Eduardo Ambrosio


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1946, primo anno di pace

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1946, primo anno di pace

Lo sfondo di questi anni, che vedono i due blocchi contrapposti, è la Guerra Fredda -> un concetto composto da un sostantivo e da un aggettivo che serve a limitare e specificare il sostantivo. Si vuole cioè dire che la condizione di guerra tra le due superpotenze, Usa e Urss, non giunse mai al punto dell'esplosione perché fu raffreddata dalla consapevolezza del potenziale distruttivo degli arsenali atomici, dal fatto che ora una guerra sarebbe stata fatalmente una guerra atomica, con prospettive sconvolgenti per il futuro della vita di tutta l'umanità che impedivano di pensare a un aperto conflitto militare. Alla guerra diretta e generale si sostituirono guerre locali che potevano scoppiare in qualsiasi parte del mondo, il ricorso allo spionaggio e al controspionaggio per prevenire le mosse dell'avversario, il rischio, sempre incombente di incidenti nucleari.
Quando cominciò? L'inizio può essere collocato negli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, quando usa e Urss erano ancora formalmente alleati, ma cercavano entrambi, soprattutto l'Urss, di condizionare il futuro assetto dell'Europa. La fase più acuta della guerra fredda si ebbe tra la fine degli anni Quaranta e la fine dei Cinquanta, poi la tensione si allentò anche se non definitivamente. Quando finì? Terminò con la fine della divisione in due blocchi contrapposti, rappresentata dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989.

La nascita dell'ONU
Già nella Dichiarazione di Washington sulle Nazioni Unite, il 1 gennaio 1942, si era ribadito, oltre il comune intento della lotta contro le potenze dell'Asse, anche la creazione, alla fine del conflitto, di un ampio e permanente sistema di sicurezza generale. Il 30 ottobre 1943, a Mosca, Gran Bretagna, Cina, Usa e Urss, si impegnavano a "creare al più presto possibile un'organizzazione internazionale generale, basata sul principio dell'uguaglianza sovrana tra tutti gli Stati amanti della pace e aperta all'associazione di tutti quegli Stati, grandi o piccoli, per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali".

La fase conclusiva di questo processo di preparazione si ebbe nella Conferenza di Dumbarton Oaks (agosto-ottobre 1944), svoltasi in una casa di campagna vicino a Washington, nel corso della quale vennero definite le linee del nuovo organismo internazionale, che trovò la sua sanzione ufficiale nel corso della Conferenza di San Francisco (aprile-giugno 1945) alla quale parteciparono 51 paesi. La prima riunione ufficiale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si svolse a Londra il 10 gennaio 1946, ma in seguito la sede permanente dell'Onu fu fissata a New York.

La nuova organizzazione si basava su un'Assemblea generale, composta da tutti i membri con diritto di voto, e convocata in sessione annuale. La funzione più importante era però riservata al Consiglio di Sicurezza, cui era conferito il compito del mantenimento della pace nel mondo. La composizione del Consiglio prevedeva cinque membri permanenti di diritto (Francia, Gran Bretagna, Usa, Urss e Cina a partire dal 1971) e cinque membri eletti ogni 2 anni dall'Assemblea e non rieleggibili. Ai membri permanenti era riservato il diritto di veto, che consentiva di bloccare qualsiasi decisione non gradita, in quanto le decisioni del Consiglio di Sicurezza dovevano avere l'unanimità dei membri di diritto per essere approvate. Organo esecutivo dell'ONU era il segretario generale eletto dall'Assemblea su indicazione del Consiglio di Sicurezza, per la durata di 5 anni. Lo Statuto dell'ONU, approvato a San Francisco, fissava anche le finalità dell'organizzazione, ispirate alla difesa del valore e delle dignità della persona umana, al rispetto degli organi internazionali, allo sviluppo del progresso sociale ed economico, al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale e al ripudio della forza.

Dalla "Dottrina Truman" al "Piano Marshall"

Il fondamento teorico-filosofico e politico-militare della "Dottrina Truman" fu specificato e precisato in un articolo dell'ambasciatore americano a Mosca, George Kennan che, sulla rivista "Foreign Affairs" del luglio 1947, enunciò il principio del containment (contenimento), precisando che la politica americana doveva mirare a un "paziente ma fermo e vigilante contenimento delle tendenze espansioniste sovietiche". Questa scelta della diplomazia statunitense segnava la fine della politica del roll back, dell'arretramento dell'Urss da alcune delle posizioni occupate dopo la guerra mondiale, fondata sull'idea che fosse possibile modificare, appunto, la fisionomia dei regimi che stavano nascendo nei paesi dell'Europa orientale. In altre parole, il quadro interno tendeva a cristallizzarsi nell'ottica dei due blocchi contrapposti, un orientamento che anche l'Urss sembra tacitamente accettare, non ostacolando il consolidamento dell'influenza occidentale in Grecia e Turchia e i condizionamenti che la politica americana esercitò negli sviluppi politici di altri paesi europei, quali l'Italia e la Francia.

Nella logica del containment si colloca anche il varo del piano promosso dal Segretario di Stato americano George Marshall, che nel giugno 1947, in un discorso all'Università di Harvard, dichiarò che gli Stati Uniti erano pronti ad aiutare l'economia del mondo, la cui vitalità era garanzia di stabilità politica e di pace. Certamente alla base dell'iniziativa di Marshall non erano assenti motivazioni di carattere politico, tendenti a favorire la leadership statunitense nella politica mondiale e a condizionare le scelte dei paesi europei. Tuttavia è indubbio l'effetto benefico che gli aiuti americani ebbero nella ricostruzione economica e nella modernizzazione degli apparati industriali dei paesi europei.

Il programma di aiuti previsto da Marshall prese il nome di Piano ERP - European Recovery Program -, l'amministrazione del programma venne affidato ad un organismo, l'ECA - Economic Administration Cooperation - con sede a Washington, che nel 1951 venne sostituito dal Mutual Security Agency. I paesi europe aderenti al Piano Marshall risposero con la creazione di un organismo internazionale, l'OECE - Organizzazione europea di cooperazione economica - che aveva il compito non solo di ripartire gli aiuti militari tra i diversi paesi, ma anche di promuovere la liberalizzazione degli scambi in ambito europeo.

Tra il 1948 ed il 1952 i paesi europei ottennero oltre 13 milioni di dollari. La ripresa e lo sviluppo dell'economia europea fu possibile anche grazie a questo non trascurabile aiuto americano, che d'altra parte, consentiva agli Stati Uniti di far sentire il peso della propria influenza politica ed economica sul vecchio continente. Alla base di questi aiuti esisteva la convinzione degli Usa che la rinascita economica dei paesi europei li avrebbe messi al riparo dalle suggestioni del comunismo e avrebbe consentito il consolidamento delle istituzioni democratiche, creando, in tal modo, un gruppo di stati che condividevano comuni valori e progetti.

La nascita della NATO - North Atlantic Treaty Organization - o Patto Atlantico è del 4 aprile 1949 a Washington, con l'adesione di 12 paesi: Usa, Canada, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Portogallo, Italia, Norvegia, Islanda e Danimarca. Il Trattato aveva la durata di 20 anni, tacitamente rinnovabili, si ispirava all'esigenza di "salvaguardare la libertà, l'eredità comune e la civiltà" dei paesi partecipanti, "fondata sui principi della democrazia, della libertà individuale e del rispetto della legge"; precisava, poi, all'art. 5 che, in caso di attacco armato contro uno o più paesi firmatari, gli altri sarebbero intervenuti per ristabilire e mantenere la sicurezza. L'art. 9 del Trattato stabiliva la costituzione di un Consiglio di rappresentanti permanenti e di un Comitato di difesa. Negli anni successivi la partecipazione alla NATO si estese con l'ingresso, nel 1951, della Turchia e della Grecia, e nel 1954 della Germania federale. La Spagna, pur non aderendo formalmente all'alleanza, stipulò nel 1953 un accordo militare con gli Stati Uniti.

IN ITALIA: 1946 - PRIMO ANNO DI PACE, LA DEMOCRAZIA

Il 1946 fu il primo anno di pace con l'espressione del triplice voto: amministrativo (primavera), politico e referendario (2 giugno), nonché della proclamazione della Repubblica, rappresenta una sorte di "crocevia" della contemporanea locale e nazionale.
Si votò, per la prima volta, con suffragio universale maschile e femminile, per i rappresentanti dei governi locali e dell'Assemblea Costituente nonché per la scelta istituzionale.
Il 1946 fu un anno di tensioni sia per lo scontro tra monarchia e repubblica che per le emergenze sociali nel faticoso e doloroso riavvio d'una esistenza "normale".

Napoli ne è una dimostrazione eloquente, in quanto, all'uscita dal tunnel del fascismo e della guerra, sull'onda a tratti enfatica, e comunque intensa delle Quattro Giornate, nelle quali confluirono sia motivi profondi e antichi che ragioni immediate e contingenti, è vitalizzata da una politicità e da una società "istintivamente dalla parte giusta" della democrazia e dell'antifascismo.
Alla stagione della lotta e della scelta, però, era seguita quella della coabitazione con la forza materiale, la presenza fisica e l'incombente "cultura" anglo-americana, i "liberatori".
Un altro pezzo di storia, breve ma incalzante, dal quale la città finisce per assorbire, assimilare umori e caratteri ambigui, di novità e modernità, però anche per ribadire timori e dipendenze di un suo atavico destino. Certo, è come si congelasse, cristallizzasse, un percorso rischioso, ma non certo impossibile, balenato per un momento e poi negato, negatosi.
Forse anche per questo al fatidico appuntamento del '46, Napoli o gran parte di essa, arriva di nuovo stanca, delusa, come ripiegata su se stessa piuttosto che protesa verso il futuro, alla ricerca di rinnovata protezione (vittoria monarchia e successivo laurismo).
LO SCONTRO TRA MONARCHIA E REPUBBLICA
Dal voto referendario emerse una grande differenza tra Sud e Centro-Nord, nel primo prevalse la monarchia nei secondi la repubblica, ciò sicuramente dipese dalla storia d'Italia del biennio di transizione 1943-45.
Occorre capire come la situazione di ogni singola zona influisca nella situazione generale di tutto il Paese: si procede dunque per comparazione analizzando le varie storie locali per arrivare poi a generali nozioni. L'esigenza era quello di uno stato democratico, non più autoritario, obiettivamente sia la monarchia che la repubblica avrebbero potuto soddisfare tale esigenza, ma mentre la monarchia rappresentava la continuità, dunque la stabilità, la repubblica rappresentava l'innovazione.
La partecipazione alla Resistenza da parte di piccoli centri agricoli rimanda alla volontà di Monarchia.
Nelle elezioni ebbe grande influenza la Chiesa che aveva il controllo sulle forme di comunicazione informale, influenza che fu diversificata nelle varie zone.

Irto di difficoltà fu il cammino che portò alla nascita della Repubblica (La tradizione monarchica era molto radicata in Italia, mentre molto debole è quella repubblicana: la prima era più radicata in Piemonte, attaccamento alla casa sabauda, e al Sud, attaccamento alla dinastia borbonica), in un paese, uscito devastato dalla guerra, il problema istituzionale si sovrapponeva e si intrecciava con i problemi della ricostruzione, della disoccupazione e, soprattutto per le popolazioni del Meridione e di Napoli, della sopravvivenza quotidiana. Ecco il perché dei continui disordini che sconvolsero tutto il '46 e che scandirono le varie fasi istituzionali prima della proclamazione della Repubblica.

Caduto il governo Parri nel novembre 1945, toccò al democristiano De Gasperi traghettare il paese dalla monarchia alla repubblica.
Il gabinetto De Gasperi il 27 febbraio decise di sottoporre direttamente al popolo la scelta della forma istituzionale da dare al paese con una votazione che avrebbe contemporaneamente designato i membri dell' Assemblea Costituente. Il progetto di legge del governo, sottoposto ed illustrato alla Consulta Nazionale da un discorso di E. Orlando, definito superbo dall'allora ministro dell'Interno Romita, dopo varie discussioni sorte su cavilli sollevati da elementi monarchici, fu approvato il 16 marzo.
Si dava quindi il via alla preparazione delle elezioni referendarie e politiche.

Comizi, riunioni, manifesti, volantini, articoli di giornali aprivano la tormentata campagna elettorale sia prima che dopo il 2 giugno: la propaganda si rivolgeva anche alle donne per la prima volta al voto politico dopo il decreto del febbraio '45, che estendeva il voto a tutto l'elettorato attivo compreso quello femminile.
1946 SIGNORE IN CABINA !
Marzo 1946: dopo il ventennio fascista, mentre la democrazia italiana avvia la ricostruzione (a capo del governo c'è Alcide De Gasperi, il primo cattolico presidente del Consiglio), gli italiani ritornano a votare. Si comincia dai comuni. Nelle domeniche 10-17-24-31 marzo e 7 aprile, gli elettori scelgono i loro nuovi amministratori. La consultazione interessa il 78% dei Comuni; il restante 22% andrà alle urne in autunno. Ragioni organizzative vengono addotte per giustificare questo voto a turni. In realtà i partiti vogliono tastare il polso degli elettori a poche settimane dall'impegnativo appuntamento del 2 giugno, quando si svolgerà il referendum Repubblica- Monarchia e nascerà l'Assemblea Costituente.

Il voto amministrativo presentò però una novità assoluta. Per la prima volta nella storia politica del nostro Paese, alle urne vanno anche le donne. Sono elettrici e possono essere elette. Cadde con questo voto un'incomprensibile discriminazione: quella stessa contro la quale si era battuto nel 1919 il Partito Popolare di don Sturzo, unico partito a rivendicare nel suo appello ai "liberi e forti" il voto femminile. Lo stesso don Sturzo rievoca questo impegno nel messaggio che invia dagli Stati Uniti al convegno del movimento femminile DC nel febbraio 1946, alla vigilia del voto amministrativo.
Il decreto che riconosce alle donne il diritto di voto è del I febbraio 1945; quello attivo esplicitamente, quello passivo (cioè la possibilità di essere elette) sarà sancito solo un anno più tardi del decreto del 10 marzo 1946 riguardante la Costituzione.
Nel consiglio dei ministri presieduto da Ivanoe Bonomi si avvertono riserve e diffidenze, sia a destra sia a sinistra , su questo provvedimento che segue la fine di una concezione maschilista , e fino allora prevalente , dalla politica.

Nella riunione del 24 gennaio 1945, il ministro Brosio del PLI chiede un rinvio: vuole sentire il parere del suo partito; in quella del 30 gennaio Togliatti interpella il suo collega De Gasperi: "Se voi democristiani siete così decisi, noi comunisti non potremo opporci".
La risposta del leader democristiano è scontata; infatti pochi giorni prima in una intervista aveva dichiarato:
"La donna è meritevole dal punto di vista sociale; essa ha molto buon senso e quindi può utilmente partecipare alla vita amministrativa. La donna sente molto i valori ideali e quindi nella vita politica porterà una maggiore idealità di impostazione".
Angela Cingolani Guidi, cui De Gasperi aveva affidato il compito di guidare il movimento femminile (deputata alla Costituente, sarà la prima donna in Italia ad entrare nel governo nel 1951 come sottosegretario), così commenta il decreto: "Sentiamo e dobbiamo far sentire a tutte le donne scettiche e sfiduciate come questo diritto, che è poi l'esercizio di un dovere, può e deve significare un apporto nuovo di energie soprattutto morali nella vita di questo nostro Paese così duramente provato".
Dietro De Gasperi , dietro le dirigenti del movimento femminile che "si sporcano le mani con la politica", c'è la corale adesione dell'intero mondo cattolico, in particolare di quelle realtà femminili che daranno vita , il I marzo 1945, al CIF (Centro italiano femminile). La loro battaglia per il voto alle donne trova il sostegno più alto nelle parole di Pio XII il 21 ottobre 1945: "Nella vostra azione sociale e politica, molto dipende dalla legislazione dello Stato e dell'amministrazione dei Comuni. Perciò la scheda elettorale è nelle mani delle donne un mezzo importante per adempiere il suo rigoroso dovere di coscienza".
Eppure le reazioni dei giornali del tempo, degli stessi partiti di massa (ad eccezione della DC) e di quelli laici sono avari, freddi, anche diffidenti.
Intanto, man mano che si avvicina la scadenza delle amministrative, le donne di tutti i partiti si mobilitano sempre di più . Fanno i primi comizi sulle piazze (in piazza Risorgimento a Roma parla una giovane dirigente del CIF, Franca Falcucci, che sarà poi ministro della Pubblica Istruzione).
Il socialista Umberto Calosso propone di assegnare per legge alle donne un decimo dei posti nei consigli comunali. Sarebbe "una spinta alla macchina ancora fredda, che poi correrà da sola".
Il cattolico Igino Giordani lancia una proposta che sarà ripresa in tempi recentissimi: "Le donne votino da donne".
Smentendo le previsioni di chi le voleva disinteressate alla politica, la partecipazione femminile ai seggi è elevatissima. Oltre duemila le donne elette nei comuni. La DC conta ben 225 elette su 264 candidate: 3 sindaci, 4 vice, 18 assessori, 200 consiglieri . A Borutta, in provincia di Sassari diventa sindaco la signorina Ninetta Bartoli , "la prima donna cui venne affidata in Sardegna l'amministrazione comunale".
Il 2 giugno 1946 saranno 21 le donne alla Costituente: 9 democristiane, 9 comuniste, 2 socialiste e una del movimento "Uomo qualunque". Il voto " rosa" comincia , anche se in sordina , a farsi valere
In definitiva per la "scelta istituzionale tra monarchia e repubblica", per una "nuova Costituzione" e per l'avvio di una politica di ricostruzione materiale , morale ed economica del Paese: nella primavera del 1946 fu possibile attuare in diversi turni "le elezioni amministrative" - una sorte di prova generale dia politica che organizzativa - che videro l'affermazione della Democrazia Cristiana e un relativo successo dei socialisti e dei comunisti.
Il 2 giugno 1946, poi, "l'intero popolo italiano venne chiamato a pronunciarsi sulla scelta fra monarchia e repubblica" attraverso un "suffragio autenticamente universale".
Il "referendum istituzionale" fu favorevole alla repubblica, che ottenne 12.717.923 voti di contro ai 10.719.284 assegnati alla monarchia soprattutto nel sud.
Ne conseguì per Umberto II di Savoia, subito dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali, la rinuncia al trono: infatti il 3 giugno il "Re di maggio" lasciava Roma e si ritirava in esilio a Cascais, nel Portogallo , dopo appena un mese di regno.
Insieme al referendum venne eletta sempre a suffragio universale, l' " Assemblea Costituente" , incaricata di procedere alla stesura di una nuova costituzione e alla nomina del Capo provvisorio dello Stato. Le operazioni non furono immuni da disordini.

A Napoli, per esempio, il 15 maggio ci furono degli scontri tra gruppi monarchici che avevano partecipato ad un comizio in piazza S. Vincenzo alla Sanità ed alcuni iscritti al Partito Comunista che si trovava nella sede di via Duomo. Ma non fu un incidente isolato, dopo l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, vi furono un po' dappertutto pronunciati di masse antirepubblicane e antidemocratiche: alla manifestazione monarchica organizzata in seguito alla visita di Umberto II a Napoli del 21 maggio, si rispose con una manifestazione repubblicana indetta da vari partiti con la partecipazione anche della Camera del Lavoro.
Gli incidenti più gravi, però, scoppiarono nel giugno: dopo piccole schermaglie come l'assalto alla sezione S. Lorenzo e Stella del Partito Comunista, il sangue, preannunciato in lettere anonime inviate all'ufficio di Collegamento di Pubblica Sicurezza presso il Public Liaison Office, cominciò davvero a scorrere appena si ebbe la notizia della proclamazione della Repubblica il 10 giugno. Infatti, il giorno 12, un corteo monarchico partito da via Sanfelice assalì la Federazione Comunista di via Medina, dando inizio ad un vero e proprio scontro a fuoco che lasciò sul campo 7 morti e circa 60 feriti e che vide impegnate forze dell'ordine ed autoblinde provenienti da Firenze, Ancona e Bologna; la situazione era davvero grave tant'è che a ragione si gridò: a Napoli v'è il "terrore monarchico" e i cittadini sono presi d'assalto da "bande di lazzaroni".

La calma si raggiunse solo dopo che, sciolte le riserve della Cassazione e partito il sovrano per l'esilio, il giorno 18 - 10 giorni dopo la "proclamazione ufficiale della repubblica" - si ebbe l'annuncio che sarebbe stato il moderato Enrico De Nicola - giurista e di fede monarchica, illustre esponente del foro napoletano, persona semplice, nel pieno della guerra esortava i suoi concittadini dicendo: Coraggio, chiu' nera ra' mezanott' nu' po' venì! Rinunciò all'appannaggio presidenziale e si presentò al giuramento con un soprabito molto consunto; morì nella sua Torre del Greco nel 1959 - il Capo di Stato Provvisorio (1^presidente della Repubblica Italiana).

E di calma e di pacificazione aveva certo bisogno il paese, pertanto, uno dei primi atti emanati dalla giovane Repubblica fu l'amnistia del 22 giugno.

I REDUCI tra emarginazione e integrazione
Uno dei problemi sociali più grave era quello dei reduci di guerra, migliaia di militari (30.000 solo a Napoli), da protagonisti a peso sociale, costretti a patire la maggioranza dei mali sociali che afflissero il secondo dopoguerra: dopo lunga lontananza dalla famiglia, di dolori e privazioni, tornavano in patria spesso senza un tetto, impossibilitati a trovare lavoro e privi di una reale assistenza. Tutto ciò provocò amarezza e disillusione e li condusse spesso ad essere intolleranti delle leggi e delle disposizioni vigenti, viste come ostacolo al legittimo desiderio di ritrovare nel proprio paese la condizione vissuta prima della chiamata alle armi.
Le autorità locali compresero subito la gravità del problema e nel tracciare l'analisi dei vari aspetti del problema, cercarono anche di segnalare alle autorità centrali i provvedimenti necessari.
Il Prefetto di Napoli ed il Questore di Benevento, oltre a denunciare tentativi di sfruttamento del malcontento per interessi economici e politici, evidenziano soprattutto la stretta connessione esistente con il problema occupazionale più generale che portò ad acuti dissidi tra reduci e disoccupati comuni, questi poi si vedevano penalizzati dalle disposizioni che riservavano il 10% dei posti disponibili ai reduci, da un lato e donne occupate dall'altra: si chiedeva, a vantaggio dei reduci, il licenziamento di donne prive di oneri familiari.

LE MANIFESTAZIONI DI PROTESTA
Le manifestazioni di protesta dei reduci sin dall'inizio del '46 cominciarono a farsi quotidiane e sempre più violente; secondo l'antica consuetudine delle lotte nel Meridione d'Italia, esse si rivolsero contro le amministrazioni comunali. Inoltre l'anticomunismo dei reduci della Russia fortemente strumentalizzati dalle forze reazionarie tramite sobillatori e provocatori, sfociò in assalti e saccheggi contro le sedi di organizzazione di sinistra.
L'autorità giudiziaria fu incaricata di affiancarsi all'azione della polizia nel reprimere i reati di tipo collettivo e di rilevare un quadro complessivo del fenomeno, comunque nelle varie sentenze si nota la sensibilità per i condannati che si dimostrano intolleranti perché da poco hanno cessato di soffrire per la guerra.
A tale proposito la sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Napoli a carico dei 17 reduci d'Ischia accusati per l'assalto al comune nel corso dei primi giorni di gennaio del '46, testimonia una profonda sensibilità per lo stato d'animo "di chi avendo da poco cessato di soffrire , e intollerante di ogni minima ulteriore sofferenza" , pertanto, è meritevole " di quell'indulgenza che è compatibile con la corretta applicazione della legge" .

La necessità di sollecitare una soluzione ai problemi della categoria provocò la costituzione di numerose associazioni di reduci di varia ispirazione.
L'Unione Nazionale Reduci d'Italia, di tendenza filomonarchica, finì con lo svolgere compiti di tipo assistenziale per i propri soci; associazione semi ufficiale fu il Comitato Nazionale Reduci della Prigionia con sede a Roma, ma con comitati nelle varie province. Oltre alle due associazioni di impostazione militare: la Divisione Arditi d'Italia, facente capo ai monarchici, composta da "autentici arditi" della guerra 1915-'18 e da patrioti della Quattro Giornate di Napoli e il Movimento Garibaldino Antifascista Partigiani d'Italia (GAPI) di ispirazione comunista, operarono anche altre organizzazioni come : l' Associazione Nazionale Partigiani d'Italia che, nella vicenda testimoniata dai documenti 69, 70 e 71 , caldeggiò , senza risultati , l'assunzione di un socio al Comune di Pietraroia.

L'errore commesso dai partiti nel primo dopoguerra, quando il ripudio del combattimento aveva provocato la completa adesione dei reduci al fascismo, venne corretto attraverso una concreta attività di recupero e integrazione delle problematiche dei reduci sia all'interno delle loro associazioni, sia facendo delle loro istanze dei punti del programma elettorale.
Comunque nel Sud, vi fu un atteggiamento che impedì alle organizzazioni partitiche di porsi come nuovi canali della partecipazione di massa, e ciò in netta contrapposizione con il Nord dove i partiti si posero come rappresentanti e guida delle popolazioni .
L'auspicio mosso dall'Ispettore incaricato dal Ministero dell'Interno, che partiti di sinistra e Camere del Lavoro svolgessero un'azione di contenimento delle masse cui va soltanto chiesto disciplina e lavoro, si inserisce nel diffuso senso di rassegnazione che ha caratterizzato i momenti più decisivi della storia del Meridione d'Italia in un atteggiamento di passività indifferente che ha finito con il compromettere irrimediabilmente il destino.

DISOCCUPAZIONE CAROVITA E SCIOPERI A NAPOLI
Nel 1946 la città viveva in una difficile situazione economico-sociale. La disoccupazione rimaneva il primo problema insieme con quello del carovita. Si trattava, però, di un processo dagli aspetti molteplici e, talora, contraddittori. Le ingenti distruzioni belliche e la requisizione anglo-americana delle industrie avevano determinato un'elevata contrazione dell'occupazione precaria, soprattutto nel porto. Inoltre erano state requisite moltissime aziende che producevano limitatamente alle esigenze alleate o, più frequentemente, erano rese del tutto improduttive.

La gravità della situazione occupazionale era stata denunciata in una preoccupata relazione del CLNN nel luglio del '45. In particolare Gino Bartoli, responsabile della Commissione economica, sostenne l'opportunità di contrastare il ridimensionamento dell'industria partenopea. Nella stessa sede furono avanzate perplessità sul Piano d'Importazione del 1946 redatto dal CLNAI perché prevedeva la massiccia importazione di mezzi rotabili che avrebbe determinato un'ulteriore contrazione della produzione di materiale ferroviario nelle industrie meridionali. Si determinava una situazione d'intenso sociale che vedeva contrapposti segmenti diversi di lavoratori disoccupati. In primo luogo vi furono acuti dissidi fra reduci ed ex dipendenti che richiedevano di essere assunti nelle fabbriche con diritto di precedenza; ma, con ancora maggior forza, i reduci avanzavano la proposta di essere assunti in sostituzione delle lavoratrici donne non capofamiglia, presenti sia nelle aziende private che negli enti pubblici.

Lotte operaie si svolgono ad opera delle maestranze delle piccole aziende come la Gaslini e la Saffa e della categoria dei lavoratori dell'"arte bianca", dei tessili ed, ancora, dei metallurgici. Il momento più alto fu raggiunto con lo sciopero del dicembre '46 dove la Camera del Lavoro costruì, contro il carovita, un importante momento di mobilitazione unitaria, grande fu la partecipazione e si formarono strutture temporanee organizzative come le squadre annonarie e il servizio d'ordine.

Sul problema dell'occupazione (il 15.4.46, il prefetto R. Ventura parla di pericolosità sociale) si veniva così a configurare una situazione di contrapposizione sociale che alimentava i livelli di tensione e contribuiva ad impedire che gli innumerevoli episodi di agitazioni popolari contribuissero in un unico filone e si collocassero in una prospettiva democratica. In tal modo si consolidava il processo di involuzione moderata, laddove l'inasprirsi delle contraddizioni si combinava con l'acuirsi delle tensioni politiche e con il configurarsi della città come luogo privilegiato dell'iniziativa monarchica. Nel clima di restaurazione conservatrice le difficoltà dei partiti democratici e dell'organizzazione sindacale unitaria risultavano accresciute e più complesso appariva il rapporto con la città.
Negli ultimi mesi del '46 si acuì ulteriormente la penuria di cibo e ciò aggravò il clima di tensione.
Altro motivo di tensione è il carovita con rumorose manifestazioni in settembre: l'inflazione, infatti, registrava un'ulteriore impennata nella seconda metà del '46 sia per le difficoltà di approvvigionamento sia per la perdurante volontà dei contadini di evadere gli ammassi.

Si conclude cosi con la promulgazione della Costituzione (che analizzeremo più avanti) del 1 gennaio 1948 - dopo cento anni dalla concessione dello Statuto Albertino del 1848 - il periodo cruciale del Novecento, cioè degli anni più rappresentativi: i dieci anni che vanno dal 1938 quando con le leggi razziali inizia una sempre maggiore critica a Mussolini e il 1948 quando gli italiani, dopo un biennio di guerra civile con la presenza di tre amministrazioni sul suolo nazionale e in breve tempo (meno di 20 mesi, pensate i tempi di oggi!), riuscirono a darsi la Carta costituzionale più avanzata d'Europa. AMERICANI A MEMORIA E NON CAMBIAMENTO MA EMENDAMENTI
Principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana
PROMULGATA DAL CAPO PROVVISORIO DELLO STATO (Enrico De Nicola), VISTA LA DELIBERAZIONE DI APPROVAZIONE DELL'ASSEMBLEA COSTITUENTE, DEL 22 DICEMBRE 1947

Art. 1 L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 2 La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Art. 5 La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
Art. 6 La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.
Art.7 Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.[1]

Art. 8 Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.
Art. 9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Art. 10 L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.
Art. 11 L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Art. 12 La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

IN VIGORE DAL 1 GENNAIO 1948



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