Eduardo Ambrosio


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IL VOLTO NASCOSTO DELLA POLITICA 1970 -1990

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IL VOLTO NASCOSTO DELLA POLITICA analisi del ventennio 1970 -1990

La storia recentissima, dalla metà degli anni Settanta (anni di fuoco, dove la politica predominante è quella imprenditoriale/clientelare - un soggetto controlla molti voti), ci viene dall'analisi degli atti processuali (consultabili solo dopo che il Pubblico Ministero ha formulato il Rinvio a Giudizio), per cui la Magistratura diventa punto di riferimento, da notare che i verbali spesso non rivelano solo un arido linguaggio tecnico ma anche spunti socio - politici.
L'indagine, presa in esame, è stata svolta a Napoli e Milano con, principale riferimento, il Processo Cusani (il più nazionale).

I processi si possono dividere in quelli relativi a:
- Tangentopoli che induttivamente partono da fatti banali per poi allargarsi, qui si esalta il rapporto concusso/corrotto, dove mentre gli imprenditori si dichiarano costretti a elargire tangenti, i politici dichiarano pari responsabilità per l'interesse comune;
- mafia politica e camorra politica che deduttivamente partono sempre dalle dichiarazioni di pentiti - i teoremi - vere e proprie rappresentazioni complete dei rapporti politico - affaristici.
Comunque, dai processi in corso che conducono tutti agli inizi degli Anni Ottanta (Testimoni di eventi incisivi: rapimento Moro, caso Sindona, ecc.), è difficile fare una storia della corruzione perché non si arriva mai alla persona ma al sistema partiti, eccezione è il caso Craxi. Per cui, attraverso la Magistratura, è possibile solo svelare il SISTEMA della corruzione.

Cosa avviene dalla metà degli Anni Settanta? Quali trasformazioni?
Inizia la erosione del sistema - partito con la progressiva affermazione della personalizzazione della politica (CAF - Craxi, Andreotti, Forlani). Il collaudato sistema - partito del PCI viene, fino agli Anni Settanta, riproposto anche dalla DC che, con l'apertura continua di sezioni, si diffonde e si organizza sul territorio. Il gruppo dominante è quello Doroteo che, liberatosi con discrezione e, di quel tanto che basta, del controllo clericale, costruisce un partito clientelare di massa utilizzando le risorse pubbliche (i politici dal sabato al lunedì ricevevano gli elettori del proprio collegio per ascoltare e appuntarsi le richieste - direttamente ho visto un politico DC che, nel ricevere Coltivatori Diretti, annotava le richieste su un taccuino con voci pre-stampate del tipo: persona da favorire ..., provenienza..., presentato da...., favore che chiede ..., ecc.).
Il sistema incomincia mostrare crepe con l'avvento delle Regioni ('70) che insieme a USL e Province assorbono, in chiave locale, molte delle risorse gestite prima solo da Roma.
In questi anni, con il "compromesso storico" si legalizza la prassi in atto di un sotterraneo accordo DC - PCI, i progetti di legge più importanti avevano sempre l'assenso dell'opposizione, per cui non esisteva una vera opposizione ma un sostanziale "consociativismo": perdura quel tanto bistrattato "trasformismo" ottocentesco. Il tutto ha portato ad un blocco dell'alternanza, ancora molto attuale, nella politica italiana, a causa delle infinite mediazione: D'Alema cerca consensi presso Berlusconi per ridurre le pretese di Bertinotti.
Alcuni politologi parlano di vicolo cieco della politica italiana.





La magistratura, negli anni Novanta, si è sostituita all'incapace politica italiana (il Procuratore di Napoli Cordova disse che la magistratura può, adesso, operare perché, contrariamente a prima, ha il consenso della gente).
A Napoli, alcuni giovani pretori iniziano, contro pressioni sia di politici che di alte sfere della magistratura, indagini sul voto di scambio e, partendo dalle accuse camorristiche a Gava (già condannato per corruzione con l'accusa di De Rosa), arrivano a politici come De Lorenzo (nel suo studio si scoprono programmi computerizzati con schedati 20 mila nomi), Vito, ecc.
Nella sentenza Romeo si legge di tangenti elargite a tutti compresa l'opposizione (il segretario del PCI di Napoli, Berardo Impegno, confesserà in TV - trasmissioni: Milano-Napoli e PERDENTI - di aver preso danaro) come prassi acquisita, addirittura con tariffe per i livelli di importanza.
Insomma il circolo della corruzione voto/favore/tangente/politico/imprenditore/ecc. era perfettamente chiuso, con un infinito numero di persone coinvolte.
A Milano, pur registrando lo stesso tasso di corruzione, si osserva che le persone coinvolte sono meno e che i processi riescono ad individuare e condannare.

Una lettura della trasformazione politica:
- Si conclude il sistema impersonale partitico (persino Andreotti e Gava si erano affermati controllando il partito, non comparendo in prima persona, una sorta di burattinaio).
- A Napoli, al vecchio rappresentato da Gava e dal suo partito macchina (Vito, ecc.), si sostituisce il nuovo con Pomicino, De Lorenzo e Di Donato i quali, spesso si alleano fra di loro anche al di fuori dei partiti che rappresentano, imprimono una interpretazione personalistica della politica, dove, figurando in prima persona, abbandonano la matrice ideologica e sviluppano una politica trasversale fatta di notabili (visione di sapore ottocentesca) e utilizzo del proprio patrimonio (opportunamente poi rimpinguato dal danaro pubblico) in quanto questo tipo di politica è sempre più costosa.
- Sulla stessa linea personalistica sono: il fenomeno Craxi che, grazie al suo carisma, sostituisce il media-tore instancabile DC con una figura autonoma-forte (si individua chi decide - decisionismo) e riesce a determinare uno dei governi più lunghi con successi importanti come il Concordato, difatti Fiat e Medio-banca, quelli che determinano la politica dietro le quinte, non amano Craxi, il suo protetto Gardini fallirà; e i fenomeni Berlusconi, Di Pietro e, in parte, Bassolino che fanno leva sul populismo.

Insomma si assiste ad una AMERICANIZZAZIONE della politica con la sola differenza che mentre in USA la cosa è prassi acclarata da noi si fa ma non si dice, perciò il processo non è ancora compiuto in quanto, mentre i nuovi politici sanno dialogare direttamente con il popolo elettore (Di Pietro, nei processi, si faceva capire con un linguaggio "normale" da tutti, da qui il consenso), i vecchi che resistono (parlano di rifondare partiti, ecc.) hanno difficoltà e sono ancora a riproporre l'obsoleto consociativismo, per cui non si determina una visione politica di due distinti poli alternativi, non si riesce a far politica per la mancanza di autonomia del Parlamento, infine, necessitano, per il nuovo, adeguamenti istituzionali.
Il consociativismo e tutto quanto resiste al nuovo non può essere spiegato solo dalla politica visibile ma bisogna indagare nell'ambito della cosiddetta "società civile", quell'esercito di notabili, professionisti, ecc., supporter di partiti e politici, che sopravvivono, proprio perché nascosti, a tutti i tentativi di trasformazione ed assicurano una sostanziale continuità.
A conclusione, contro ogni forma di controllo sotterraneo della politica che tutto deteriora e corrompe, ci si auspica il passaggio deciso alla accennata "americanizzazione" dove la politica rappresenta direttamente e dichiaratamente le varie lobby che, nella competizione politica, rischiano in proprio, con vittorie o sconfitte.

l '68 e il '69 vedevano anche in Italia il propagarsi della contestazione giovanile, su cui ebbero notevoli influssi i fatti del maggio francese '68 e della Primavera di Praga '69, contestazione che contribuiva a creare a livello politico e sindacale un ampio spazio alla sinistra del PCI.

IL SESSANTOTTO

L'influenza americana sullo stile di vita degli anni Cinquanta coinvolse immediatamente i giovani, tra i quali simboli consumistici come il chewing-gum, la musica jazz e rock and roll, il juke box, i blue jeans fecero subito presa anche perché gli adulti allentarono la loro influenza sia per il forte impegno nel lavoro sia per il desiderio di migliorare a tutti i costi e subito il tenore di vita dei figli, per cui salirà la scolarizzazione e il periodo di dipendenza e senza responsabilità dei giovani. il tutto si tradusse in una forte espan-sione dei consumi che ebbe notevoli influenze sulla società e sull'economia, la domanda di beni stimolò la produzione e, quindi, la produzione industriale del Paese.

In questo contesto si accentuarono i contrasti tra l classi sociali che alimentarono i fe-nomeni di ribellione già presenti nel mondo giovanile. L'aumento dei "bisogni", la ricer-ca di una fisionomia culturale e sociale nettamente distinta da quella degli adulti furono alla base di una forte contestazione alla società borghese, che animò il mondo giovanile sul finire degli anni Sessanta: entravano in crisi i valori politici e culturali sui quali si e-rano costruite le società occidentali del dopoguerra e aumentarono gli squilibri sociali provocati dall'industrializzazione.

La contestazione giovanile fu un fenomeno condiviso da molti , ma animato, in realtà, da una parte dei giovani: gli studenti (prevalentemente universitari), che disponevano del tempo e delle risorse culturali necessarie per organizzare un vasto movimento di protesta.

Le rivolte studentesche scoppiano nel 1964 nelle università degli USA, non solo come una risposta ad un desiderio di ribellione, ma, soprattutto, come forte presa di posizio-ne contro la discriminazione razziale, che ancora caratterizzava la società americana, le regole di comportamento presenti nelle università (retrograde e non adatte alla nuova generazione), i corsi di studio e il comportamento del corpo docente (autoritario e spesso retrogrado) e contro i comportamenti dei soldati americani nel Vietnam.
La protesta si propagò in tutta Europa dal 1967 ed esplose nel 1968, quando in Italia e in Francia i movimenti studenteschi diedero vita ad accese manifestazioni, durante i quali si verificarono violenti scontri con la polizia.

Il 1968 è stato l'ultimo grande revival marxista rivoluzionario, condito con le idee di Herbert Marcuse, che immaginavano un futuro tanto ricco e tanto sicuro che si potevano, anzi si dovevano lasciar liberi gli istinti troppo compressi dall'etica del profitto e del lavoro. La società aveva bisogno di libertà sessuale, di emancipazione, di tempo libero, di gioco.

Da semplice contestazione in alcuni luoghi si ebbe una vera e propria rivolta: come a Parigi, dove si temette nel "maggio francese" una nuova "rivoluzione" quando la capitale fu circondata dall'esercito pronto ad intervenire con i carri armati. Scontri durissimi tra dimostranti e polizia che andranno a coinvolgere anche l mass oprai delle grandi fabbriche paralizzando la Francia. Studenti e professori occuparono l'Università di Nanterre e la Sorbona di Parigi, proclamarono lo sciopero generale poiché il Ministero della Pubblica Istruzione voleva limitare il numero degli studenti universitari con una rigida selezione e utilizzare la ricerca universitaria per risolvere i problemi dell'industria.

Anche in Italia il primo obiettivo contro cui si scagliava la protesta studentesca era la scuola, nella quale le differenze nella quale le differenze sociali si riflettevano e si am-plificavano. La protesta si allargò dalla scuola a tutta la società, ai governi nazionali in-capaci di una vera azione democratica, e al sistema economico capitalista, colpevole, secondo i movimenti studenteschi di ispirazione marxista, di sottoporre l'uomo alla schiavitù dei consumi.

L'impegno politico fu una caratteristica costante degli studenti, così come la ricerca dei modi per esprimere la propria "diversità" (e quindi il proprio dissenso) dal mondo "perbene" degli adulti. Si impose un abbigliamento volutamente trasandato, che doveva cancellare le differenze di classe tra i giovani, furono apertamente criticate la moralità e le consuetudini "borghesi" e si diffuse l'ideologia marxista (di orientamento leninista), non mancarono neanche convinti sostenitori degli ideali cattolici e gruppi di destra.

Le proteste studentesche del '68 non riuscirono a realizzare del tutto i cambiamenti so-ciali, talvolta troppo utopistici e ambiziosi, per cui i giovani combattevano. Alcuni ri-sultati concreti si ebbero nel decennio successivo quando alle proteste studentesche si unirono le lotte operaie e la protesta del movimento femminista.
Dal 1969 (autunno caldo) è partito il grande movimento sindacale che ha prodotto il nuovo potentissimo sindacato unitario, la triplice, dominatore della vita economica politica italiana fino ad oggi.
Il movimento studentesco e il movimento sindacale di quegli anni erano il prodotto del grande sviluppo economico del dopoguerra, dell'enorme arricchimento dell'Occidente.

La contestazione studentesca si è riaccesa episodicamente negli anni seguenti con pun-te nel '77 e, in tono minore nel 1985 (i ragazzi dell'85 con 200 mila a Napoli) e nel 1990 (la pantera), dopo il silenzio per l'opprimente "omologazione" borghese (di paso-liniana memoria); un certo risveglio può essere riscontrabile nella protesta antiglobaliz-zazione del "popolo si Seattle" della fine degli anni Novanta e inizio III Millennio.

Le lotte studentesche comunque diedero una spallata alle arretrate strutture scolastiche (accademiche) e universitarie (baronali) e lasciarono dietro di sé un patrimonio di azioni collettive animate da motivazione generose; nell'attivo del loro bilancio va iscrit-to anche il fatto che esse acuirono la sensibilità collettiva nei confronti di alcune con-traddizioni di fondo della società occidentale contribuendo a modificare le relazioni del-l'individuo con le istituzioni, nel segno di un rifiuto dell'autoritarismo gerarchico privo di reali giustificazioni intrinseche.

slogan degli anni '60
L'esperienza è:
-"la parola con cui i grandi coprono i propri errori" .
-"Pettine per calvi"

In conclusione si può affermare che la rivolta studentesca è stata, almeno per il mondo occidentale, uno dei segni più clamorosi ed emblematici della crisi profonda che ha in-vestito le strutture capitalistiche ed economiche delle società capitalistiche ed ha rivela-to l'incapacità dei ceti dirigenti di gestire un meccanismo divenuto troppo vasto e complesso.
Vero è che il movimento studentesco non fu proprio solo dei Paesi a capitalismo avanzato ma si riprodusse anche nelle democrazie socialiste dove gli studenti levarono la loro voce non tanto per mettere sotto accusa l'ordinamento statale quanto per denunciare la degenerazione di un sistema che nel complesso ritenevano ancora valido. Per essi il comunismo che dominava nei Paesi dell'Est europeo non era da distruggere ma da correggere.

Il problema di questo ultimo periodo, però, non è più la liberazione dai tabù del passa-to, l'emancipazione femminile, la libertà sessuale, la ricerca dell'eccesso e dell'avventura, come negli anni Settanta, ma il bisogno di certezze e di sicurezza attraverso la costruzione di un ordine mondiale, di un apparato dello Stato rigoroso ed efficiente, di una economia solida, di un ethos pubblico e privato . la società postmoderna, liquida, anarchica, permissiva è al tramonto.

Considerando che le rivoluzioni sono come fiumi in piena che inondano tutto, poi, se defluiscono o per il vecchio letto o per un nuovo corso, lasciano terreno fertile (limo) e ricchezza, se invece stagnano (paludi) portano malattie e zanzare, si individua nel '68 la causa della decadenza della scuola e delle disfunzione della società italiana e delle sue istituzioni, l'accusa da parte dei poteri oligarchici, sempre più ristretti ed aggressivi, sembra ripetere quella delle oligarchie politiche e intellettuali di allora.

Pur ritenendo il '68 (per Pasolini: processo distruttivo del "costume" popolare e solidale)fautore dell'"individualismo democratico", libertario ed edonista, tipico dei paesi neocapitalisti, viene molto sminuito nel suo tratto specificamente politico, del suo carattere di insurrezione collettiva, perché il politico vuole sbarazzarsene, sradicarlo dalla scuola e dalla storia azionale, in quanto teme il ritorno della politica.
Confessa, col suo disprezzo, che il '68 è stato, forse, l'ultimo evento politico - la politica è cosa rara! - in Italia.

E come ogni evento autenticamente politico, il '68 dimostrò che non c'è bisogno di titoli, meriti particolari o saperi specifici per agire politicamente; che, come nella "democrazia" greca, la capacita di pensare politicamente non è proprietà di nessun gruppo, classe, ceto di tecnici, scienziati o filosofi della politica; che non ci sono soggetti destinati o legittimati alla politica, perché si diviene dei soggetti proprio facendo politica, ossia entrando collettivamente in conflitto col presunto ordine naturale delle funzioni, posti e parti assegnati dall'ordine sociale.
Gli eventi politici "fanno male" agli ordini costituiti in quanto mettono in discussione gerarchie consolidate con il tentativo di realizzare l'uguaglianza nel mondo delle disuguaglianze.
La politica rende insicure le oligarchie, le quali, invece, chiedono sicurezza per riprodurre se stesse.

In questo quadro alla scuola viene chiesto non la trasmissione del sapere con la sua straordinaria storia di invenzioni, rotture, rivoluzioni, o affrontare problemi, ma innanzitutto la funzione educativa per definire modi d'essere, insegnare ad essere competitivi -la propria vita è pur sempre un capitale!- e disciplinati. Individualisti e obbedienti.

L'oggi (2010) vede gli Anni Settanta come il passato che non passa; definisce il periodo come un decennio irrisolto, schiacciato inesorabilmente nella sua declinazione plumbea, invocato a sproposito come un fantasma molesto. A questa iconografia granitica, alimentata prima dal silenzio più tardi dall'<<epica brigatista>> e ancora da <<un'ipertrofia della memoria>> che travolge la conoscenza storica.
Militanti dediti con passione e generosità alla causa degli ultimi rimasti vittime innocenti di una mano che è rimasta impunita. Così come non è mai stato trovato un colpevole in chiave giudiziaria per nessuna delle stragi riconducibili alla strategia della tensione: 11 carneficine, 150 morti e 652 feriti rimasti senza giustizia. Lo Stato ha rinunziato a fare luce ogni volta che si sospettava un coinvolgimento dei suoi apparati. insomma ha impedito sistematicamente l'accesso al cuore nero della storia repubblicana. Questa dilatazione della sfera dell'invisibile ha creato un disagio diffuso verso le istituzioni democratiche. Una sfiducia estesa in larghi strati della società, tra studenti, giornalisti e intellettuali: Norberto Bobbio teorizzava l'esistenza in tutte le democrazie di una dose fisiologica di arcana imperi.
La pesante opacità finì per rendere indecifrabili e inquietanti le istituzioni dello Stato democratico e sviluppare una rigidezza dottrinale ossessiva con impazienze esistenziali. con la sostanziale incapacità di comprendere cosa stava avvenendo nelle pieghe più profonde della società italiana (la forza pervasiva dei mercati, l'universalizzazione delle tecniche informatiche, la mancata omologazione dei consumi e degli stili di vita, il nuovo ruolo delle grandi banche e delle multinazionali). Rinchiusi nel Novecento i movimenti nati dal Sessantotto vi lessero solo ed esclusivamente una sorta di resa della democrazia e si consegnarono interamente al passato, affacciandosi con una sorta di impotente subalternità all'esplosione di violenza che nella seconda metà degli anni Settante insanguinò la lotta politica.


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