Eduardo Ambrosio


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OTTOCENTO

TERZIGNO > STORIA

Lo sviluppo di TERZIGNO nell'Ottocento

SOMMARIO: La partecipazione alla grande storia, distruzione e ricostruzione. Integrazioni 2020


Dopo un Settecento vissuto, dagli abitanti di Terzigno, soprattutto in funzione della costruzione della possente ed elegante chiesa dell'Immacolata, primo collante della città, l'Ottocento sarà testimone dei primi vagiti storici della comunità, coniugati con la storia del Regno di Napoli e, più in generale, con quella d'Italia.


La partecipazione alla grande storia

Rare testimonianze documentarie parlano di un certo fermento culturale:

  • per la Repubblica Napoletana del 1799 di matrice giacobina con la figura del rivoluzionario professore di chimica e matematica Annibale Giordano (nato a S. Giuseppe Vesuviano, anche se l'atto di nascita recita: "in loco ubi dicitur allo Terzigno");
  • per Napoleone (un certo Giuseppe Boccia partecipa alla sua campagna di Russia e torna cieco) ed il decennio francese a Napoli (1806-1815);
  • per la Carboneria degli anni Venti e Trenta (riunioni nella casa dei fratelli Boccia alla Crocevia), il sacerdote Don Giovanni Boccia da Terzigno.


In seguito alla concessione della costituzione,
Terzigno con una guardia di 100 uomini e un capo compagnia faceva parte del Decurionato di Ottaviano, la tradizione parla di uno scontro presso la Taverna al Mauro (confine del principato mediceo) della guardia con i garibaldini.

Un terzignese, Vincenzo Niutta 30 , quale Primo Presidente della Suprema Corte del Regno di Napoli, nel 1860, annunziò il Plebiscito che unì il Meridione al Regno d'Italia.

Rilevante è la storia di
Antonio Cozzolino detto Pilone 31 che, con il monopolio delle "trafeche" (compravendita del vino e di ogni altro genere) nella zona di Terzigno e dintorni, fu li protagonista assoluto del brigantaggio postunitario; foraggiato da Francesco II (Franceschiello), mise in scatto l'ordine costituito consumando una rapina addirittura contro l'erede al trono d'Italia Umberto I, la sua avventura finì solo il 14 ottobre 1870.

30. Nominato per meriti senatore del Regno d'Italia, Ministro nel primo governo italiano presieduto dal Cavour e Grande Ufficiale dell'Ordine Mauriziano. Della stessa famiglia di origini trecentesche titolata con Duca e Marchese di Marescotti sono: il Primo Presidente della Corte di Cassazione di Napoli, Francesco; la medaglia d'oro al valor militare (a cui è intitolato l'aeroporto di Napoli), Ugo; il Prefetto del Regno e Alto commissario della città di Napoli, Giovanni; la medaglia d'oro al merito forense, Gugliemo. Ultimo erede della famiglia, figlio di una Niutta, è Alfonso Paternò di Montecupo, dirigente del Ministero degli Interni, presso la Direzione Generale dell'Amministrazione Civile.
A parziale rettifica di quanto sopra, su segnalazione di Francesco Niutta (francesco.niutta@gmail.com) del 3.4.2009, apprendo che allo stato ci sono ancora quattro discendenti maschi diretti di Vincenzo Niutta e cioè Ugo Niutta, attuale titolare del titolo di duca e marchese, suo figlio Gustavo Niutta, suo nipote Enrico Niutta e il figlio di quest'ultimo appunto il succitato Francesco Niutta.
I Comuni di Roma, Napoli e Terzigno hanno intitolate strade ai Niutta.


31. A Terzigno Pilone, devoto come molti malavitosi della Madonna del Carmine, poteva contare sui partigiani Paolo Collaro, oste della Taverna al Mauro, e sugli Annunziata, mentre fu osteggiato da Francesco Prisco che, contro la sua volontà di Pilone, voleva abbandonare la causa per la restaurazione borbonica; altri adepti terzignesi erano il contadino Francesco Napodano, la monaca di casa Francesca Ranieri, l'amante Maria "Puzzacane" dei Caprai, il maniscalco Gaetano Iuliano, Vincevo Ranieri Mangiamelelle.



Distruzione e ricostruzione

I bisogni, però, per la comunità di Terzigno sono sempre gli stessi, reagire alla furia ricorrente del Vesuvio (clicca - integrazione del marzo 2014) per la cronaca dell'Abate Monticelli: La più devastante del secolo fu l'eruzione del 23 luglio 1832, con una coda di circa due anni. La distruzione interessò, per un grosso squarcio sul fianco, circa 1100 moggia di vigneti e boschi, che rimasero improduttivi per più di un'annata.

Integrazione del marzo 2014
Le continue eruzioni (pressoché ininterrote), che avvenivano al Vesuvio - solo nell'Ottocento, quelle particolarmente violente sono del 1822, 1834, 1850 e 1872 - oltre che arrecare ingenti danni alla zona, suscitavano
un crescente interesse fra molti studiosi di vulcanologia (come già anticipato con il Sorrentino nel capitolo relativo al '600). Sull'onda di queste emozioni e su sollecitazione del fisico Macedonio Melloni, nel 1841 , Re Ferdinando II di Borbone faceva avviare sulle pendici del Vesuvio stesso la costruzione del primo osservatorio meteorologico e vulcanologico del mondo. L'Osservatorio venne inaugurato nel 1845, in occasione del 7° Congresso degli scienziati italiani. Il completamento dei lavori, tuttavia, avvenne solo nel 1847 ed in quell'anno il Melloni si recò a Parigi per acquistare gli strumenti scientifici necessari agli studi dell'Osservatorio. Ma nel 1848 scoppiarono alcuni moti rivoluzionari, prontamente repressi, che portarono alla destituzione del liberale Melloni. Dopo varie vicissitudini, solo alla fine del 1855 veniva nominato il nuovo direttore Luigi Palmieri e da quella data inizia l'effettiva attività dell'Istituto. Da allora in poi l'osservatorio Vesuviano ha rappresentato il punto di riferimento per tutti gli studi svolti al Vesuvio ed è stato il primo esempio di istituzione scientifica in campo vulcanologica. L'attività dell'Osservatorio si è orientata sin dall'inizio allo studio della fisica dei processi vulcanologici ed è appunto al Palmieri che si deve la realizzazione del primo sismografo utilizzato per lo studio dell'attività sismica durante le eruzioni.
Poco dopo l'inizio dell'attività dell'
Osservatorio Vesuviano il Regno di Napoli entrava a far parte del Regno d'Italia e, nel 1860 con decreto dittatoriale di Giuseppe Garibaldi, il Palmieri veniva nominato professore di Fisica Terrestre presso l'Università di Napoli (oggi la "Federico II") e assumeva la contemporanea direzione dell'Istituto di Fisica terrestre e dell'Osservatorio.
Attualmente
l'Osservatorio Vesuviano ha tra i suoi compiti istituzionali quelli relativi alla sorveglianza dei vulcani dell'area napoletana e lo sviluppo delle conoscenze di base sull'attività vulcanica.

Vennero distrutti
i rioni di San Giovanni, Cerasari, (soprattutto) Caposecchi e Caprari con 225 famiglie senzatetto, in seguito a tale disastro, vi furono opportuni provvedimenti della Corte di Napoli: fu nominata una commissione per scegliere le povere famiglie danneggiate da ricoverare perché non in grado di sopportare il disagio, mentre furono erogate indennità in danaro per i danni subiti per chi era in grado di provvedere alla propria sistemazione.
La Commissione, con un indennizzo annuo di 150 ducati, ottenne dal parroco, don Ignazio Boccia, il consenso per utilizzare le già menzionate 12 moggia della parrocchia Immacolata, le quali, insieme ad altre 70 moggia, furono distribuite tra 105 famiglie povere con porzioni esentasse da mezzo a due moggia.
Da queste disposizioni e con una decisa opera di ricostruzione sorse un nuovo quartiere, "BORGO NUOVO (CASENOVE)", esempio di sintesi urbanistica tra la tradizione locale (il cortile) e il nuovo razionale (vie che si incrociano ad angolo retto e confluenti in una piazza centrale - attuale piazza Immacolata - al centro della quale, come nel cortile, vi era una grande cisterna).
In tale occasione
furono sistemate anche due strade danneggiate dalla lava che conducono verso il mare.

Da fonti orali (non avendo rinvenuto alcun documento scritto), apprendo che agli inizi degli Anni Cinquanta del Novecento la famiglia Iervolino - Iovino, abitante nella piazza, fece edificare, a proprie spese, una cappellina al centro della piazza con una statua dell'Immacolata che guarda il Vesuvio (per tenerlo buono!).
La cappellina e l'intera piazza, negli anni seguenti, sono state più volte vandalizzate e sistemate fino a quelle attuali dei primi anni Duemila.



L'AUTONOMIA SEZIONALE

Dal fascicolo "Divisione delle frazione" dell'Archivio municipale di Ottaviano si rileva il decreto del 15 novembre 1865, n. 2602, con il quale il re Vittorio Emanuele II, da Firenze capitale, stabiliva che agli uffici di Terzigno già esistenti dal 1809 (quando 101 capifamiglia con una petizione al Comune di Ottajano furono autorizzati a redigere Registri di nascita, di morte e di matrimonio sotto la responsabilità di un "Ufficiale Delegato", per Terzigno fu nominato Ferdinando Auricchio), si aggiungessero gli altri per completare l'autonomia sezionale, sancita in forma esecutiva da un altro decreto del 28 aprile 1886.
Gli uffici furono insediati in un immobile in
piazza Trojano Caracciolo del Sole (fino al 7.12.1991 Vittorio Emanuele III) di proprietà di Nicola Bifulco.


LA CRISI DI FINE SECOLO

Le condizioni misere di vita, aggravate dalla miope politica unitaria, inducono molti, alla ricerca di migliori condizioni di vita, ad emigrare, è forte il mito dell'America, o a trasferirsi al nord o addirittura ad arruolarsi, le guerre non mancano.
Tutto questo ha sicuramente minato il rapporto d'amore viscerale con la propria terra fino a dimenticare quasi la sua prodigalità (la violenza al territorio con l'abusivismo successivo ne è una chiara testimonianza).


LE ATTIVITÀ LAVORATIVE

Venditori di Vino: Pasquale Iuliano e Salvatore Ranieri, al Terzigno; Pasquale D'Avino e Andrea Francese, agli Avini; Pasquale Caldarelli agli Ugliani.

Liquoristi: Angelo Cuomo di Nicolangelo.

Integrazioni 2020
Giuseppe III Medici, nel 1803, con un "tabulario" governativo, impose agli amministratori di Ottajano una clausola, e "cioè dovendosi venire alla censuazione di tali territori, si debba assolutamente vietare ai rispettivi censuari la piantagione delle viti". Ma nessuno rispettò il divieto. I frati che amministravano la Chiesa dell'Immacolata, di cui gli enfiteuti Carmine Braso, Emanuele Albano e i fratelli D'Amato, erano generosi "fedeli" e la diplomazia del Bifulco bloccarono i propositi di Giuseppe III di imporre, in ogni modo, con il potere della legge e con la violenza delle sue "guardie", il rispetto del divieto.

Fu il
momento decisivo della storia "del Terzigno": le masserie del territorio divennero, in venti anni, il fulcro dell'azienda vinicola dei Medici di Ottajano, e il centro della politica dell'"immegliamento del vino vesuviano" che Giuseppe IV Medici sviluppò con tale intensità che a metà dell'Ottocento la sua azienda venne giudicata dal Semmola tra le più importanti dell'Italia Meridionale.
Il
vescovo Caracciolo, di raffinata cultura, seppe conciliare i principi della dottrina e gli obblighi connessi al ruolo con un'attenzione serena e costruttiva per i processi dello sviluppo sociale, economico, ideologico. Egli capì che le "ottine" delle parrocchie ottajanesi erano troppo vaste, e, soprattutto, che i parroci, oppressi dal peso di complicate questioni amministrative e finanziarie, dimenticavano sempre più frequentemente di diffondere la catechesi con l'energia che richiedeva una società contadina in cui si manifestava visibilmente l'ingiustizia del domino esercitato da pochi sui molti.
Il
Caracciolo fondò il Seminario di Nola, costruì la Chiesa dell'Immacolata Concezione di Terzigno e costituì la parrocchia di San Gennarello all'interno di un solo progetto: far sì che le chiese territoriali promuovessero, con l'educazione religiosa, anche lo sviluppo culturale e la tutela sociale della comunità.

Le leggi di
Murat portarono via ai Medici buona parte dei fondi che possedevano a Terzigno. La parte confiscata fu distribuita a 96 "censuari" scelti con un sorteggio pubblico alquanto discutibile.
Ma tra il 1821 e il 1840 più del
70% delle quote fu alienato dai primi censuari e dai loro legittimi eredi.
I
venditori erano braccianti come Orazio Miranda del Terzigno, filatrici come le tre sorelle Bianco dei Pizzoli di Terzigno, Maria Massa, andata ad abitare ad Episcopio, Pietro Ammendola, trasferitosi a San Gennaro di Palma per commerciare canapa, Giuseppe Iervolino detenuto a Castel Capuano.
Comprarono le quote Luigi Giordano, fratello di Annibale e figlio di Michele che era ancora vivo nel '22 e firmò le carte per comprare dallo Iervolino, per 155 ducati, 4 moggia di terra alla Riga del Cafurchio; don Angelo e Giuseppe Salvati, l'uno sacerdote, domiciliato ai Salvati di Terzigno, l'altro negoziante di vini in Napoli, "alla porta della Sciuscella"; Felice Ammirati, negoziante di "faenze" in Napoli; Aniello Ranieri, "costruttore" domiciliato alla Croce dei Camaldoli in Terzigno; il sacerdote sangiuseppese Luigi Ammirati che nel '22 acquistò ben 8 quote. Francesco Ranieri, di Camaldoli, divise con Domenico Annunziata, contadino dei Pizzoli, la quota di Nicola D'Ambrosio alias Tarallo, anche lui dei Pizzoli. Questo "flusso" che ambiavano padrone fu regolato da tre notai, i sangiuseppesi Aniello Raggio e Giuseppe Fabbrocini, e da Luigi Gionti che teneva studio nella piazza del "Terzigno".

Don Ignazio Boccia, il parroco della Chiesa dell'Immacolata, interpretando correttamente i molti compiti indicati dal vescovo Troiano, sempre dalla parte dei deboli, fu attento osservatore degli impulsi sociale i degli orientamenti economici che nella prima metà dell'Ottocento alimentarono lo sviluppo della comunità "del Terzigno".
Il 10 novembre 1811 l'amministrazione comunale di Ottajano surroga con don Ignazio Boccia don Antonio Bifulco, "aggiunto per l'esatto registro degli atti civili della Chiesa del Terzigno per i suoi acciacchi effettivamente impotente".
Nel 1813 don Giovanni Leonardo Salvati rinuncia alla conduzione della "scuola di pubblica istruzione dei fanciulli del casale di Terzigno" e viene sostituito, su indicazione di don Ignazio, da don Ferdinando Auricchio "soggetto di scelti costumi, condotta e abilità, istruito specialmente del metodo normale".
Nel
1815 il parroco Ignazio Boccia fa notare all'amministrazione le strade della Comune di Ottajano e in particolare all'"aggiunto per il Terzigno", notaio Vincenzo Fabbrocini, che è improrogabile una sistemazione delle strade della Campagna.
San Giuseppe e Terzigno hanno 9600 abitanti, sui 14000 dell'intera popolazione: bisogna ristrutturare l'asse viario che va da San Leonardo "al Terzigno fino alla masseria dei Camaldoli" e collegarlo all'asse che si snoda " dal Lagno di San Giuseppe alla piazza fino agli Ambruosi, Mastanielli, Sdegna e Crispi": soprattutto è necessario costruire "una conserva d'acqua nella piazza dello Terzigno". Premono perché si realizzi nel modo migliore questa "sistemazione" i grandi produttori di vino, i numerosi proprietari di "carri , asini, e muli" che traggono consistenti guadagni dal trasporto delle merci e i Menichiini, con i quali don Ignazio ha legami di parentela e che già intorno agli anni '20 incominciano a costruire botti servendosi del legname di quercia e di castagno dei boschi "del Terzigno", e anche delle due selve "al Mauro" che sono di proprietà della chiesa dell'Immacolata. È anche merito di don Ignazio se una nota del Comune di Ottajano si dichiara che nell'anno 1842 i quattro "fabbricanti di botti del quartiere Terzigno " Raffaele Saggese, Pietro Cola, Francesco Menichini e Francesco Saverio Annunziata, hanno "marchiato" 2881 botti: hanno cioè dichiarato di aver costruito 2881 botti, pagando per la "zecca" di ognuna di esse 2 grana. Ma poi sappiamo che in tutto il Vesuviano spesso i bottai si confondevano nel contare, e quindi grande era il numero delle botti non dichiarate, e dunque "non zeccate".
È t
ale l'attività sociale e religiosa di don Ignazio Boccia che egli è costretto a rinunciare alla carica di "aggiunto deli atti dello stato civile nel casale di Terzigno": viene sostituito da don Ferdinando Auricchio.

Per il p
rimi 70 anni dell'Ottocento il VESUVIO non conobbe requie. Dopo alcuni anni di attività sempre più intensa, l'eruzione si scatenò nell'ottobre del '22, tra fragori immani di tuoni e di saette, e piogge di ceneri e di massi incandescenti. Fu, quella del '22, la prima eruzione ad essere studiata scientificamente.
Terzigno fu devastata dalle "alluvioni", che forse erano la conseguenza più catastrofica delle eruzioni. Valanghe d'acqua precipitavano a valle, su case e vigneti, lungo le pendici della Montagna che le ceneri, consolidandosi, ricoprivano come di un marmo. Si ricorse alla zappatura immediata delle ceneri e alla costruzione di gradoni, briglie e catene, ma l'ispettore della Direzione Ponti e Strade, ingegnere Bartolomeo Grasso, intervenne, come sostenne poi il Sindaco Basilio Di Prisco, più sugli effetti che sulla "causa motrice" del fenomeno, così che il 23 novembre 1827 la furia delle acque spezzò gli argini dei valloni e devastò gran parte del territorio tra la Zabatta e Terzigno. L'architetto Pasquale De Rosa difese a spada tratta il collega: un'alluvione così non si era mai vista, cinque ore continue di pioggia intensissima, poi un breve requie, e poi ancora scrosci violentissimi e assidui, proprio mentre l'Intendente riceveva una delegazione degli alluvionati e sentendoli descrivere la calamità, non avendo potuto trattenere le lacrime. Gli interventi immediati decisi dagli amministratori ottajanesi svuotarono le casse, tanto che per il "primo eletto" Pasquale De Rosa, che svolgeva le funzioni di Sindaco, propose di chiudere, per il 1831, le scuole elementari di San Giuseppe e "del Terzigno".
Don Ignazio Boccia guidò la rivolta della comunità, e le proteste furono così aspre che il nuovo sindaco, Michele Ranieri, non solo lasciò che le scuole continuassero a funzionare, ma chiese al Sottointendente anche l'autorizzazione a pagare la pigione per il locale che ospitava la scuola "del Terzigno", e cioè il chiostro della chiesa dell'Immacolata. Infine, venne confermato per il " maestro del Terzigno" lo stipendio di ducati 35.
All'inizio del 1832
Vincenzo Guastaferro , "aggiunto" al Primo Eletto in rappresentanza del "quartiere" Terzigno, comunicò al sindaco che don Ignazio Boccia ospitava le classi delle elementari nel chiostro e nella "sacrestia" della Chiesa, che forniva ai ragazzi libri, carta, inchiostro e penne, e, soprattutto, che aveva attivato una "refezione" perché i figli dei "miseri" potessero ricevere ogni giorno "pane e minestra": "e a voi è noto - aggiunse il Guastaferro - che in questo momento non è facile far la conta del numero dei miseri, perché dalle piogge continue sono state ridotte allo stremo anche le fortune delle famiglie che fino ad ieri era lecito giudicare cospicue e solide".
Chiara testimonianza dei disastri, degli interventi, se ne rova in una serie di
"note" che tra il 1831 e il 1833 si scambiano il Sottointendente di Castellammare, principe di Conca, i sindaci di Ottajano e don Ignazio Boccia. In una lettera del 17 febbraio 1831 il Sottointendente comunica al Sindaco di aver ricevuto la relazione dell'"architetto di Casa Reale" Giuseppe Zecchetelli, a cui l'Intendente aveva affidato "la revisione della perizia dei lavori occorrenti nella Chiesa Parrocchiale del Terzigno". È un relazione piena di dubbi: il parroco e i "periti" locali propongono di fare sulla "covertura della Chiesa un tetto ed alcune giunte di fabbrica", ma l'architetto non trova, nella perizia, alcuna risposta alla domanda se "il peso di questo tetto e fabbrica possa essere sostenuto dalle attuali mura " della Chiesa e che "è bastantemente alta"; allo stesso modo "si parla della nuova soffitta di detta Chiesa, ma del legname antico servibile niun dettaglio si rileva". L'architetto Zecchetelli teme che le opere progettate possano produrre "tristi conseguenze", e se ne lava le mani: " Quando l'Eccellenza vostra sarà assicurato dai periti adoprati in simile progetto della solidità dell'opera, sarà a loro carico e responsabilità qualunque danno possa avvenire in seguito". Ma c'è qualcosa che non quadra: ancora in luglio dello stesso anno il Sottointendente sollecita il sindaco di Ottajano perché invii al più presto "il parere in iscritto dell'ingegnere locale sulle osservazione fatte" dallo Zecchetelli.
Ma ci sono anche altre questioni aperte. In una
lettera del 12 agosto il Sottointendente comunica al sindaco di Ottajano che il parroco della Immacolata Concezione del "quartiere Terzigno" gli ha trasmesso i sensi del suo "dolersi" per il fatto che il Comune non ha ancora pagato "l'onorario dovuto al Sottoparroco in duc. 36 per l'anno 1830". Ma gli amministratori di Ottajano restano sordi ai lamenti e agli inviti per due anni, fino al 3 agosto 1833, data di una lettera del Sottointendente che, senza giri di parole, ordina al sindaco di pagare il "dovuto onorario" per il triennio 1830 - 1832, e di risolvere con il parroco don Ignazio Boccia la spinosa questione del "patronato della Chiesa", per stabilire a chi tocca pagare i lavori che "si sono completati e che andranno a farsi" nel sacro edificio. Don Ignazio risponde il 7 luglio 1833: "Signor Sindaco, ho l'onore di dirle che i Padri della Solitudine di S. Pietro a Cesarano nel 1° luglio 1805 rinunciarono in mano del vescovo Torrusio questa Chiesa e massaria che loro era stata dal vescovo Troiano Caracciolo nel 1750. Il lodato vescovo Torrusio accettò la rinuncia dei Padri e previa sovrana approvazione eresse detta Chiesa in Parrocchia di libera collocazione sotto il titolo di SS. Concezione, intimando un pubblico concorso a motivo che una tal cura era diventata indispensabile per la numerosa popolazione dispersa per la campagna. la libera collazione della Parrocchia rilevasi ancora dal supplemento di congrua assegnato al Parroco dal Patrimonio regolare, come si legge nella nota ministeriale n. 6244: "- abbiamo incaricato la Commissione mista amministratrice del Patrimonio regolare di far consegnare a favore della indicata Parrocchia l'annuo censo di duc. 15.40 dovuto da Francesco Di Maio di Ottajano… ".
Dunque,
la Chiesa dell'Immacolata concezione divenne parrocchia nel 1805 e il primo parroco fu don Leonardo Salvati. (In una lettera del 4 maggio 1848, indirizzata al sindaco di Ottajano, don Aniello Bifulco, nuovo parroco della Chiesa Immacolata Concezione, comunicò che la parrocchia contava "circa 3800" anime, che ha una rendita di duc. 173, "pesi di fondiaria" per duc. 28,45, una "quaresimale domenicale" di duc. 12 e "altri pesi comuni a tutti i Parroci").
È don Ignazio Boccia che propone all'amministrazione di
nominare Domenico Bianco medico condotto dei 2700 abitanti di Terzigno, e spinge il Fabbrocini a sollevare la questione del cimitero consorziale Terzigno - San Giuseppe, dal momento che Ottajano e San Gennarello hanno già costruito, nel fondo espropriato a Gioacchino Gallucci, il loro cimitero "con lusso e profusione di stucchi ed altri abbellimenti".
L'importanza
del ruolo di don Ignazio Boccia si coglie durante l'eruzione dell'agosto 1834, descritta dal segretario del Decurionato di Ottajano nel verbale del 31 agosto.
Nel pomeriggio del 24 agosto, dopo numerose scosse di terremoto, dal cratere del "furibondo vulcano" escono "nubi di cenere e di arena" e da un'altra "apertura" lave di fuoco, di "smisurata altezza e lunghezza" che devastano circa 800 moggia di selve e di orti e vigneti, e distruggono quartieri Cerasari, Caprari , Caposecchi e gli "Avini di sopra". Risultano distrutte le case di circa duecento famiglie, ma ancora più grave e la "corruzione" che l'acido muriatico, presente nella cenere e nella sabbia, "ha prodotto al di sopra delle uve e delle mele, i soli frutti che si hanno per raccolta in questo Comune". Questa "corruzione", prolungandosi l'eruzione, diventa "quasi cancrena" delle viti e di tutti gli alberi da frutta: di conseguenza, non potendo viti e alberi "nel modo ordinare vegetare, vi sarà la perdita del raccolto a venire".
Gli Ottajanesi e tutti gli altri vesuviani hanno imparato dalle eruzione e dagli altri "d
isastri vulcanici", piogge acide e alluvioni, una ricca retorica del lamento: ma questa volta non esagerano, il disastro è terribile. E anche gli osservatori inviati dalla Sottontendente di Castellammare, il principe di Conca, che è grande amico del Medici di Ottajano, riconoscono la giusta richiesta, avanzata dagli amministratori di Ottajano di ridurre, e non di poco, la tassa fondiaria per l'anno in corso e per altri quattro anni. Sollecitato certamente da don Ignazio Boccia, anche il vescovo di Nola, mons. Gennaro Pasca, esorta con una lettera pastorale i "figli della nobile Ottajano", e in particolare quelli su cui il vulcano ha esercitato "più crudelmente" la sua violenza, a "sentire" il conforto della fede e la "propizia protezione" di San Michele e dell'Immacolata Concezione.
Come sempre accade, la disperazione rende coraggiosi i cittadini:
don Ignazio Boccia si fa portavoce della protesta di proprietari e di contadini, i quali accusano i "bottai" di aver alterato, a vantaggio dei mercanti, la misura delle botti. Si chiedono nuovi controllori: per Terzigno vengono scelti Giuseppe Menichini, Carlo Saverio Bifulco e Gaetano Giordano: i primi due fanno parte anche dell'Amministrazione della Chiesa dell'Immacolata, e un nipote del Giordano è sacerdote, e fa parte della squadra del vescovo Pasca. E grazie a don Ignazio Boccia e alla nuova "terna" di controllori i danni della recente eruzione sono al centro del programma per il 1835 dell'amministrazione ottajanese, che cerca di non farsi condizionare dal consistente deficit di bilancio. Bisogna stanziare 1000 ducati per le famiglie di Terzigno a cui il vulcano ha tolto tutto - e già sono passati 6 mesi dall'eruzione - e, per ordine del Sottointendente bisogna rimborsare agli abitanti di Terzigno i soldi che essi hanno speso - 4 ducati a testa - per la carta bollata su cui hanno descritto alle "superiori autorità" lo stato dei loro "fondi coverti dalla lava di fuoco". Per colmare i vuoti di cassa gli amministratori di Ottajano gravano con tributi "urgenti" i prezzi del vino "forestiero che viene a consumarsi in questo paese", e il grano, e "il granone", e, di conseguenza, la pasta e il pane.
L'eruzione provocò, tra l'altro, lo sprofondamento dei pozzi e il prosciugamento delle sorgenti, coperte dalle frane interne. A lungo i rifornimenti d'acqua vennero garantiti dai carri attrezzati che andavano a riempire le botti nel fiume Sarno. Nel giugno del 1835, finalmente vennero "trivellati" due pozzi nuovi in un "orto" che apparteneva alla Chiesa dell'Immacolata, e venne al meglio riparata la cisterna pubblica: i lavori vennero eseguiti da un "maestro" locale, diretti dall'architetto Camillo Ranieri e controllati da Angelo Salvati, collaboratore di don Ignazio Boccia e economo della Chiesa dell'Immacolata.
Intanto, l
'imprenditore napoletano Vincenzo Russo si aggiudica la gara d'appalto per la costruzione delle 167 case che costituiranno il "BORGO NUOVO DEL TERZIGNO". L'imprenditore si accorge subito del fatto che i problemi sono molti, che non c'è sintonia tra "le persone ragguardevoli" del territorio e tra queste e le autorità ottajanesi, che sono serie le difficoltà tecniche provocate dai resti delle case abbattute del vulcano, e che è enorme la massa di cenere, lapillo e sabbia. Inoltre, egli accetta di intervenire nei quartieri Alteri, Iervolini e Maveta devastati dalle piogge torrenziali e dall'alluvione che esse hanno innescato il 29 agosto del 1835: gli Ottajanesi sono a tal punto sconvolti da questa durezza della Natura che chiedono ai preti di portare in processione i Patroni e di liberare il territorio dall'invidia distruttiva degli spiriti maligni.
A ottobre
il Russo riferisce al sindaco che è completata la costruzione di 14 "bassi" del Borgo Nuovo, e l'architetto Camillo Ranieri invia alle autorità ottajanesi e all'Intendente della Provincia, Antonio Sancio, il lungo testo di una relazione in cui si dichiara che l'impresa napoletana ha eseguito i lavori "secondo i vincoli dell'incarico e con le regole dell'arte". Ma i Menichini, i Bifulco, i Salvati e i "mastri" locali ritengono infondata la soddisfazione dell'architetto: don Ignazio Boccia condivide le loro consistenti perplessità e scrive al sindaco di Ottajano, Vincenzo Ammendola, che il Russo ha usato la calce, e non la "pozzolana di fuoco del Mauro", prevista dal contratto. Inutilmente il Ranieri tenta di spiegare che l'uso della calce ha costretto la ditta a usare tipi di malta che rendono più sicure le nuove case: il popolo sta dalla parte del parroco, e all'inizio della successivo Vincenzo Russo passa l'appalto all'impresa di Giovanni Battista Agresti. Il Ranieri lascia intendere, maliziosamente, che l'ostilità del parroco è stata provocata dal fatto che il Russo si è rifiutato di costruire gratis, "camere" in un giardino "prossimo alla Chiesa".
I
lavori durano cinque anni - le case vengono consegnate nel dicembre del 1840 - , e don Ignazio Boccia non interrompe per un momento la sua attività e di controllo. Nel giugno del 1838 egli fa sapere al Sindaco Basilio Di Prisco che in alcune case già costruite si vedono lesioni nei "lastrici e nei muri di sostegno" e, soprattutto, che nell'elenco ufficiale di coloro che hanno diritto all'alloggio vi sono anche nomi di "alcuni che nessun danno né perdita ebbero a patire" nell'eruzione del 1834. Infine don Ignazio Boccia, portavoce, nel 1841, si scagliò contro l'incompetenza e la superficialità del medico condotto locale, Arcangelo Ranieri, e chiese agli amministratori di Ottajano di sostituirlo con un giovane, Crescenzo Auricchio.



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