Eduardo Ambrosio


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DALLE ORIGINI AL '600

TERZIGNO Città > STORIA



TERZIGNO dalle Origini al Seicento

SOMMARIO: Il territorio, La denominazione “ Terzigno”, nascita della cittadina.

Il territorio

Terzigno fa parte del territorio vesuviano che si delineò con la nascita, circa 17000 anni fa, del Vesuvio, conformatosi grazie all'attività vulcanica del Monte Somma, nato a sua volta (circa 350.000 anni fa) dal fondo sottomarino.
La pianura, infatti, che si estende a perdita d'occhio dal Monte Massico ai Monti Lattari, dal mare fino ai monti di Caserta e ai Picentini, in seguito a sprofondamento divenne un braccio di mare e successivamente teatro d'azione di numerosi vulcani. Le eruzioni si svolsero prima sotto il livello del mare e poi sulla terra ferma, costruendo con i materiali eruttivi edifici vulcanici ancora esistenti come i Campi Flegrei, Procida e Vivara, Ischia, Roccamonfina e le isole Pontine (2 milioni di anni).
Ultimo a comparire al centro delle acque fu il piccolo cono del Somma-Vesuvio, che, poggiando su un basamento tra i 2 e i 5 km di profondità all'interno di rocce calcaree del Mesozoico e con incessante attività, colmò l'area circostante formando, retrocedendo il mare, la costa attuale.
La vita del Vesuvio, più specificamente, è stata interessata da cicli eruttivi principali con eruzioni esplosive denominati: Codola di 25.000 anni fa, qui i materiali eruttati poggiano sull'Ignimbrite Campana o Tufo Grigio Campano, a sua volta formatosi da eruzioni dei Campi Flegrei da 300000 a 36000 anni fa; Sarno di 17.000 anni fa: fine dell'attività del Somma con la formazione della caldera, testimoniata dall'attuale Punta Nasone alta 1131 metri e dall'assenza di colate laviche recenti su questo versante, al cui interno si formarono con il Gran Cono, che diede inizio a quella vera e propria del Vesuvio, nella parte piana meridionale, il Piano delle Ginestre o La Piana, e nei 5 km di valle che raccorda le pareti dell'antico cratere con la base del cono, la Valle del Gigante, a sua volta chiamata Atrio del Cavallo ad Ovest e Valle dell'Inferno dall'altra parte, Novelle-Seggiari di 15.000 anni fa; Ottaviano di 8400 anni fa; Avellino di 3.500 anni fa; 79 d.C, la prima storicamente documentata.
Ogni ciclo è iniziato, dopo un lungo letargo (alcuni secoli), con un eruzione di pomici altamente esplosiva:
l'ultimo ciclo è iniziato nel 79 d.C. e si è concluso nel 1944.

L'evento del 79 d.C. - preceduto da un terremoto del 5 febbraio del 63 d.C. così descritto da
Seneca: "Abbiamo saputo che Pompei, celebre città della Campania verso cui da una parte converge il lido di Sorrento e di Stabia e dall'altra quello di Ercolano, mentre dinnanzi cinge un ameno seno marino, è stata devastata da forte terremoto insieme a paesi adiacenti. E per di più tale terremoto è avvenuto nei giorni invernali, quando, secondo le esperienze dei nostri maggiori, tali tempi sono esenti da questi pericoli. È avvenuto, infatti ai 5 febbraio, ed ha desolato la Campania, che, del resto, non è mai sicura da simile disastro. Porzione di Ercolano è caduta e le case rimaste in piedi sono pericolanti; anche Nocera, se non è rovinata, non è neppure salva. A Napoli sono cadute case private ed edifici pubblici. Moltissimi altri paesi ebbero a soffrire" - è datato 24 agosto del 79 d.C. e durò tre giorni; il 26 il cielo fu di nuovo chiaro. Pompei fu ricoperta da 7 metri di ceneri e lapilli, Ercolano da uno spessore di fango (lahar) alto dai 15 ai 25 m; vi furono più di 2000 vittime.
La cronaca degli eventi, da recenti studi, stabilisce che molti abitanti di Pompei, anche sciacalli, cessata la rima fase dell'eruzione, ritornarono in città ormai quasi sepolta. Ma, dopo una decina di ore, alle 6 del 25 agosto l'attività riprese violentissima con arretramento della linea di costa lungo l'intero Golfo ed emissione di vapore surriscaldato, i pompeiani e gli animali che non fuggirono morirono per soffocamento per l'alta temperatura e per le esalazioni tossiche, in meno di 24 ore l'eruzione terminò dopo aver completamente distrutto la città ed aver sconvolto interamente una campagna fertilissima, che, dove non fu coperta dal manto di cenere, fu bruciata dalle piogge fortemente acide.
Insieme a Pompei, furono distrutte Stabia, Ercolano, Oplonti - l'attuale Torre Annunziata; e altre cittadine non ancora localizzate del tutto come Leucopetra - Pietrarsa; Tora - forse l'attuale S. Valentino Torio; Sora o Sola - presso Torre del Greco, Cossa - ubicata tra Ercolano e Pompei - è ricordata da Patercolo, Floro e Stradone; Civita - situata fra Pompei e Boscoreale forse l'attuale Giuliana; Taurania, citata da Plinio - presso Palma Campania dove oggi vi è un casale chiamato Taurano; Veseri - sulle rive del fiume omonimo, forse le sorgenti dell'attuale Sebeto.

L'eruzione è ben descritta da un osservatore diretto:
Plinio il Giovane, che, nelle sue lettere a Tacito (Epistole, Libro VI, 16° e 20°), scrive: "Mio zio (Plinio il Vecchio) era a Miseno, dove egli comandava la flotta. Il IX giorno innanzi l'ore VII (mezzogiorno), mia madre mi indicò un nembo che era apparso, di grandezza e di aspetto straordinario […] (non si capiva bene, guardando da lontano, da qual monte, e si si seppe poi che era il Vesuvio), del quale nessun altro albero meglio del pino avrebbe reso la forma e l'aspetto. Infatti, drizzandosi insù come un lunghissimo tronco, si allargava poi ramificando: credo perché, spinto prima in alto da un soffio impetuoso e poi dallo scemare di questo abbandonato a se stesso oppure anche vinto dal proprio peso, sfumava allargandosi: talora candido, talora morbido e chiazzato, secondo che avesse sollevato terra o cenere.
Nello stesso tempo, la cenere cominciò a cadere su di noi, non ancora fitta; rivolsi e vidi soprastarmi alle spalle una densa nube che ci incalzava come un torrente spargendosi sulla terra. Torniamo, dissi a mia madre, finché ci si vede; affinché sorpresi per via, no fossimo travolti dalla folla che ci veniva dietro. Appena seduti, si fece notte; non di quelle nuvolose e senza luna, ma come in una camera chiusa quando si sono spenti i lumi. Si udivano i lamenti delle donne, i gemiti dei bimbi; il gridare dei mariti; gli uni cercavano a voce di voler riconoscere i padri, gli altri i figli; gli altri i consorti; chi commiserava il suo caso; chi quello dei suoi; vi erano di coloro che, per timore della morte, la invocavano […]. Finalmente fece un po' chiaro; né questo ci pareva giorno; ma come foriero di un fuoco vicino; ma il fuoco non venne; invece nuova oscurità e nuovo nembo di fitta cenere. Noi alzandoci di tanto in tanto, la scuotevamo di dosso, altrimenti ne saremmo stati, nonché coperti, schiacciati. Ma il timore prevaleva, perché continuava il terremoto, e molti lunatici, con le loro malaugurate predizioni, si burlavano del proprio male e dell'altrui.
Già faceva giorno da un'ora; e pur la luce era tuttavia incerta e quasi languente."

L'attiività vulcanica in Canpania (integrazione del marzo 2014)
Con il nome Campi Flegrei, nell'accezione greca del termine "campi ardenti", si indicava l'intera Piana Campana. La prima fonte storica che faccia esplicito riferimento all'attività vulcanica della zona è quella di Diodoro Siculo (80-20 a.C.) il quale afferma che il nome era dovuto alla "montagna (il Vesuvio) che un tempo sputava fuoco, così come l'Etna in Sicilia".
Gli eventi che portano distruzione portano anche fertilità, a ciò la continua ripopolazione di queste terre.
Con la grande eruzione verificatasi tra 40.000 e 25.000 (la più probabile di 34.000) anni fa , tutta la piana campana fu ricoperta da prodotti vulcanici (l'Ignimbrite Campana) per uno spessore variabile fra i 20 e i 60 metri.
La glaciazione di 18.000 anni fa ridusse il livello del mare di circa 85 metri per cui la probabile linea di costa era spostata da 2 a 7 km e le isole del golfo di Napoli erano unite alla terraferma .
Intorno a 12.000 anni fa un'altra catastrofe vulcanica sconvolge i Campi Flegrei (il Tufo Giallo): effetti saranno Posillipo ed Vomero, un grande ribassamento dei Campi Flegrei e la formazione di un golfo più ampio di quello attuale, successivamente riempito con le eruzione: del Gauro, dell'Archiaverno, dei vulcani Miseno , Nisida, ecc.; e con un sollevamento della parte centrale tra 10.000 e 5.000 anni fa.
Dal 3.000 al 1.500 a.C., nei Campi Flegrei, vi sono eruzioni da Fondi di Baia (2.700-2.500 quando a Ischia - località Cilento, ad opera di Rittmann, e a Monte di Procida, ad opera di C. A. Livadié, vi sono ritrovi di ossidiana e di selce per manufatti) Monte di Procida e Ischia, Agnano Monte Spina, Solfatara, Monte Olibano, Astroni (1.800- 1.700 con reperti a Fuorigrotta) , Averno e Senga (1400-1300 con reperti In località Montagna Spaccata); mentre al Vesuvio si è avuta la grande eruzione detta delle Pomici di Avellino. Questi eventi sconvolgono gli insediamenti testimoniati dai reperti di età Neolitica e Eneolitica ( anche Longola di Poggiomarino e Nola).
Ancora ritrovi dell'età del Bronzo: a San Michele, sempre a d Ischia, nascosti dalle ceneri dell'eruzione del cratere di Campotese; a Palma Campania per eruzione Vesuvio del 1700 a.C.; a Sarno segnali dal Neolitico all'età del Bronzo antico.
Il ritrovo di reperti di ossidiana provenienti da Palmarola nelle Isole Pontine testimonia insediamenti e scambi commerciali marittimi già nel 3000 a.C.
In generale,
i popoli abitanti l'Italia nel periodo proto-storico (1500-800 a.C.) vengono definiti appartenenti alla civiltà appenninica (più che autoctona, in età neolitica, alimentata da gruppi provenienti dai Balcani e dal Bacino Danubiano o, grazie al ritrovo a Gaudo di armi di tipo egeo, dell'Anatolia e dell'Egeo), dove si inumano i corpi e si vive in villaggi di capanne, producendo vasi di terracotta e oggetti di bronzo. Confusamente - con il greco Dionisio di (I sec. a.C.) Alicarnasso, Porcio Catone (III-II sec. a.C.), nel periodo prima delle documentate colonie greche, si parla di aborigeni, Liguri o Umbri, greci della Caria emigrati molto prima della guerra di Troia guidati dal mitico Re Enotro che fonda Enotria e il fratello Peucrezio sbarca sulle coste pugliesi.
Le prime certezze per la datazione di quelle lontane eruzioni, grazie a scambi commerciali con mercanti micenei, sono del XV-XIV sec. a.C.; appunto, nel II millennio a.C., i Minoici portano la prima rudimentale scrittura permettendo un collegamento in tutto il Mediterraneo con diffusi racconti anche di eruzioni.
Eruzioni del Vesuvio (storica) del 79 d.C.
La catastrofe che accompagnò il risveglio del Vesuvio dopo vari secoli di quiescenza avvenne diciassette anni dopo un terremoto che aveva causato estesi danni a Pompei. Gli edifici pubblici della città erano stati da poco restaurati ed in alcuni portavano ancora i segni del precedente disastro.
Che cosa sapevano i romani del Vesuvio prima di questa eruzione? Certamente non tutti erano a conoscenza che la montagna fosse un vulcano quiescente, se è vero che lo stesso Plinio il Vecchio non lo cita fra i vulcani conosciuti. Al contrario, Strabone identifica la natura vulcanica del Vesuvio dall'aspetto delle sue rocce e suppone che un tempo, a somiglianza dell'Etna, esso avesse potuto da luogo ad eruzioni. Vitruvio, vissuto nel tempo di Cesare e Augusto, riporta che <>.
L'eruzione del 79 d.C. generò molta commozione e ispirò una serie di scritti tra cui le lettere che il nipote di Plinio scrisse circa vent'anni dopo l'accaduto per narrare a Tacito le circostanze della morte del famoso zio.
Da Plinio il Giovane: "nell'agosto del 79 d.C. lungo tutta la costa si avvertono per più giorni sordi boati e continui terremoti. Il fenomeno non è nuovo, ma getta nel panico le popolazioni e nelle città cominciarono a circolare le solite superstiziose voci di sventura e di risveglio di giganti addormentati".
All'una del pomeriggio del 24 agosto Gaio Plinio Secondo, a Miseno, viene avvertito dalla sorella della presenza di una strana nube - ora chiara, ora scura - di forma inconsueta, osservandola era a forma di pino e si sollevava e si dilatava, poi ricadeva e si espandeva lateralmente. Nel tardo pomeriggio parte per Ercolano, il mare era sempre più grosso ma i forti venti a tergo spingevano velocemente le barche dove cominciava a cadere materiale infuocato. Un bassofondo creato dalle frane impedisce l'approdo, per cui le navi vengono diretti verso Stabia che sembrava più sicura. Sulla riva la gente era pronta a fuggire con le navi appena il mare si fosse calmato.
Il Vesuvio appariva circondato da alte colonne di fuoco; continui terremoti agitavano le case ed una incessante pioggia di ceneri e pomici innalzava il livello del suolo. L'alba del 25 agosto è completamente oscurata dalla nube di cenere trasportata verso Sud-Est dai forti venti di maestrale.
Improvvisamente il vulcano sembra come squarciato da una mano gigantesca ed un nube densa e ribollente rotola lungo i suoi fianchi espandendosi ed inghiottendo tutto ciò che incontra. Ad Ercolano, quanti erano rimasti in città cercano scampo verso il mare, ma la furia della montagna corre dietro loro, si infila nelle case per ogni fessura, travolge le barche che si trovavano sulla riva, rincorre nei portici suburbani quanti speravano di trovarvi riparo. A Pompei molte persone rimangono intrappolate nelle case e sepolte dalle pomici. Alcuni, tornati sui loro passi durante una pausa dell'eruzione camminando sopra il friabile strato di pomici, vengono inghiottiti dalla nube, come pure quelli rimasti nelle città. Ercolano, Pompei ed Oplonti sono cancellate dal numero delle città dell'impero romano.
Osservazioni vulcanologiche sull'eruzione
L'alta colonna eruttiva a forma di pino si levò verso l'una del pomeriggio del 24 agosto segnò l'inizio di un eruzione durante la quale, in 19 ore, furono emessi circa 4 km cubi di magma che, una volta frammentato e deposto come pomici ed altri prodotti piroclastici, corrisponde a circa 9km cubi di materiale. La fase pliniana, cioè quella dove l'alta colonna di materiale viene sostenuta dalla spinta dei gas, venne preceduta da un'esplosione che generò una bassa nube eruttiva carca di umidità. Questa esplosione, causata dal contatto tra magma e acqua della falda freatica (esplosione freato-magmatica),è testimoniata da un deposito di cenere fine di colore grigio, dello spessore di poche centimetri, che si ritrova alla base delle pomici.
Dopo la prima esplosione, per dodici ore, la colonna eruttiva si mantenne sostenuta ed i prodotti piroclastici ricaddero al suolo coprendo un'area di forma ellittica orientata a Sud-Est. Po strato di pomici e litici derivante d a questa fase presenta, approssimativamente a metà altezza, una brusca variazione nel colore delle pomici, da bianche a grigie, legata al cambiamento di composizione chimica del magma. L'eruzione di pomici bianche durò circa 7 ore e produsse una colonna che raggiunse un'altezza di 26 km; il volume di magma eruttato fu di circa 1km cubo.
Successivamente la colonna si innalzò fino a circa 32 km, provocando una maggiore dispersione delle pomici grigie. La stima del volume di magma corrispondente a queste ultime è di circa 2,6 km cubi. Durante l'eruzione l'asse di dispersione subì una variazione nell'orientazione, da Sud a Su-Est, probabilmente a causa della diversa direzione dei venti stratosferici incontrati dalla colonna in risalita.
Contrariamente al normale andamento di altri depositi da caduta, che mostrano una diminuzione dello spessore totale allontanandosi dalla bocca eruttiva, lo spessore del deposito di pomici di questa eruzione decresce fino a 7 km (forse per l'erosione di correnti al suolo generate dal richiamo d'aria verso la colonna) per poi aumentare e raggiungere un valore massimo tra i 10 e i 15 km.
Nell'area vicina al vulcano, fino a 15 km dalla sorgente, lo strato di pomici bianche risulta uniforme, mentre le grigie sono interrotte da 6 depositi di flusso, la cui generazione è ricollegata all'oscillazione dell'altezza della colonna eruttiva. Il flussi di materiale piroclastico, infatti, si originano allorché la colonna del materiale espulso dalla bocca del vulcano diventa più pesante dell'aria circostante e,senza la spinta necessaria per mantenersi sostenute, scivola lungo i fianchi del vulcano.
L'attività successiva al sesto flusso è ancora di tipo freatico-magmatica e i materiali depositati sono ceneri quasi completamente prive di pomici.
Tutte le osservazioni fatte sui prodotti di questa eruzione indicano che la colonna eruttiva raggiunse la massima altezza al momento dell'emissione delle pomici grigie. L'aumento dell'intensità dell'eruzione può essere spiegato con l'arrivo di magma proveniente da zone via via più profonde. Così, con il procedere dell'eruzione, i gas, sebbene presenti in piccole quantità, provenendo da profondità sempre maggiori dove si hanno pressioni progressivamente più alte, produrrebbero una maggiore energia esplosiva al livello della superficie libera del magma.
Una diversa interpretazione dell'evento presuppone che la fuoriuscita del magma durante l'eruzione delle pomici bianche e il conseguente parziale svuotamento della camera magmatica, abbia provocato il crollo delle rocce del tetto e delle pareti del serbatoio (come dimostra l'aumento dei litici nelle pomici grigie) e l'filtrazione di piccole quantità di acqua di falda nel magma, provocando alternanza di esplosioni magmatiche (depositi di pomici grigie) e freato-magmatiche (flussi piroclastici) e ad un ampliamento del condotto di alimentazione e della bocca eruttiva.
Successivamente, con lo svuotamento quasi completo della camera magmatica, una maggiore quantità di acqua è potuta penetrare all'interno di essa e le eruzioni finali hanno assunto caratteristiche puramente freato-magmatiche.
La terza interpretazione dell'eruzione viene fornita sulla base di un dettagliato studio dei depositi piroclastici. Un progressivo allargamento della bocca durante l'eruzione avrebbe favorito un maggior flusso di magma e, quindi, l'innalzamento della colonna. Quando la massa ed il contenuto dei gas del magma raggiungono valori critici, la colonna collassa e dà origine ai flussi.
Durante l'emissione delle pomici grigie, le condizioni della colonna devono essersi mantenute vicine al limite critico tra la colonna sostenuta e quella collassante, da momento che la caduta di pomici si alterna con la generazione dei flussi.
Influenza dell'eruzione sull'economia della zona
La tragedia e i danni causati da questa eruzione furono tanto gravi che l'imperatore Tito nominò due ex-consoli, i Curatores Restituendae Campaniae, per dirigere l'opera di ricostruzione della regione distrutta. Lo stesso imperatore si recò l'anno successivo in Campania per osservare gli effetti della catastrofe. A Nola e Sorrento lapidi votive dedicate a Tito ricordano la restaurazione di edifici crollati per effetto dei terremoti che accompagnarono l'eruzione. Il senato romano riconiò con l'effige di Tito le monete che erano state fatte da Tiberio in occasione del disastro del terremoto dell'anno 23 che aveva distrutto dodici città dell'Asia Minore.
I danni non furono limitati alle aree immediatamente intorno al Vesuvio, ma si risentirono in un raggio molto più ampio. Come ad esempio la penisola sorrentina fu ricoperta da uno spessore di circa due metri di pomici che causarono la completa distruzione di tutte le coltivazioni e, probabilmente, il crollo di molti edifici.

Nella zona scorrevano, provenienti dai monti vicini, vari flussi d'acqua, poi riuniti in un fiume in seguito detto "Sarno", che inondavano disordinatamente il territorio rendendolo paludoso. Solo più tardi, circa 10.000 anni fa, i primi abitatori, imbrigliando le acque, resero fertile e coltivabile il territorio, che, nei secoli, è stato sempre meta di nuovi insediamenti umani perché rivelatosi straordinariamente fertile e caratterizzato da un ottimo clima, nonché da una felice posizione geografica.
I primi abitanti, siamo nella preistoria, attratti e atterriti dalle manifestazioni vulcaniche si spinsero ad adorare Giove-Vesuvio come divinità come si rileva da una lapide descritta dall'archeologo Mommsen : "Iovi Vesuvio Sacrum". I pompeiani invece, e siamo nella storia, avevano perso la memoria come vulcano e lo ricordano tranquillo e ricoperto completamente da vigneti, dai quali si produceva il
"Vesvinum" e "Vesuvinum"


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La denominazione
" Terzigno"


LE PRIME DENOMINAZIONI DELLA TERRA TERZIGNESE IN EPOCA ROMANA

Sicuramente la più antica denominazione che compare sul territorio terzignese, più ampiamente nomato "Terra di Ottajano", è MAURO (oscurare, nascondere nell'ombra).
In epoca romana (età di Augusto), questo territorio faceva parte del
suburbio pompeiano ed è stato molto celebrato nella letteratura latina per la salubrità dell'aria, utile a molti malanni, per l'eccellente pozzolana, utile per la fabbricazione (usata da Costantino per costruire Bisanzio), per la fertilità delle balze e per i suoi fiorenti vigneti che producevano il Vesvinum vinum denominato "Lacrima Christi".
Diodoro di Sicilia (I sec. a.C.) rileva che "il monte conservava le tracce di antiche eruzioni".
Lo storico e geografo greco
Strabone (di Amasia nel Ponto - 63 a.C.- 20 d.C.) nel 19 d.C. descrive il Vesuvio come "una montagna, rivestita di terra fertile, della quale sembra che abbiano tagliato orizzontalmente la cima: codesta cima forma una pianta quasi piatta, totalmente sterile, del colore della cenere, nella quale si incontrano, di tratto in tratto, caverne piene di fenditure formate da una pietra annerita come se avesse subito l'azione del fuoco; di modo che si può congetturare che lì vi fosse un vulcano il quale si è spento dopo aver consumato tutta la materia infiammabile che gli serviva da alimento. Forse questa è la causa alla quale dobbiamo attribuire la mirabile fertilità delle pendici della montagna". E, ancora, nel V libro della sua "Geografia" scrive: "Il Vesuvio è circondato da ottimi campi".
Il coevo
Marco Vitruvio Pollione scrisse che "eravi ricordo che il Vesuvio anticamente avesse vomitato fiamme sulle campagne".
Marziale (40 - 104 d.C.) poco dopo annotava con una certa amarezza: "Questo è il Vesuvio, poco fa verdeggiante di pampini; qui l'uva dorata aveva premuto i bagnati tini. Questo è il monte che Bacco amò più dei colli di Nisa, sua patria; in questo monte or ora i satiri intrecciavano le loro danze … Tutto giace sepolto dalle fiamme e dal terribile incendio. Neppure gli dèi avrebbero voluto ciò che fosse lecito ad essi".
Varrone: "Sul Vesuvio, le terre sono più belle , e perciò più salubri".
Plinio (23 d.C. - 79 d.C.) definisce il sito terra incantata.
Cicerone definisce le fertilissime terre vesuviane "Il più bel possedimento del popolo romano, l'ornamento della tranquillità e fonte di imposte".
Columella ( I° secolo), nel suo trattato sui campi e l'allevamento, celebra le acque vesuviane.
La tradizione parla appunto di un fiume, il
Véseri, alle falde del Vesuvio (nella sua "Storia e fenomeni del Vesuvio" del 1755, il Della Torre parla di un ruscello "verso il bosco d'Ottajano e scomparve sotto la lava"), il quale, dopo aver solcato il territorio di Ottaviano, S. Giuseppe e Terzigno, si dirigeva verso il mare, poi inghiottito dalla lava vulcanica.
Il territorio fu anche testimone nel 73-71 a.C. della ribellione di
Spartaco che, fuggito con una settantina di compagni dalla scuola di gladiatori di Capua, si rifugiò sul Vesuvio dove, nel combattere i Romani (Clodio si diede alla fuga), razziò ville e castelli a Nocera e a Nola.
Augusto, di origine nolana, costruì una villa nella parte settentrionale del Vesuvio, poi si costruirono nei dintorni altre abitazioni tanto da formare un centro abitato: Ottaiano.

DAL VESUVIO, LA PRIMA DENOMINAZIONE: "TERZIGNO"

Lo sviluppo di questo territorio, anche dopo la totale distruzione del 79 d.C. continua, di conseguenza, ad essere legato a filo doppio alla storia vulcanica del Vesuvio.

Qui su l'arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null'altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra ….

(da "La Ginestra" di G. Leopardi)

Nell'alto Medioevo le pendici del Vesuvio (indicato con "BESUBIUS" dal latino: Vesuvius poi Vesvio, Besobio, Besvio, Besuvio, ecc.), l'ager pompeianus, si coprirono di una fitta, intricata e pericolosa boscaglia che si estese sia per la mancanza di abitanti (vi abbondavano cinghiali, lupi, volpi ed altri animali selvatici), sia per la ridotta attività vulcanica. La proprietà di questo territorio era, in massima parte, o di ordini monastici (Camaldolesi e Carmelitani) o di famiglie nobili (Gonzaga e Caracciolo).

Dopo la grande eruzione del 1306 (
le precedenti conosciute sono del: 800 a.C., 79 d.C. - prima descritta, 203 con boati uditi fino a Capua, 472 e 512 precedute da forti terremoti e lancio di massi e ceneri fino a Costantinopoli, 685 con lava fino al mare, 787 molto tipica per il pino vulcanico, 993, 1036, 1049, 1138 con emissione, per circa un mese, di ceneri rosse che arrivarono fino a Salerno, Capua e Napoli e l'incerta apertura delle bocche eccentriche Viulo e Fosso della Monaca) il Vesuvio visse una fase di quiescenza di circa tre secoli con la ripresa della vegetazione fino in vetta e le pareti interne si ricoprirono di querce, lecci, olmi ed altre piante, esistevano coltivazioni e numerose abitazioni nell'Atrio del Cavallo, vi furono solo delle effusioni di modesta entità nel 1550 e nel 1568; ma, Il 16 dicembre 1631, si risvegliò in modo terribile, con centinaia di scosse telluriche, iniziate già da luglio, ed effusioni laviche dal cratere principale e da bocche secondarie.
N
el dicembre, si racconta, che l'acqua mancò nei pozzi e gli animali domestici urlavano nella notte. La mattina del 16 si vide una nuvola strana attraversare l'estremità del cratere, l'aria divenne buia, alle 11 la lava fuoriusciva a Nord invadendo l'Atrio del Cavallo e l'aria divenne, per i gas, irrespirabile: 40000 si rifugiarono a Napoli. Nella notte tra il 16 e il 17 forti scosse danneggiarono le abitazioni, alle 7 del 17 una forte esplosione decapitò la sommità del monte, alle 9 una colata di fango impressionante raggiunse il mare distruggendo tutto al suo passaggio, dalle 10 iniziarono le colate laviche che distrussero portici, Ercolano, Torre del Greco e Annunziata, a mezzogiorno, per la cenere, a Napoli sembrò notte. Il 18 il flusso si arrestò: il Vesuvio era più basso di 168 metri e si contarono 4000 vittime e 6000 animali domestici.
L'accumulo do cenere causò crolli a S. Anastasia, Somma ed Ottaviano, le colate di fango inghiottirono in parte Massa, Pollena e Ottaviano, a Napoli la cenere raggiunse i 30 cm, e le ceneri più sottili raggiunsero Istanbul. La sommità del vulcano raggiunse un diametro di 1600 m (era di 600) e la
vegetazione scomparve. La topografia della zona rimase vistosamente mutata.

Eruzione del Vesuvio del 1631 (integrazione del marzo 2014)
Nella prima metà del 1600 il Regno di Napoli sembra essere travolto da una serie di catastrofi di dimensioni bibliche che lasceranno la città di Napoli, al volgere della metà del secolo, profondamente prostrata. Nel 1627 un violento terremoto colpisce la regione garganica distruggendo S. Severo e buona parte dei paesi vicini e provocando circa 5000 vittime; nel 1631 il Vesuvio ritorna in attività con l'eruzione che sarebbe stata la peggiore degli ultimi mille anni e, infine, nel 1638 uno dei disastrosi terremoti delle Calabrie distrugge buona parte della provincia di Cosenza. Se a questo si aggiunge la pesante esazione fiscale pretesa dal Duca di Medina, Viceré di Napoli, il quale dal 1636, in sei anni raccolse ben 44 milioni di ducati in tasse, non si fa fatica a comprendere il violento moto di ribellione suscitato da un'ulteriore gabella sulla frutta e sfociato nella sanguinosa rivolta di Masaniello del 1647. Ma le tragedie della città non finiscono qui e, peggiore di tutte, sopraggiunge nel 1656 la peste. La popolazione della città viene in breve dimezzata e ridotta a 200 mila abitanti.
Dopo l'eruzione di Monte Nuovo (area flegrea) del 1538 l'attività vulcanica sembra spostarsi e concentrarsi sul Vesuvio, di cui si era addirittura dimenticato il nome originale per chiamarlo semplicemente <>. Il vulcano , inattivo da un lungo tempo (probabilmente dal 1500 o forse addirittura dal 1139) e, come prima dell'eruzione di Pompei, ormai ricoperto da una fitta vegetazione, ritorna alla vita nel 1631 con una delle più violente eruzioni.
Le principali informazioni dell'eruzione del 1631 ci provengono dal <> di Giulio Cesare Recupito, Napoli, 1632, e dalle cronache di Giulio Cesare Braccini, ristampate come Notizie dall'Archivio Storico dei Cappuccini della Provincia Napoletana, a cura di E. Nappi, dall'Editrice <> nel 1981.
Su questi testi
(cliccare sui titoli) si può leggere il racconto completo ricco di illustrazioni, di seguito una sintesi:
sin dal 10 dicembre cominciano i tremori.
La mancanza o l'intorbidimento dell'acqua nei pozzi, insieme alle esalazioni gassose, sarà un costante segno premonitore delle eruzioni del Vesuvio.
I primi afflussi di lava avevano già riempito il cratere con il gonfiamento del terreno per la spinta del magma in risalita. Il primo lancio di materiale incandescente di lunedì 15 dicembre dà inizio all'eruzione. Si aprono bocche eruttive esterne alla voragine grande (il Gran Cono, dove probabilmente continuava esplosiva già manifestatasi durante la notte) e (ore 13 del 16) si alza, a forma di nuvola, la colonna eruttiva che comincia ad alzarsi verso il cielo carica di ceneri, la quale, spinta verso Napoli, provoca oscurità e difficoltà di respirazione.
La cenere raggiunse Benevento, Bari e Taranto, con venti favorevoli fino in Dalmazia, in Grecia con l'Egeo imbiancato, in Lucania, a Stilo e in Africa.
Il giorno 16, di buonora, il Vescovo di Napoli, che risiede a Torre del Greco, rientra rapidamente per via mare a Napoli e ordina la processione che, partendo dalla cattedrale, doveva arrivare alla chiesa del Carmine. Il Viceré dà ordine ad una deputazione di saggi di recarsi in prossimità del vulcano per osservare gli eventi.
… l
a principessa di Ottaviano prima incamminatasi alla volta di Cacciabella, ma verso le 16 anche qui giungono pietre ardenti e si incammina verso S. Gennaro, poi Palma , Nola
Nelle zone sotto vento come Ottaviano l'atmosfera è terrificante non solo per l'oscurità e la continua caduta di pomici e ceneri dalla nube eruttiva, ma anche per i lanci di bombe e di altro materiale vulcanico.
Mercoledì, 17 dicembre verso le ore 8 probabilmente esce lava non tanto, come intendiamo oggi, di magma ma, come nella nomenclatura napoletana, di fango, il Lavinaio è un quartiere di Napoli molto soggetto al fenomeno.
I temporali che accompagnano e seguono le eruzioni innescano facilmente processi di smottamento nei materiali vulcanici incoerenti appena ammucchiati. In questo caso pare che, oltre alle piogge, sia avvenuto anche un riversamento all'esterno di acque profonde che hanno dato luogo a vere e proprie inondazioni.
Il crollo delle rocce all'interno del serbatoio magmatico si è, per la fuoriuscita dell'acqua, verso l'alto dando luogo a un ribassamento di tutto l'edificio vulcanico e alla formazione di una caldera.
La lava inondò S. Giorgio, Portici, Ercolano, Resina e Massa con minacce per Napoli. Diverse colate giungono fino al mare dove le forti esplosioni fanno pensare all'apertura di una nuova bocca. I torrenti di fango, oltre a sconvolgere la parte Sud del vulcano, investono in particolar modo la zona che va da Palma a Nola, allagando tutte le campagne.
Giovedì, 18 verso le 17 tornano le nubi alte fino a 35 miglia. Venerdì, 19 e seguenti continuano le piogge di piroclastici.
Da un punto di vista vulcanologico, l'interpretazione di questa eruzione non è semplice, malgrado le numerose cronache di quei giorni, in quanto non è sempre facile discriminare la descrizione dai fatti reali da quella dettata dalla fantasia o dalla paura. Anche la successione oraria contribuisce alla confusione in quanto si contavano le ore a partire dalla sera (l'ora 17ma , a Napoli, era mezzogiorno)
I danni e le conseguenze dell'eruzione fu la distruzione di ..
popolate Terre e deliziose Ville, ornate di ricchi e sontuosi edifici, di amplissimi Palazzi distinti l'uno dall'altro da ben coltivati orti e vaghi Giardini.
In febbraio 1632, tre miglia fuori Napoli , in direzione di Ottaviano, la campagna appare: … tutta ricoperta di cenere bituminosa senza vedersi pure un fil d'erba […] da Ottavino, girando intorno al Monte per tre miglia trovai quasi ogni cosa spianata da diversi torrenti di quell'acqua scorsavi dalla vicina Montagna […] Salendo il Monte verso la parte di Sarno, lo trovai quasi tutto ricoperto, o fiorito di una materia bianca, come farina, tanto salata, che superava la qualità di sale […] per il danno stimo, passi un valore di 25 miglioni di ducati, quanto non vale un regno.
Un vero disastro.

L'eruzione del 1631 risveglia in molte persone l'interesse per i fenomeni vulcanici. Decine di opuscoli vengono scritti in seguito a questo evento catastrofico e il Vesvio, tornato in attività pressoché continua, sarà per oltre secoli il laboratorio naturale più facilmente accessibile per tutti gli studiosi europei.
A partire dalla fine del 1600 l'osservazione e lo studio del Vesuvio diventano sistematici per merito dell'abate Ignazio Sorrentino di Torre del Greco. Questi, vivendo alle falde del Vesuvio, a poca distanza da alcune bocche eruttive laterali denominate il Viulo, fu attratto fin da bambino dal vulcano. La prima ascensione al Vesuvio avviene nel 1670; nel 1734 pubblica l' <
> che rappresenta la prima opera scientifica moderna relativa al vulcano. In essa si ritrova la identificazione delle passate eruzioni del Vesuvio sia attraverso una disamina dei documenti storici, sia attraverso un'analisi delle rocce vulcaniche che si incontrano nello scavo di pozzi intorno al Vesuvio.
Al Sorrentino è probabilmente da attribuire la prima identificazione dei differenti meccanismi di deposito dei prodotti piroclastici:
<<
Più volte delle volte il Vesuvio bitumi liquidai ha menato (lave); altre fiate, smorzata la materia dall'acqua, a torrenti, con la medesima l'ha vomitata (valanghe di fango, flussi). Qualora secche son state le esalazioni che tutte in fumo si sono elevate (eruzioni di tipo pliniano). Talvolta, per la troppo attività, ed effervescenza del fuoco, lo stesso monte ha bruciato. E talora umide, viscose, e colle acque le cenerei piovettero (esplosioni fresto-magmatiche). Ma non sempre la stessa materia incenerita ha eruttato . […] E quel che più istupir nefa: in una stessa ruttazione, diverse ceneri esala nel principio, nell'agumento e nel declinare>>.
Nella colonna stratigrafica che il Sorrentino ricostruisce basandosi sulle osservazioni fatte durante lo scavo del pozzo della propria masseria, egli identifica, al di sotto dei prodotti del 1631, nove differenti formazione che distingue in prodotti simili a quelli del 1631, e quindi deposti come <<
torrenti>>, e prodotti deposti per semplice caduta dalla nube. Anche se non riesce ad individuare i prodotti relativi all'eruzione del 79 d.C., tuttavia identifica alcune eruzioni precedenti a questa, in quanto poste al di sotto del livello delle fondamenta dei palazzi romani. Nel seguito del suo libro egli riporta , a partire della'anno 1694, una cronistoria molto accurata del Vesuvio d non solo le grandi eruzioni, ma anche i minuti cambiamenti del vulcano.
<<
Non mi sovviene se dall'anno 1685 per insino all'anno 1689, altra eruttazione avesse fatto il Vesuvio. Ma facil il sarà, che leggermente ruttasse; perché dei piccoli bruciamenti non si faccia conto, ne' a' libri di memoria si passavano, comanche gli antichi scrittori del nostro Vesuvio costumavano, che se tutti gli accidenti avessero registrato, più chiarezza delli avvenimenti se ne avrebbe nelle loro storie. Qual verità dame ben conosciuta, ha fatto si, che dall'anno 1694 in appresso tutte le eruzioni contrassegnassi, fino momentanei rutti>>.
La cronistoria dell'abate Sorrentino dura fino al 1732. Dopo questa data la sua opera verrà continuata da Gianmaria della Torre, da Ascanio Filomarino, da Teodoro Monticelli (del quale vi è un riferimento nel capitolo '800), da Arcangelo Scacchi e in tempi più recenti, a partire dalla metà dell'Ottocento, dall'Osservatorio Vesuviano.
Il facile accesso al vulcano renderà il Vesuvio la meta preferita di un gran numero di scienziati e, se l'Hamilton avrà l'agio di rimanere a Napoli per molti anni in qualità di ambasciatore di Sua Maestà Britannica presso il re di Napoli, illustri studiosi di passaggio come Goethe, l''Abate Spallanzani, il geografo Von Humboldt, il chimico Gay Lussac ed altri lasceranno vivide descrizioni dell'attività del vulcano in vari periodi della sua storia.
L'attività del Vesuvio, dopo la grande eruzione del 1631, è stata pressoché continua fino al 1944. Nel corso del '700 fu particolarmente rilevante l'eruzione del 1737 durante la quale Torre del Greco venne nuovamente distrutta. Nel 1760 un'eruzione avvenne attraverso bocche laterali apertesi sul fianco sud in direzione di Boscotrecase e nel 1779 furono viste fontane di laviche dal cono del vulcano per vari chilometri. Nel 1794 il Vesuvio torna a farsi minaccioso con una grande eruzione laterale che distruggerà per la terza volta Torre del Greco con 14 morti e la devastazione quasi totale di S. Giuseppe e Ottaviano con due morti e Somma con 3 morti
Intanto, proprio in quegli anni, il vento di cambiamento che soffia per l'Europa con la Rivoluzione Francese che travolge anche Napoli e la sua corte. All'illuminismo paternalista, che aveva caratterizzato i primi anni del regno di Ferdinando IV, subentra una dura reazione sobillata dalla regina Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta. Con la decapitazione dei sovrani francesi del 1793, si inasprisce la repressione contro l'intellighentia illuminista e, quasi a coronamento di tutto ciò, il Vesuvio, mantenutosi in attività dal '91, nel giugno del '94 si rifà minaccioso con la suddetta violenta eruzione.
Già dal 1793 l'attività del Vulcano si andava intensificando. Un conetto di scorie, formatosi all'interno del cono principale nel settembre del '91, veniva distrutto mentre, nella parte Nord del cratere, si formava un accumulo di lava che però non riusciva a traboccare all'esterno sull'orlo craterico.
La ripresa dell'attività venne attentamente seguita da
Scipione Breislak e Antonio Winspeare in <>. Napoli 1794
http://www.abebooks.it/servlet/SearchResults?an=+breislak%20+scipione&cm_ven=ggl&cm_cat=IT_author
<<
… Dal giorno 20 di Giugno fino alli 6 di Luglio direttissime piogge ànno devastate i più belli territorj di Somma, d'Ottajano e di Bosco … … L'esperienza ci insegna, che le piogge di ceneri de' vulcani continuate per qualche tempo, sono molte dannose alle piante, e una trista osservazione su gli effetti prodotti dalla cenere di quest'eruzione ne' fertili teritorj d'Ottajano, di Somma, e del Mauro purtroppo conferma questa verità … … Campagne deliziose … … ore compariscono, come se fossero nel più rigido inverno… … qui la cenere formò uno strato alto un palmo, ed un oncia; ed essendo sopraggiunte le piogge ne' giorni seguenti , il peso della cenere impastata coll'acqua produsse la caduta di molti tetti di case >>
Il danno economico fu calcolato intorno a 1.094.000 lire.



Le eruzioni successive sono
del 12 novembre 1637, 1649, 3 luglio 1660, 12 agosto 1682, 1 luglio 1701, 28 luglio 1707, 15 giugno 1714, 14 maggio 1737, 25 ottobre 1751, 23 dicembre 1760, si aprirono 15 bocche, con grande attività sul versante sud del Somma, 10 aprile 1766, 15 luglio 1794, ore 22, con gran danni a Torre del Greco, 5 agosto 1799, 26 luglio 1805, 7 ottobre 1822, 23 luglio 1832, 1 gennaio 1839, 23 gennaio 1850, 28 maggio 1858 con continua attività fino al 25 agosto 1862.
Nei giorni 26-27 aprile 1872 riprese l'attività vulcanica con la distruzione di
Massa e S. Sebastiano, in tale occasione, morirono 20 spettatori imprudenti (lapidi in loro memoria sono visibili sul muro di cinta dell'Osservatorio vulcanologico), il 1° maggio il cratere sprofondò dando luogo ad una caldera; poi i deboli periodi eruttivi: 1874, 1880-83, 1885-86,1891-94, 1895-99 con la nascita del colle Umberto di metri 888.
Delle attività eruttive novecentesche: 7/8 aprile 1906, 6/9 giugno 1929-33, 24/25 marzo 1944, si riferirà, per uniformità cronologica, nelle pagine successive.
L'altezza attuale del Vesuvio è di m. 1276, era di m. 1186 dopo il 1933 e di m. 1336 prima del 1906.

Su Ottajano, nel 1631, come già menzionato, si aprì un cratere che danneggiò molto il centro urbano, tale evento spinse gli abitanti a rifugiarsi nei rari e minuscoli insediamenti abitativi e religiosi
19 della campagna, risalenti al periodo che va dal 1306 al 1500, (riposo assoluto del Vesuvio) ove molti si stabilirono definitivamente aumentando vistosamente la popolazione di questi minuscoli insediamenti.

Si costituirono così dei nuclei abitativi, spesso completamente diversi da quelli originari, che presero la denominazione, talvolta cambiando quella precedente, dai nomi dei nuovi abitanti quali: Avini, Bifulchi, Miranda, Giugliani, ecc.; processi similari interessano anche la contigua San Giuseppe Vesuviano. Questa minuscole realtà urbane, per la comune provenienza, la vicinanza di ubicazioni e il comune destino, venivano costituendo una realtà alquanto omogenea e, dal 1633 circa, cominciarono a darsi una sola denominazione:

"TERZIGNO"



Sull'etimologia le interpretazioni non sono sempre unanimi, la più acclarata viene fatta derivare dal latino "Oppidum ter igne ustum" = Rione bruciato tre volte dal fuoco (il terzo incendio, quello del 1631, o fuoco = Tertius ignis), la tradizione orale, nel tempo, ha escluso la prima e l'ultima parola ed ha semplificato utilizzando solo "ter" e "igne", o" unite con l'aggiunta della "z" per congiungere e la trasformazione della "e" latina nella "o" volgare finale. Il tre, sempre ricorrente, sta ad indicare le suddette attività vulcaniche del 1550, del 1568 e, appunto, del 1631.
Altre interpretazioni fanno derivare il toponimo da
"Tertium Miliarium" terzo miglio da Pompei o da "Torcigno" 20 luogo del torchio; infine, per una labile tradizione orale, da "terza zona" militare dove, per strategia, le truppe stanziavano prima di passare alla seconda (l'attuale Boscoreale) e sorprendere o respingere i predatori saraceni avvistasti dalle Torri (Annunciata e del Greco) della prima zona.

La storia del periodo è debolmente documentata, i rari documenti indicano la zona genericamente con "
terre di Ottajano"; e per quella ancora precedente con "terre nolane".
Padrone di Ottajano, nel 1532, per dono di Carlo V, è il famigerato Fabrizio Maramaldo
(lo stesso comprò anche il feudo rustico di Sancta Maria Jacobi, l'attuale Boscoreale, che, nel 1547, cedette, per debiti, a Mario Sasso), che impoverisce la popolazione per soddisfare le brame del suo esercito (circa 2000 uomini) mercenario; dopo circa venti anni, il Feudo ottajanese passerà nelle mani del mite Don Ferrante Gonzaga, principe di Molfetta, il cui figlio Cesare, per le difficoltà di controllo dovute alla lontananza, nel 1567, lo vendette a don Bernadetto de' Medici di Toscana, questa famiglia governerà saggiamente per circa 300 anni, assicurando un certo sviluppo all'intera Terra d'Ottajano.

19. Camaldoli, S. Felice, S. Maria Paterese del Mille (presenze monastiche favorite dall'espandersi del monachesimo dopo il X secolo, in seguito alla riforma cluniacense), S. Antonio, Chiesa di Lorena o S. Francesco).

20. Toponimo riportato nelle carte geografiche settecentesche.

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Nascita della cittadina

Dopo il 1631, faticosamente riprende la vita nelle campagne, ora Terzigno, una vita molto misera con precarie abitazioni, che cominciano a cambiare nella forma e nei materiali per renderle più resistenti alla furia del Vesuvio: da paglia e pozzolana si passa alla pietra lavica per i muri portanti e al lapillo battuto per le coperture, allo scopo di sopportare il peso dei lapilli, modellate, a volta (è riconoscibile una certa influenza arabo/saracena, popoli razziatori, presenti sul territorio tra l'828 e il 937).
Queste abitazioni di dimensioni più o meno standard misuravamo metri 6 x 6 x 6, senza finestre (per assicurare l'intimità familiare) ma solo un'ampia e funzionale porta con un lucernario nella parte superiore, spesso esse erano attrezzate con un ammezzato in rozze tavole di legno ('o mezzanino) per la conservazione dei viveri e per il riposo della prole. L' unico locale serviva per tutti i bisogni: mangiare, dormire, conservazione dei cibi, allevare figli e animali, ecc.
Tali costruzioni erano riunite in rioni composti da uno o più cortili di varie dimensioni ognuno dei quali era fornito dei servizi primari comuni (pozzo, pollaio, forno, torchio, ecc.); nei cortili, attrezzati come coorte, si conduceva una vita solidale, soprattutto in occasione della vendemmia, quando tutto il cortile partecipava alla raccolta e lavorazione dell'uva; le cantine, sempre presenti per la conservazione del vino (unica ricchezza), rimanevano rigorosamente private.
Una sequenza di
eventi sfavorevoli condizionarono la vita di quegli anni: numerose, anche se meno devastanti, eruzioni; dal 1636, per circa quattro anni, un invasione di insetti devastatori per l'agricoltura (i moruli 21); nel 1640, in seguito all'invasione francese, molti abitanti costieri giunsero in zona in cerca di asilo; la peste del 1656 (2500 morti nella sola Terra d'Ottajano); nel 1660, per alimentare i mulini della costa (Scafati e Torre Annunziata), fu attuato uno sbarramento del Sarno che straripò e impaludì la zona rendendola malarica, gli abitanti si rifugiarono nella Terra d'Ottajano con forte aggravio demografico soprattutto per i rioni Campitello e Miranda, per l'occasione la Corte napoletana (stranamente sensibile, a Napoli, nel 1647, c'era stata la famosa rivolta delle gabelle - Masaniello, repressa a fatica nel sangue) concesse ad Ottajano la cessazione delle gabelle, lasciando solo quella sul vino a favore alla stessa amministrazione locale.
Nel 1683, in occasione della nascita della parrocchia di S. Giuseppe, si effettuò un censimento delle famiglie volto a definire le diverse giurisdizioni e, per Terzigno, si censirono 32 capifamiglia nel rione Campitello e 31 nel rione Miranda.

21. La Curia vescovile di Nola si interessò nel 1660, 1668 e 1672 per debellare il flagello dei "muroli et le campe" che devastarono le vigne tra Lauro ed il Vesuvio peggio di un biblico flagello e, divorando pampini e germogli, le riducevano a mere sterpaglie. Si decise ogni volta l'intervento del Vescovo che, dopo detto messa in S. Michele di Ottajano, maledicesse gli insetti voraci e, in quanto figli di Beelzebub signore delle mosche, intimasse loro di tornare all'Inferno attraverso le paludi della Longola, lungo il fiume Sarno, o l'Atrio del Cavallo. Nel 1668, poiché le vigne più devastate erano quelle dei Medici a Terzigno, il Vicario del Vescovo lanciò l'anatema contro i muroli anche dalla chiesa di S. Antonio "sita nella massaria di Tommaso Iovino allo Campitello".



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