine, l'insidia più grave, conseguenza del fallito compimento dell'unità, è quella costituita dalla decomposizione, presente al Nord in forme tutto sommato pacifiche, anche se bizzarramente provocatorie, e incombente al Sud nella secessione criminale delle mafie, che sequestrano zone intere della Repubblica.

Questa è la vendetta suprema dell'Anti-risorgimento che il paese, a centocinquant'anni dall'unificazione, deve fronteggiare. Sarebbe triste se le sue speranze di superarla fossero tutte affidate (quale novello Arrigo VII dantesco) a un'Unione Europea cui, anziché offrire l'esperienza di una ricca tradizione di diversità, si fosse costretti a chiedere di tirare la carretta di una penisola troppo lunga e sconquassata.

Ma una speranza, per quanto controversa, c'è: abbandonare qualsiasi nostalgia del passato e ricercare identità collettive poggiate su trascorsi comuni in un concerto di epos e ethos.


Dove affonda le sue radici l'Italia di oggi?

Le risposte a questa e a altre domande vanno cercate non in vizi plurisecolari del paese ma nella storia concreta della Repubblica, muovendo dall'eredità del fascismo, dalla nascita della "repubblica dei partiti" e dagli anni della Guerra Fredda.

L'analisi dovrebbe considerare soprattutto la "grande trasformazione" che ha inizio negli anni del "miracolo" e prosegue poi nei decenni successivi: con la sua forza dirompente, con le sue contraddizioni profonde, con le tensioni che innesca. In assenza di un governo reale di quella trasformazione, e nel fallimento dei progetti che tentavano di dare ad essa orientamento e regole, si delinea una "mutazione antropologica" destinata a durare. Essa non è scalfita dalle controtendenze pur presenti - di cui il '68 è fragile e contraddittoria espressione e prende nuovo vigore negli anni ottanta, dopo il tunnel degli anni di piombo e il primo annuncio di una degenerazione profonda.

"Mutazione antropologica" e crisi del "Palazzo" - per dirla con Pier Paolo Pasolini vengono così a fondersi: in questo quadro esplode la crisi radicale dei primi anni Novanta, di cui il tumultuoso affermarsi della Lega e l'esplosione di Tangentopoli sono solo un sintomo.
Iniziò in quella fase un radicale interrogarsi sulle origini e la natura della crisi, presto interrotto dalle speranze in una salvifica "Seconda Repubblica": speranze destinate a lasciare presto un retrogusto.

A confondere ulteriormente va considerata l'indistinzione storica tra destra e sinistra: c'è chi sostiene che la sinistra, avendo perso la sua identità, si è confusa con la destra occupando tutto il campo e che la famosa destra, la destra conservatrice, destra storica, la destra illuminata, la destra che aveva rappresentato l'evoluzione dell'Europa e dell'Italia non c'è più (si parla di destra gramsciana).



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