Eduardo Ambrosio


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LA FAVOLA NAPOLI

VARIE > SAGGEZZA A NAPOLI

LA FAVOLA "UNICA" CHE SI CHIAMA NAPOLI attraverso i particolari nomi dei suoi luoghi

Napoli, in origine una città di terra e di fuoco. Dopo le innumerevoli eruzioni dei numerosi vulcani, le acque presero a scorrere per i valloni ed il tufo venne plasmato come morbida creta dalle dita invisibili della Grande Madre. Le antiche caldere mutarono nelle pendici di colline lussureggianti dove il dolore degli abitanti poteva provare sollievo, come testimoniano i nomi dei luoghi: Pausilypon ,"Colei che placa ogni dolore".
Neapolis, città difesa da possenti mura isodomiche , sorse già fortezza, circondata e resa inviolabile da valloni in cui si adagiavano fiumi e torrenti che tracimavano dai letti ghiaiosi per le precipitazioni. Le "lave" scendevano verso il mare provenendo dalle "chiane", e i piccoli altopiani a nord delle colline, dove i meleti si estendevano con il tesoro dei frutti tondeggianti e aciduli che rendevano unica la fertilità delle terre. Di queste ancestrali ricchezze è simbolo il misterioso e breve Sebeto, elevato a rango di divinità come il maestoso Nilo.
Nespoli dominava il mare dalle alte falesie, sulle quali non si affacciava ancora il chiostro con il giardino incantato da"Mille e una notte" del San Marcellino. Scrutava sicura la collina di Capodimonte dall'acropoli, tutelata dalle acque che scorrevano dove oggi sono piazza Cavour e via Forìa. Un altro fiume ne difendeva il fianco, dove via Pessina annuncia che il viaggiatore sta per intraprendere la traversata della "madre di tutte le strade" di Partenope: via Toledo. Gli antichi "cavoni", i valloni, solcavano la città, rughe profonde della storia. La loro memoria è andata in parte persa, ma basta poco perché il ricordo si rinnovi. I Cristallini, il Cavone, via Chiaia con i suoi "gradoni", vico Nocelle alla Salute e tanti altri solchi rimandano all'antica città delle acque, alla cisterne scavate da schiavi, alle fontane che dissetavano i viaggiatori, addossate anche al carcere della Vicarìa.
L
'acqua e la pozzolana si mescolavano, sottraendo territorio al mare, estendevano i confini della città. Anche per questo le città di mare non sono mai imprigionate in una forma.
Fu così che Napoli definì la sua sintassi "
verticale", con i costoni tufacei che ne separavano le varie parti. Partenope diventò città di burelle, di grotte, di gallerie. Persino Virgilio ne costruì una, perché la città potesse collegarsi facilmente alle ardenti terre flegree, dove la Madre Terra era ancora inquieta. Di scale, di gradoni, di camminamenti, di passaggi scavati nel tufo narrano nei secoli gli scrittori. Essi scrissero anche di terra e di fuoco, perché di acqua, di tufo e di fuoco è fatto il luogo che più di ogni altro al mondo è stato narrato. Nessuno dei suoi angoli è stato ignorato, tanto che una mappa dei "luoghi narrati" di Napoli sarebbe faticosa da elaborare. Si può dire che non solo i quartieri, le piazze, le strade, i vicoli, ma anche le singole case sono presenti in qualche pagina di racconto o di romanzo.
Partenope è una città che esiste perché essa è nella complessa e meravigliosa sua narrazione. Senza il racconto essa sarebbe condannata all'oblio o al rancore.
In via
Pessina vi è l'indicazione toponomastica di uno dei "luoghi letterari" più significativi e più sconosciuti della città: "Scala a San Potito", un "passaggio" nel tufo che porta verso la parte alta del Cavone. Purtroppo nemmeno una targa, come si fa in altre città, dove la cultura non è chiassosa festa di piazza ma sedimentazione divulgata di storia e bellezza (I "lisboetas" hanno fatto per Pessoa a RuaGarret; ma rovesciando l'Orazione agli Ateniesi di Pericle, "da noi non si usa così").
A pochi metri, un altro luogo "dentro" la storia di Napoli:
Palazzo Bagnara, sede nel 1943 del C.L.N. napoletano (lapide nell'androne). In quello stesso androne, una doppia scale barocca di piperno porta alla casa l'editrice di Tullio Pironti. L'editore-boxeur dall'intuito antico.



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